RITAGLI   All'inizio della mia vita c'è Dio   DIARIO

S.E. Card. Ersilio Tonini

La meditazione è il momento in cui una creatura 
risale il corso del suo piccolo torrente, risale alla sua sorgente, 
si va a specchiare ai suoi inizi 
e si scopre con l’occhio innocente e pulito proprio degli inizi. 
Si vede nascere ed emergere dal nulla, 
come il giorno in cui emergemmo dal seno di nostra madre, 
e nostro padre ci prese in mano e fece chissà quanta festa.

RICEVERSI DALLE MANI DI DIO,

risalire là nel tempo, nell’intimo di Dio, sentir pronunciato il vostro nome per la prima volta e sentirvi dire: "Ti voglio, eccoti la vita".

Certo che se potessimo entrare nella mente di Dio, sapere la sua maestà, la sua onnipotenza, la sua libertà e sentire che il Signore impiega tutto se stesso per questo povero torrentello che sono io, non cesseremmo di ringraziarlo. Il fatto di esistere non è un fatto normale; noi ci svegliamo al mattino e per noi è una cosa normale che si alzi il sole e mi alzo io, ma non è una cosa normale, continua lo stupore della nascita, continua il miracolo di essere usciti dal nulla.

Tu continui a nascere, tanto è vero che un giorno te ne accorgerai che ti si svuoterà il sacco e cascherai giù. Ripeto: non è un fatto ordinario, è sempre fatto eccezionale, fatto nuovo, è sempre prodigio, è sempre creazione, è sempre invenzione, quindi c’è sempre l’intervento di Dio presso di te, al tuo svegliarti ed anche al tuo camminare; presso di te c’è sempre questo Onnipotente che ti chiama per nome, che ti da sempre consistenza e che continua ad alimentare il tuo torrente: se la sorgente si chiudesse il torrente andrebbe in secca subito.

Ogni attimo di vita è sempre un miracolo, è sempre un contatto immediato tra il Creatore e la creatura; allora se tu sei è perché Lui è presso di te, immediatamente presso di te.

Sentite queste pagine della Sapienza: (cap.11,24) "Poiché tu ami tutti gli esseri e non detesti nulla di quanto hai fatto: certo se tu odiassi qualche cosa, non l’avresti formata. E poi come potrebbe durare qualche cosa, se tu non volessi? O conservarsi ciò che non è chiamato da te? Ma tu risparmi tutte le cose perché sono tue, o Signore, amico della vita".

Nei momenti di pessimismo dì a te stesso: "Poiché ami tutti gli esseri e non detesti nulla di quanto hai fatto". Il Signore non ci detesta mai, il nostro essere gli è sempre caro, figlioli, perché ci ha fatto Lui. "Certo se tu odiassi qualche cosa non l’avresti formata".  "Ma allora, se mi hai formato, Signore, è perché ti sono caro". Allora, ecco la grande cosa, il passo ulteriore. Abbiamo detto: sono dovuto, il passo ulteriore è questo:

 

SONO UN PROGETTO DI LUI

Che significa? Significa che sono sottratto alla magia, alle forze inconscie, che la mia vita non è affidata al caso, significa che attorno a me e per me e su di me furono fatti dei pensieri, significa che io sono un’idea, un pensiero di Dio. Dunque non appena la potenza di Dio è presso di me, ma il suo pensiero. Pensateci su, rifletteteci su un momentino e dite: Ma Signore, è proprio vero che prima di farmi tu hai fatto dei calcoli, hai fatto dei conti, hai previsto, hai soppesato e mi hai collocato in un momento particolare della storia, in una famiglia, in una situazione perché io ricevessi questo? Quali sono i fini precisi non lo so, ma so che mi hai collocato, che hai studiato la mia collocazione, Signore. Hai studiato la fase nella quale io sarei stato coltivato, poi hai pensato, Signore, il trapianto, la mia collocazione, la mia destinazione; la mia collocazione per ricevere e poi la mia destinazione per dare, le persone da cui dovevo ricevere e le persone a cui avrei dovuto dare.

