Con il documento su «Famiglia
e procreazione umana», diffuso ieri dal competente Pontificio Consiglio, la
Chiesa ci consegna uno studio attento, preciso nella prospettazione dei problemi
e nella enunciazione dei rimedi, uno specchio completo del magistero papale, con
lo sguardo già proteso sul futuro. Un testo che restituisce il profilo
autentico della persona, cui la Chiesa sente il dovere di restare fedele ma che
noi credenti non riusciamo forse a comunicare in modo efficace alla nostra
società. Né il sistema mediatico pare in grado di cogliere come, accanto a
ripetuti strappi, vi siano segnali di ripensamento sui grandi temi etici proprio
in Paesi (come la Gran Bretagna, la Norvegia, la Svezia) che avevano scelto la
massima libertà in fatto - ad esempio - di fecondazione assistita. Da noi
invece, dopo la recente sortita del ministro Mussi in fatto di staminali
embrionali, è partito un coro di lodi nel nome della falsa convinzione che con
la legge 40 l'Italia si sarebbe posta fuori dall'Europa. Più ancora della
confusione di idee, pure enorme, a far paura è la mancanza di conoscenza vera
delle materie di cui si continua a parlare. Se questa vi fosse, scatterebbe
forse una qualche reazione di ripulsa - ad esempio - di fronte a proposte di
legge come quella depositata tempo fa da cinque deputati inglesi presso la
Camera dei Comuni per consentire ai ricercatori la creazione di ibridi,
fecondando ovociti umani con seme animale o viceversa, beninteso, "a scopo
di ricerca" e premettendo che "non si può escludere a priori"
un'eventualità di questo tipo, che "bisogna discuterne"... Saper
comunicare la visione dell'uomo cui è così felicemente ispirato il nuovo
documento vaticano significa anzitutto riattivare la nostra capacità di
reazione. Non è forse vero che in occasione dei referendum di un anno fa è
bastata un'opera tenace di comunicazione delle autentiche ragioni dell'uomo per
far scattare qualcosa in così tante coscienze?
Nel succedersi a volte sconcertante di notizie sui fronti più caldi dell'etica
quel che più preoccupa sono le motivazioni addotte per giustificare le continue
fughe in avanti. Più che le proposte in sé, sono questi argomenti che
dovrebbero farci orrore: si dice che alterando o stravolgendo il modello
naturale di famiglia e di procreazione l'uomo "è più libero", mentre
in realtà non fa che distruggere se stesso e la propria dignità. Perché - ci
si chiede oggi - deve affidarsi alla lotteria della natura quando ha la
possibilità tecnica di disporre liberamente di sé?
La nostra generazione cristiana si deve rendere conto che è in gioco l'uomo
come bene di Dio, nella sfida lanciata al Creatore per distruggere e umiliare il
suo stesso bene più caro. Abbiamo una responsabilità senza precedenti, davanti
all'umanità e davanti a Dio. Sin dai greci, infatti, la libertà non è quella
di disporre di sé a piacimento ma di costruire se stessi aderendo al modello
della persona umana, vale a dire l'architrave della nostra civiltà. L'azione
che oggi s'impone a fronte di questa straordinaria sfida è anzitutto - mi
verrebbe da dire - quella umile della preghiera del mattino: al bimbo che,
appena alzato, sa mettersi a pregare si è insegnato il senso dell'adorazione e
della riconoscenza, cioè del proprio limite. Dio diventa per lui fonte di un
dono e non di un limite. Ognuno di noi si deve rendere conto che ha una missione
da compiere, un'origine certa e una destinazione forte che lo determinano. «Prepàrati
ragazzo - mi diceva mia madre - perché il Signore ha del bene da farti fare».
Ricordiamolo: per mettere insieme ciascuno di noi c'è voluto il Creatore
dell'universo, l'uomo ha una dignità tale che Cristo - dice Agostino - ha
stimato grande cosa farsi suo figlio. Nel nome di questo vale la pena oggi più
che mai far conoscere una parola chiara sulla famiglia e la procreazione umana,
perché l'uomo sia il fine e mai il mezzo di nessuno.