Così il
giornalista "agnostico" narrò l’incontro con la suora morta 10 anni
fa.
E la difese dalle accuse.
«Se c’è
grandezza è nella semplicità.
Non è intellettuale e le cose che dice sono elementari,
ma hanno un fondo di verità come le parabole e restano impresse».
«Nel 1994 un libro volle attaccarla in nome della ragione,
eppure basta andare alla "casa dei morenti" a Calcutta e il
"miracolo" è davanti agli occhi».
|
|
Tiziano
Terzani
("Avvenire",
4/9/’07)
Nel decimo anniversario
della scomparsa di Madre Teresa, riproponiamo il "reportage"
dell'incontro che il giornalista e scrittore Tiziano
Terzani ebbe con lei a
Calcutta nel 1996, poi confluito in gran parte nel volume «In Asia» (Longanesi).
Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi
aveva dedicato, quando lei, guardandomi fissa coi suoi occhi azzurri arrossati
dall'età, mi ha chiesto: «Ma perché tutte queste domande?». «Perché voglio
scrivere di lei, Madre». «Non scriva di me. Scriva di Lui...», ha detto,
alzando gli occhi al cielo. Poi s'è fermata, ha preso le mie mani nelle sue -
grandi, tozze e già un po' deformi - e, come volesse confidarmi un gran
segreto, ha continuato: «Anzi, la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno
dei nostri centri... Vada a lavorare un po' nella casa dei morenti». Madre
Teresa era
tutta lì.
Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella
"Casa Madre" sulla Circular Road, ho visitato il centro per i
lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati
mentali e quella per le ragazze mezzo impazzite nelle prigioni. L'ho
accompagnata a Guwahati, nello Stato dell'Assam, dove Madre Teresa è andata a
inaugurare il primo "rifugio" in India per le vittime dell'Aids, un'altra
categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i
pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati via dagli ospedali,
"ostracizzati" dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure
bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie.
Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia
curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Ho
voluto farmi una mia idea della sua opera; sapendo che, per capire Madre Teresa
bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il
suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi, disgustato:
"casa per i derelitti morenti" dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un
passo e si legge: il fine più alto della vita umana è quello di morire in pace
con Dio. Ci si potrebbe voltare e tornare indietro, in disaccordo con questa
interpretazione dell'esistenza, ma gli occhi cadono su una brandina dov'è
disteso una sorta di "fagotto" d'ossa e pelle: un vecchio, ormai senza età, con
gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d'aria. Una
suora gli siede accanto e gli accarezza una mano. «L'hanno trovato ieri su un
mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in paradiso».
Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato,
sbagliato. Kaligath, nella periferia meridionale di Calcutta, è una città di
per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla
faccia della terra solo per provare che Lui non esiste (oppure che c'è bisogno
che esista?). Arrivarci a piedi, passando i due crematori municipali dove
centinaia di cadaveri vanno ogni giorno in fumo, soffermandosi davanti ai vari
templi e tempietti, bordelli e negozi, venditori di frutta e di amuleti è un
perfetto "esercizio spirituale" per spogliarsi dei propri pregiudizi, per
lasciarsi dietro quella «ragione» su cui noi occidentali contiamo così tanto
per spiegarci tutto.
Oggi di queste case ce ne sono decine in tutto il mondo; ma è a questa che
Madre Teresa è legatissima. «Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto
di vermi», mi raccontò. «Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli a
uno a uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: «Son vissuto come un
animale per le strade, ma muoio come un angelo» e, morendo, mi fece un
bellissimo sorriso. Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: "amore in
azione".
Semplice».
Sì, semplice. Semplice com'è lei. A incontrarla, come nel caso del Dalai Lama,
la prima cosa che colpisce è appunto questa: che, se c'è grandezza, è nella
sua semplicità. Come il Dalai Lama, Madre Teresa non è un'intellettuale, le
cose che dice sono elementari, le storie che racconta sono sempre le stesse, ma,
come le parabole, hanno un fondo di verità e restano impresse, accendono la
fantasia. Alla base di tutta la sua opera c'è un'idea sola: «Servire i più
poveri dei poveri» e su quell'idea ha fondato tutto, senza mai un dubbio, senza
mai un tentennamento. «Come si possono avere dubbi su quel che si fa? Il lavoro
è Suo», dice, sempre rivolgendosi al Cielo, che sembra essere il suo vero
interlocutore.