Hai pensato, Signore, anche le grazie da concedermi, quelle che mi sarebbero state necessarie al momento opportuno, ti se fatto, in una parola, un piano perché la mia vita riuscisse necessaria alla tua Chiesa, ai tuoi progetti, al progetto della tua Chiesa, al progetto della salvezza del mondo. Tu mi hai pensato non appena per salvarmi, ma per rendermi salvatore, non appena per essere un vaso di fiori da annaffiare perché splendano, ma per essere io stesso torrente irriguo che salva altri. Ma, se è così, allora il Signore ha avuto delle attese, il Signore ha sperato su di me, chissà che cosa si sarà aspettato da me il Signore, certo che ha fatto delle speranze su di me, delle attese. Vedremo poi che il progetto dell’incarnazione, la passione e la morte del Figlio, l’istituzione della Chiesa, i Sacramenti sono tutto in funzione di questo: per santificarmi e rendermi santificante, per attuare queste speranze di Dio su di me.

Ma allora, se è così, io credo che la risposta più forte che dovrebbe venir su dalla vostra coscienza dovrebbe essere questa: Signore, fammi conoscere che cosa speravi da me, perché vorrei tanto, Signore, realizzare queste speranze, anche perché le speranze che io posso avere su di me sono tutte meschine, Signore.

Le speranze degli uomini sono riduttive, ma il Signore ha parlato, Colui che mi ha creato ha parlato e ha parlato apposta per dirmi i suoi pensieri su di me: come fu che ci sono anziché non esserci, perché si aspettò, pensò, volle, progettò e decise di mettere in moto tutto l’universo perché a me arrivasse la grazia del Salvatore, e poi io dessi il mio contributo, facessi fruttificare questa grazia e rendessi a mia volta.

Dunque non la magia, non l’abbandono al caso, ma un preciso disegno, sicché allora io devo fare una cosa sola se voglio sottrarmi al nulla, alla magia, al caso, all’inconsistenza, alla vacuità, al non senso, ad una vita perduta, se voglio sottrarmi domani ad una morte insignificante dopo una vita insignificante: mettermi alla scuola del mio Signore e pregarlo perché mi parli ancora, mi spieghi meglio, mi riveli davvero che cosa pensava di me.

 

IO SONO IL PUNTO TERMINALE DELLA CREAZIONE.

Nel progetto del mondo il Signore mi ha messo al centro dell’universo perché tutto il mondo venisse a me, gli sono tanto importante che tutto il resto il Signore lo ha fatto per me, per ciascuno di noi: questo sole qui, quest’aria, le stelle, questo mondo immenso è a me che sono destinati, in me le cose trovano il loro senso, il loro mestiere è di servirmi. Le cose hanno ricevuto un indirizzo al momento della creazione, anche il sole, tutto ha ricevuto un indirizzo: Maria Grazia Rossi. Questo è l’indirizzo sulla raccomandata. Era il pensiero che inteneriva S. Francesco, il pensiero che le cose fossero state fatte per lui, pensate per lui.

Ma se fosse davvero vero che queste piante che sono qui, che questo immenso universo fu destinato a me, se è vero davvero allora siamo degli incoscienti forti. Quando ci svegliamo al mattino mica siamo pronti a capire, riceviamo posta continuamente e noi cosa facciamo? Mettiamo in tasca le lettere o ce ne serviamo per accendere il fuoco. Non ci leggiamo quel che c’è scritto dentro, non le apriamo neanche, sfruttiamo il francobollo e basta.

Se è vero che siamo il punto terminale della creazione, anche adesso in questo momento, allora io mi incontro con Dio in ogni momento, Dio mi si fa incontrare in ogni cosa, in ogni cosa mi dice: ti voglio bene. Ma allora Dio mi è vicino in ogni cosa, la presenza di Dio è pressante, è incombente in ogni momento, non gli sfuggirò mai perché ovunque vado trovo Lui, le sue cose, il mio indirizzo, il mio nome e il suo nome: mittente e destinatario.

Ogni cosa porta il mio nome e il nome del mittente, sono sempre insieme.

Questo è uno degli aspetti che la spiritualità oggi rischia di perdere; ecco perché si impoverisce, si carica di volontarismo, di misticismo, di tante considerazioni, ma è priva di questo. Uno spirito religioso autentico non può sfuggire a questa realtà: che Dio lo insegue, lo fascia, che ovunque tu vada, ovunque tu volga sei circondato dall’amore di Dio. Ti si chiede una cosa sola allora: la purezza di cuore, che il tuo occhio si faccia limpido e che veda dietro le cose la presenza del tuo Signore, che scopra la ragione di dono in ogni cosa, allora diventano tanto più belle le cose, diventano tanto più rispettabili e tanto più pulite e allora tu ti senti continuamente al centro delle attenzioni di Dio, emergi e cresci nella tua importanza perché sei sempre il destinatario.

