DALL’ALGERIA

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Testimonianza e servizio sono le nostre "armi" nella lotta per la libertà…

Mons. Henri Teissier*
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2008)

Negli scorsi mesi, come scrivevo nell’ultima "rubrica", la stampa algerina ha pubblicato diversi articoli che mettevano in discussione l’impegno sociale della Chiesa locale, accusandoci di utilizzarlo come "mezzo" per ottenere conversioni al cristianesimo. Questa "campagna" di stampa ha creato un clima di sospetto e talvolta di ostilità nei nostri confronti.
Fortunatamente si è un poco attenuata negli ultimi tempi, anche se stiamo ancora aspettando di vedere tutte le conseguenze dei provvedimenti presi in questo periodo. Mi riferisco, in particolare, al caso di
Padre Pierre Wallez, condannato in "primo grado" a due mesi di prigione con la condizionale e a un’ammenda di 200mila dinari, mentre il medico che lo accompagnava nella visita di migranti "sub-sahariani" al confine con il Marocco è stato condannato a sei mesi di prigione con la condizionale e alla stessa ammenda.
Tutti questi fatti ci hanno spinto ad analizzare le conseguenze che articoli e provvedimenti hanno avuto anche sull’opinione pubblica. Innanzitutto, dobbiamo costatare che la ricezione è stata molto diversificata. Da un lato, molti di coloro che non leggono i giornali e che sono abituati a lavorare da tempo con i cristiani non hanno cambiato il loro atteggiamento e continuano a mantenere la stessa fiducia. Tuttavia, altri che non ci sono così vicini, sono rimasti molto turbati da questa "campagna" e si sono posti delle domande sul nostro conto.
Anche se facciamo da molti anni l’esperienza del rispetto nei confronti dell’identità e delle convinzioni altrui, alcuni hanno lasciato nascere dentro di sé il "germe" del sospetto. Quanto a coloro che non ci conoscono per nulla, molti si sono semplicemente lasciati prendere dagli "slogan" ripetuti in continuazione.
Questo ci obbliga, in qualche modo, ad abituarci ad essere circondati dal sospetto. Ma anche a mantenere, ovunque sia possibile, relazioni cordiali, cercando di far comprendere che vogliamo essere fratelli e sorelle di tutte le persone con cui viviamo in questo Paese e che desideriamo rinnovare con convinzione gli impegni di servizio che sono stati nostri in tutti questi anni. In questo senso ci incoraggia il fatto che, in certi ambienti, alcune persone si sono avvicinate a noi proprio perché la nostra presenza era stata messa in causa.
Mi trovavo alcuni giorni fa in un "Centro" per adulti disabili, vicino ad Algeri, e pensavo all’ammirevole carico di umanità investito in questo servizio dagli animatori, sia cristiani che musulmani. E ho pregato Dio affinché nessuno - in nome di "pregiudizi" infondati o di principi astratti - venga a distruggere simili spazi di servizio e di speranza.
Purtroppo, non solo la nostra presenza e i nostri servizi vengono messi in discussione in questo periodo, ma altre persone e gruppi, che lavorano generosamente per il "bene comune", devono far fronte a ostacoli a volte insormontabili. Così la distanza che il sospetto ha creato in certi contesti è "controbilanciata" dal fatto che altre occasioni di solidarietà e vicinanza sono sorte in diversi ambiti. Una di queste, in particolare, è la "petizione" che centinaia di persone, in gran parte musulmane, stanno firmando. E il loro numero continua a crescere. Queste persone difendono nel loro testo «la comunità cristiana» e il «diritto, per ciascuno, di praticare la religione di propria scelta… o di non praticarla».
Queste persone fanno riferimento, in questa "petizione", anche ad altri impegni e ad altre libertà. In questo modo, le difficoltà incontrate dalla comunità cristiana vengono legate ad altre rivendicazioni e ad altri gruppi. Anche nel contesto della "campagna" contro l’evangelizzazione va notato il fatto che altri articoli sono stati pubblicati per proporre una riflessione, spesso del tutto nuova, sulla libertà di coscienza e di culto. Penso che non sia successo molto frequentemente nel mondo arabo che dei cristiani si siano visti associati, da una buona "fetta" dell’opinione pubblica musulmana, nella famiglia più ampia di coloro che devono affrontare degli ostacoli e pagare un prezzo alto per poter servire il "bene comune". Noi, comunque, continuiamo a rimanere qui, nella fedeltà alla nostra vocazione, così come la Chiesa del "Vaticano II" ci ha chiesto di assumerla: «Il "Concilio" esorta cristiani e musulmani a proteggere e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».

* Arcivescovo di Algeri