IL TEMA

Cambiare religione: un "dibattito" sempre più "caldo"…

RITAGLI    "Conversione", «esame» per la Missione    MISSIONE AMICIZIA

Dove finisce la "testimonianza" e dove inizia il "proselitismo"?
Le Chiese cristiane stanno lavorando insieme per elaborare un "codice di comportamento".

P. CARLO TORRIANI, Missionario del Pime in India.

P. Carlo Torriani, Pime
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2008)

Le "conversioni" sono un tema molto dibattuto sia negli ambienti "ecumenici" sia nel dialogo tra le religioni. I cattolici si lamentano dell’attività aggressiva delle "sètte" in America Latina, gli "ortodossi" si lamentano per l’«invasione» dei cattolici e dei "protestanti" in Russia. In sette Stati dell’India esistono leggi "anti-conversioni". I musulmani, poi, considerano degno di morte l’"apostata" che si converte a un’altra religione. In questa situazione anche noi Missionari non possiamo non chiederci quale sia il primo obiettivo del nostro andare "ad gentes".
Per secoli è stato naturale pensare che lo scopo principale dei Missionari fosse la conversione delle "genti" al cristianesimo. Ma adesso che affermiamo l’importanza del dialogo con le altre religioni, può essere ancora così? Si è davvero sinceri nel dialogo se nel cuore si coltiva il desiderio e la preghiera che i nostri interlocutori, alla fine, si convertano alla nostra religione? E accettare Cristo come Maestro e Salvatore implica per forza un cambiamento della religione d’origine?
Sono domande che accompagnano da tempo la mia esperienza di
Missionario tra i lebbrosi di "Swarga Dwar". Due anni fa, ad esempio, "Mondo e Missione" pubblicò una mia "lettera circolare" sul problema delle conversioni in India. Era uno scritto personale, sia nel contenuto sia nella destinazione (era una lettera per i miei amici). Confessavo di non aver mai convertito nessuno, nel corso dei miei 38 anni in India, almeno nel senso di far cambiare religione. Ma mi sembrava di aver provocato «un cambiamento del cuore».

Un lettore scrisse al Direttore: «Se un Missionario non converte, che Missionario è?». Io stesso mi ero fatto questa domanda, quarant’anni fa, prima  di partire per l’India, in seguito alla lettura degli scritti di Gandhi. Il Mahatma diceva che il Missionario deve essere come una rosa che non parla, ma sparge il suo profumo. A un’amica cristiana scriveva: «Io non desidero allontanarvi dal vostro omaggio esclusivo a Gesù, desidero soltanto che impariate a capire e ad apprezzare una convinzione diversa dalla vostra». Gandhi parlando ai Missionari diceva: «Cercate ciò che c’è di buono in ogni uomo e dategli soltanto ciò che può assimilare. La vostra opera sarà più efficace e sarete apprezzati senza sospetto e ostilità. In una parola avvicinatevi al popolo dell’India non con un atteggiamento da padroni, ma da uomini a uomini». Sull’"immaginetta-ricordo" della mia partenza per l’India, nel 1969, scrissi proprio una frase di Gandhi: «Io non cerco di dare a un altro la mia religione, ma di permettergli di vedere Dio attraverso di me».
Sono parole che varrebbe la pena di tornare a meditare. Ad esempio chiedendosi se nei nostri trattati di "missiologia" sia davvero così chiara la distinzione tra testimoniare, convertire e fare "proselitismo". Proporsi di andare a convertire gli altri significa fare "proseliti" oppure no? Oggi i metodi aggressivi che molti Missionari cristiani hanno usato nei secoli scorsi sono praticati soprattutto da gruppi "evangelici" e "pentecostali". Ma questo ha portato le Chiese tradizionali davanti ad un dilemma: da una parte sono accusate da questi nuovi gruppi di aver dimenticato il mandato di Cristo a fare discepoli tra le nazioni; dall’altra (specialmente in India) sono comunque sospettate dalle altre religioni di continuare a volere operare conversioni.
Tutto ciò ha fatto maturare in questi ultimi anni alcune iniziative, a mio avviso, interessanti. Una serie di incontri tra rappresentanti cristiani e musulmani, promossi dal "Consiglio mondiale delle Chiese", hanno portato nel 2000 alla stesura di un "Documento" intitolato "Striving together in dialogue", in cui si parla del rapporto tra testimonianza e "proselitismo". «Mentre riconosciamo che la missione e la "da’wa" (l’invito ad aderire alla fede musulmana, "ndr") sono doveri religiosi essenziali sia nel cristianesimo come nell’"Islam" - si legge - , è necessario che musulmani e cristiani rispettino il benessere spirituale e materiale di tutti. Molte attività missionarie e alcuni metodi utilizzati suscitano un sospetto legittimo. Ci sono situazioni in cui "servizi umanitari" sono intrapresi con motivi ulteriori e approfittano della vulnerabilità della gente. Per questo una chiara distinzione tra testimonianza e "proselitismo" diventa cruciale. È la base per poter riconoscere che i credenti hanno la libertà di convincere ed essere convinti da altri e - nello stesso tempo - rispettare la libertà religiosa di tutti, la fedeltà alla propria tradizione e la lealtà alla propria comunità».