E allora non appena le cose, ma gli uomini che ti sono vicini ancor di più diventano importanti, ognuno è un destinatario dei pensieri di Dio, ognuno è un pensiero di Dio, ognuno fu deliberato, voluto, cercato, progettato, ognuno è un suo bene, un tesoro; gli uomini sono i lingotti d’oro di Dio.

Ecco allora che vicino alle creature, se ho questo senso creaturale, cioè se sono abituato a vedere nelle cose e in me la presenza di Dio, come si fa puro l’occhio, come si fa rispettoso, come si fa adorante, come si riempie il cuore, come si mette in moto la vita spirituale, come si nutre.

Perché? Perché ti carichi continuamente di stupore, finisce il tuo isolamento, finiscono la nostalgia e la malinconia perché finisce il nulla, finisce il magico; c’è il chiarore, c’è la certezza, c’è Dio dappertutto. Colui che ti ha creato e ti ha voluto, colui che ti ha dato un posto e una missione è dappertutto.

Soltanto chi ha capito l’importanza della creazione, il fatto cioè che presso l’origine di ogni uomo c’è Dio, che a Dio siamo dovuti, che la colpa della nostra esistenza è sua, che siamo roba sua, suo progetto, punto terminale della sua azione e delle sue meraviglie, può capire l’incarnazione.

Perché Dio ha mandato il Figlio suo in mezzo agli uomini? Perché sono roba sua.

Perché ha voluto salvare gli uomini? Perché sono il suo bene, perché sono dovuti a Lui e non al caso. Si spiega come la Chiesa agli inizi del secondo secolo sia stata severissima contro i manichei, perché per i manichei alcune creature erano dovute al diavolo e alcune a Dio. In principio Dio creò il cielo e la terra; tutte le cose che sono, sono buone, da Lui vengono, Lui le ha fatte.

La conclusione è qui:

 

SONO COSA BUONA, sono cosa radicalmente buona e sono una cosa pulita, sono uscito pulito dalle mani di Dio.

Allora vuol dire che, se io ho stima di me, il non dare importanza a me stesso, il buttarmi via significa buttar via Dio, significa disprezzare la sua opera.

Vuol dire allora che la cosa che più piace a Dio è che noi siamo contenti del dono della vita, che noi lodiamo la vita.

La cosa che più gli dà dispiacere è quella di lasciarsi andare in balia al chissà chi; la cosa che più gli fa piacere è che contiamo su di Lui, allora.

C’è un progetto che non fallirà e Lui lo realizzerà: è l’Onnipotente.

Questa meditazione deve finire, figlioli, proprio con un senso di sicurezza, di abbandono: Signore, ho rifatto il corso, ho trovato che alla mia origine ci sei Tu, creatore del cielo e della terra, ma non come sei all’origine del sole perché il sole non ti interessa; il sole è stato dato a me, Signore; il sole è per me, ma io interesso Te.

Il Signore ci ha creato per un rapporto immediato, per un tu per tu, perché lo conoscessimo come Lui ci ha conosciuto, e si aprisse un dialogo tra noi e Lui come tra due che si innamorano.

Se questo fosse davvero vero, figlioli bravi, varrebbe la pena far dei salti di gioia, ed una gran festa come fece il Signore.

"Vide Dio che era cosa buona e fece sabato" dice la Bibbia.

Chi fu il primo a celebrare il sabato? Fu proprio Dio Creatore. Perché celebrò il sabato? Perché fu molto orgoglioso di quel che aveva compiuto, fu molto contento di aver creato l’uomo. Creò Adamo per se stesso solo, o in Adamo non pensò anche a noi? In Adamo pensò anche a me, Ersilio Tonini, anche a Franca, ecc. ecc. Fece festa il Signore, celebrò l’inizio dell’uomo, fece festa per ogni vita e comandò che l’uomo facesse festa per la sua vita: questo vuol dire sabatizzare. Il precetto del sabato vuol dire partecipare alla gioia di Dio.

Io non so se voi siete in grado di far festa per il dono della vita, ma oggi bisogna farla, sia perché la vita che ci ha dato è un dono grande, ma soprattutto perché vicino alla nostra vita c'è Lui.

Io credo che la cosa più bella sia questa: come tu hai fatto festa per me, perché ci sono io, Signore, io faccio festa perché ci sei Tu. Quando il Signore si sente dire: Signore sono contento che Tu ci sei, credo che sia per Lui l’atto di lode più alto che gli si sia potuto fare. Io vengo da Te, Signore, sono contento di esserci, ma sono più contento di esserci da Te, Signore, con Te, Signore.