DALL’ALGERIA

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La "nomina" di un nuovo Vescovo giordano
è un "segno" importante per la nostra Chiesa.

Mons. Henri Teissier*
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2008)

Il 24 Maggio, la Santa Sede ha reso noto il nome del mio "successore". Si tratta di Mons. Ghaleb Moussa Abdalla Bader, giordano, del clero del "Patriarcato latino" di Gerusalemme, sino ad ora Presidente del "Tribunale ecclesiastico di prima istanza" di Amman. Nel momento in cui viviamo questo "passaggio di testimone", vorrei ricordare alcune delle "questioni" principali che ci stanno a cuore.
Innanzitutto, noi siamo la Chiesa d’
Algeria. Le posizioni prese dal Paese, dai suoi responsabili o dai diversi "gruppi sociali" definiscono, al di fuori di noi, il quadro della nostra testimonianza e della vita delle nostre comunità. Questo fa parte della "vocazione" della nostra Chiesa, chiamata a "situare" la sue azioni all’interno dell’evolversi della società algerina. In effetti, noi non vogliamo essere, in Algeria, un gruppo di "stranieri" che si organizzano, tra di loro e per loro stessi, la loro "vita culturale". Noi siamo una comunità di discepoli del "Vangelo", che esprimono la loro fedeltà a Cristo attraverso la relazione con i "fratelli" e le "sorelle" di questo Paese.
La nostra esistenza come Chiesa d’Algeria, dunque, è necessariamente segnata dai cambiamenti che sono avvenuti nel Paese. Innanzitutto, all’epoca dell’"indipendenza", nel 1962, quando la maggioranza dei cristiani è partita e una nuova comunità si è formata grazie all’arrivo di piccoli gruppi di cristiani di svariate nazionalità. E poi, la nostra partecipazione allo sviluppo della nuova nazione, soprattutto attraverso le scuole, sino alla "nazionalizzazione" del 1976. La necessità di "disperderci" sul territorio e di assumere nuovi compiti ci ha messo maggiormente in una relazione di "prossimità" con le diverse realtà del Paese. L’avanzata dell’"estremismo" islamico a partire dal 1980 e la "crisi" degli Anni Novanta ci hanno costretto, per un certo periodo, a una condizione di "marginalità". Questa esperienza, tuttavia, ci ha resi ancora più vicini al popolo algerino, soprattutto a causa del sacrificio di 19 "martiri", religiose e religiosi, e di altri "laici" cristiani. Dopo questa "crisi", sino al 2006, abbiamo potuto godere di una rinnovata fiducia in tutto il Paese, mentre la nostra comunità si "diversificava" ulteriormente al suo interno, grazie a un numero sempre crescente di studenti "sub-sahariani" e di altri "espatriati".
A partire dal 2006 stiamo conoscendo una nuova situazione di difficoltà. Tuttavia sappiamo che dobbiamo continuare a dare una testimonianza specifica anche in questa nuova fase. Le nostre difficoltà, del resto, hanno stimolato l’iniziativa di molti algerini che hanno fatto sentire la loro voce per chiedere "libertà di stampa", di "azione sindacale" e di professare un’altra religione; hanno smosso, insomma, le coscienze e segnato una tappa importante nell’evoluzione delle mentalità in seno alla società algerina.
Anche la "nomina" di un nuovo Vescovo, di origine giordana, contribuisce, a suo modo, a confermare la nostra Chiesa come una realtà interna al mondo "arabo-musulmano". E proprio il nuovo Vescovo ha tradotto e pubblicato un "trattato di teologia" di un teologo arabo dell’XI secolo, Yahia Ibn Adi, dal titolo: «Trattato dell’amicizia». È un "segno" sulla nostra strada, che va ad aggiungersi agli altri "segni" che ci vengono dati da tutti i nostri amici musulmani. Molti di loro si sforzano di farci sentire la loro vicinanza nel momento in cui subiamo alcune misure "restrittive" da parte di certi "amministratori". Il
Cardinal Duval ha celebrato, durante tutto il suo "ministero", l’amicizia come una delle forme più significative di testimonianza cristiana. È sulla moltitudine di queste "amicizie" in nome di Dio, e in nome del rispetto degli uomini, che "riposa" il futuro della nostra Chiesa. In effetti, per grazia di Dio, salvo alcune eccezioni, abbiamo sempre la gioia di vivere o di lavorare insieme, al di là delle "frontiere" e delle "barriere". Certo, attualmente esistono difficoltà, ma allo stesso tempo, sono numerosi i luoghi in cui continuiamo ad assumere insieme impegni "fecondi" per il futuro. In più ambiti, addirittura, abbiamo potuto assumere, in questi ultimi tempi, nuove iniziative. Per questo, tenuto conto anche della situazione "mondiale", la nostra "vocazione" a vivere una testimonianza e un servizio nella pace, all’interno della società musulmana, rimane più necessaria che mai.

* Arcivescovo Emerito di Algeri