Un altro passo importante è un "percorso triennale" che il "Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso" e il "Consiglio mondiale delle Chiese" hanno avviato insieme nel 2006. Si tratta di una «riflessione "interreligiosa" sulla conversione», che ha l’obiettivo di arrivare a definire entro il 2010 un «Codice di condotta condiviso in materia di conversioni».
L’iniziativa ha preso il via con una "sessione" tenutasi a Lariano (Velletri) nel Maggio 2006, che ha visto la presenza - accanto ai cristiani - di rappresentanti del buddhismo, dell’ebraismo, dell’"Islam", dell’induismo e della religione "yoruba" (una delle religioni "tradizionali" africane). Il confronto si è rivelato non facile. Nel "comunicato finale" i partecipanti hanno, ad esempio, ammesso di non avere trovato un accordo sul significato da attribuire alla parola «conversione». Hanno tuttavia riconosciuto che confrontarsi su questi temi favorisce la comprensione reciproca. Ed elencato dieci "punti" condivisi, che contengono già indicazioni interessanti. «Tutti noi crediamo che le religioni debbano essere una sorgente di unità e di "nobilitazione" per gli esseri umani». «La libertà religiosa è un diritto fondamentale, inviolabile e non "negoziabile", di ogni essere umano in qualsiasi Paese del mondo». «Tutti hanno il diritto d’invitare gli altri (...), ma tutti devono guardarsi dall’ossessione di convertire gli altri». E ancora: «Tutti hanno la responsabilità di rispettare le fedi differenti dalla nostra, di non "denigrarle", disprezzarle o "svisarle" per dimostrare la superiorità della nostra». «Riconosciamo che sono stati commessi errori e ingiustizie (...) ed è quindi necessario fare un esame onesto e critico della propria storia e anche dei principi "teologico-dottrinali" che le hanno giustificate». Estremamente chiare, infine, due affermazioni: «Le conversioni ottenute con mezzi "non etici" devono essere scoraggiate e "rigettate"». «L’"assistenza umanitaria" deve essere intrapresa senza secondi fini».
Il percorso avviato a Lariano è proseguito l’anno scorso con un secondo "seminario", tenutosi a Tolosa, in Francia. Significative sono state le parole pronunciate in apertura di questa seconda "sessione" di lavori dal dottor Hans Ucko, "Pastore" della Chiesa di Svezia, allora responsabile dell’"Ufficio per il dialogo interreligioso" del "Consiglio mondiale delle Chiese". Citando le situazioni più calde nei rapporti con islamici e "indù", ha messo in guardia dalla tentazione di «dire che se oggi ci troviamo in situazioni di sfiducia o affrontiamo legislazioni "discriminatorie" è perché altri, e non noi, si sono resi colpevoli di "crociate", iniziative di "proselitismo", conversioni "non etiche". Spesso siamo tentati di dire che la colpa è tutta dei "pentecostali", che siamo vittime innocenti. Ma sappiamo che non è la verità». Di qui l’importanza di arrivare a una linea condivisa. «Potrebbe aiutare - ha aggiunto Ucko - anche le altre comunità religiose a ripensare il proprio modo di rapportarsi ai cristiani».
Che questa sfida sia possibile lo testimonia anche un altro episodio, avvenuto durante un "incontro interreligioso" promosso a Ginevra nel Giugno 2005 dallo stesso "Consiglio mondiale delle Chiese". Anche in quell’occasione il tema delle "conversioni" fu uno dei più citati. E una musulmana, l’egiziana Heba Raouf Ezzat, pronunciò parole altrettanto interessanti. «È mia convinzione - disse - che, una volta superata una mentalità da conversione, possiamo condividere anche una mentalità capace di andare oltre. Noi crediamo nella libertà di religione. Ognuno deve poter godere di questa libertà di esprimere e praticare la propria religione e di invitare gli altri a fare lo stesso. Ma credo che la mentalità da conversione - la logica del "tu sei con me o contro di me" - sia qualcosa che dobbiamo "relegare" nel passato».