In tempi di "liberalismo" e di liberazione sessuale lei parla del senso
dell'amore, del valore della verginità. Ora che l'acquisizione di beni
materiali sembra la grande, unica grande ossessione comune a tutta l'umanità,
ora che la ricchezza sembra il principale criterio di successo e di moralità,
lei insiste sulla «santità dei poveri» e vuole che le sue suore vivano come
quelli. Tre "sari", un crocefisso, un rosario e una sporta son le
uniche cose che una missionaria della Carità può possedere.
Nel 1994 venne l'operazione «smitizzazione» guidata da Tariq Alì, un ex
"leader" studentesco dell'ultrasinistra di origine pakistana, e da
Christopher Hitchens, uno scrittore già noto per un suo velenosissimo libro
contro la monarchia inglese. Senza entrare nel mondo di miseria dell'India, né
in quello di fede di Madre Teresa, l'intera opera delle Missionarie della
Carità viene smontata in nome della ragione, dell'efficienza e di una moralità
che distingue fra benefattori buoni e cattivi. Quanto al «miracolo», è una
bugia, scrive Hitchens.
Eppure basta andare a Kaligath e il «miracolo» è davanti agli occhi di tutti.
Ogni mattina alle 7, una ventina di volontari si presentano alla «Casa dei
morenti» per aiutare le suore. Per lo più sono occidentali, spesso studenti
universitari, che, invece di passare le loro vacanze ad abbronzarsi sulle
spiagge di Goa, scelgono di andare a lavorare lì. La prima volta che ci sono
arrivato, anch'io per fare quell'esperienza, per cercare di capire, c'erano un
tedesco impiegato di banca, una donna del mondo della moda di New York, alcune
ragazze spagnole e una coppia d'italiani in viaggio di nozze. Pulivano i
pavimenti, facevano il bagno ai malati, toglievano, in un "puzzo" rivoltante di
escrementi, i lenzuoli sporchi e lavavano, a mano, le coperte e i materassini
blu delle brande. «Questo è il posto più bello dell'India», diceva Andi, il
tedesco.
«Una volta lei, Madre, ha detto che, se ci fosse di nuovo da scegliere fra la
Chiesa e Galileo, lei starebbe ancora dalla parte della Chiesa. Ma non è questo
un rifiuto della modernità, un rifiuto della scienza che oggi è invece la
grande fede dell'Occidente?» ho chiesto. «Allora perché l'Occidente lascia
morire la gente per le strade? Perché? Perché tocca a noi 135 a Washington, a
New York, in tutte queste grandi città, aprire dei posti per dar da mangiare ai
poveri? Diamo cibo, vestiti, rifugio, ma soprattutto diamo amore perché
sentirsi rifiutati da tutti, sentirsi non amati è ancor peggio che aver fame e
freddo. Questa è oggi la grande malattia del mondo. Anche di quello
occidentale».
Penso a Gandhi. Anche lui non credeva che i problemi dell'umanità potessero
essere risolti da una rivoluzione sociale, politica o scientifica, ma solo da
una "rivoluzione spirituale". Peccato che, anche in India, quella rivoluzione non
sia avvenuta. E il messaggio di Madre Teresa finirà, come quello di Gandhi, per
essere dimenticato dopo la sua scomparsa? «Il futuro non è affar mio», mi ha
risposto. «Nemmeno quello del suo ordine?». «No. Lui provvederà. Lui ha
scelto me e allo stesso modo sceglierà qualcuno che continuerà il lavoro».
Le ricordo un sogno che lei stessa ha raccontato. Madre Teresa si presenta a San
Pietro e quello, fermo sulla porta, dice: «Via, via. Questo non è un posto per
te. In Paradiso non ci sono i poveracci e i "baraccati"». «Allora riempirò
questo posto di quella gente, così poi avrò anch'io il diritto di venirci»,
gli risponde Madre Teresa. «Ora crede di avercene mandati abbastanza da aver
conquistato quel diritto, Madre? Si sente vicina?» le ho chiesto. «Aspetto che
mi chiami». «Non ha paura della morte?». «No. Perché dovrei? Ho visto
tantissima gente morire e nessuno attorno a me è morto male».
S'era fatto tardi, e la campana era già suonata due volte per chiamare a
raccolta nella cappella al primo piano le suore e i volontari per la preghiera
della sera, e lei voleva andare a prendere il suo posto, inginocchiata su un
pezzo di "balla". A guardarla quell'ultima volta, in mezzo alla sua gente, mi
pareva che le preoccupazioni che tanti «ragionevoli» si fanno sul futuro delle
Missionarie della Carità fossero superflue. Se il lavoro che lei e le suore
fanno non è il «loro», ma il Suo, quel lavoro certo continuerà. Perché qui
quel che più conta è credere.