Forse ha ragione il dottor Ucko - lui stesso nato ebreo e poi divenuto cristiano - , quando ricorda che la conversione è opera di Dio. Noi dobbiamo solo testimoniare e pregare per un cambiamento del cuore, accettando la diversità di religioni come dono. Se vissuta così, ogni conversione vera sarà una ricchezza per entrambe le religioni: quella d’origine come quella "d’approdo".

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«Irrinunciabile l’invito a Cristo.
Ma sia rispettoso»

Giorgio Bernardelli

Proprio l’invito «alla "conversione" a Cristo e alla Chiesa cattolica» è il tema del più recente "Documento Vaticano" in tema di "missione", la «Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione» della "Congregazione per la dottrina della fede", diffusa nel Dicembre 2007. Il testo parla di una «crescente confusione», in base alla quale «si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà». Contro queste "tesi" - definite figlie del "relativismo" - la "Congregazione" ribadisce che «sollecitare onestamente l’intelligenza e la libertà di una persona all’incontro con Cristo e il suo "Vangelo" non è una indebita "intromissione" nei suoi confronti, bensì una legittima offerta e un servizio che può rendere più fecondi i rapporti tra gli uomini». Aggiunge - inoltre - che chiudere la porta alle "conversioni" da altre religioni impoverisce la Chiesa tutta, «perché ogni incontro con una persona o una cultura concreta può svelare delle potenzialità del "Vangelo" poco esplicitate in precedenza».
Il "Documento" non rinnega l’"affermazione conciliare" secondo cui anche «i "non cristiani" possono salvarsi mediante la grazia che Dio dona attraverso vie a Lui note». Però aggiunge che «la Chiesa non può non tener conto del fatto che ad essi manca un grandissimo bene in questo mondo: conoscere il vero volto di Dio e l’amicizia con Gesù Cristo, il "Dio-con-noi"». La "Congregazione" precisa comunque che anche l’invito alla "conversione" a Cristo ha senso solo se proposto in uno stile di «gratuità, carità e dialogo». Ribadisce la "condanna" già espressa nel decreto "Ad gentes" per ogni comportamento ingannevole o "irrispettoso" dell’altro nella missione. Precisando che il rispetto della libertà di ogni uomo di fronte alla "proposta evangelica" «è un’esigenza della stessa fede cattolica e della carità di Cristo, un costitutivo dell’evangelizzazione e, quindi, un bene da promuovere in modo inseparabile dall’impegno a far conoscere e abbracciare liberamente la pienezza di salvezza che Dio offre all’uomo nella Chiesa».

"La Porta del Cielo": http://www.swargadwar.com/sd_italiano.htm