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BEATO PAOLO MANNA |
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PROTETTORE PER L'ANNO 2003 |
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P. Piero Trabucco, IMC
Lettera del Superiore Generale dei Missionari della Consolata
Carissimi Missionari,
Domenica 4 novembre 2001, in Piazza S. Pietro a Roma, nel corso di una
solenne Liturgia per la proclamazione di otto nuovi Beati, Giovanni Paolo II
pronunciava le seguenti parole: "Nel Padre Paolo Manna noi scorgiamo uno
speciale riflesso della gloria di Dio. Egli spese l'intera esistenza per la
causa missionaria. In tutte le pagine dei suoi scritti emerge viva la persona di
Gesù, centro della vita e ragion d'essere della missione. In una delle sue
Lettere ai missionari egli afferma: "Il missionario di fatto non è niente
se non impersona Gesù Cristo… Solo il missionario che copia fedelmente Gesù
Cristo in se stesso… può riprodurne l'immagine nelle anime degli altri"
(Lettera 6). In realtà non c'è missione senza santità, come ho ribadito
nell'Enciclica Redemptoris missio: "La spiritualità missionaria della
Chiesa è un cammino verso la santità. Occorre suscitare un nuovo ardore di
santità fra i missionari e in tutta la comunità cristiana" (90)".
Fu proprio questo forte richiamo alla santità, insistentemente inculcato da
Paolo Manna ai suoi missionari quale ingrediente indispensabile per una
vocazione missionaria realizzata e di cui lui stesso ha offerto una sublime
testimonianza, a spingere le Direzioni Generali dei nostri Istituti a scegliere
il Beato Paolo Manna quale Protettore per l'anno 2003. A questo motivo
principale se ne aggiungono altri due che rendono la figura di questo nuovo
Beato vicina alla nostra vita di Missionari della Consolata:
1. Paolo Manna ha realizzato la sua vocazione e il suo progetto di santità
all'interno di un Istituto esclusivamente missionario, vivendone in pienezza la
vita, lo spirito e gli ideali. Egli invita anche ciascuno di noi a identificarci
pienamente con il carisma e lo spirito del nostro Istituto, quale strada
privilegiata offertaci dalla Provvidenza per la realizzazione del nostro
progetto di vita che è il servizio alla Chiesa nella evangelizzazione ad gentes
e per raggiungere quella santità che il nostro Beato Fondatore voleva da noi.
2. L'ultimo Capitolo Generale e le celebrazioni centenarie dell'Istituto ci
hanno rivolto un invito pressante a riflettere sull'ad gentes con coraggio,
apertura di mente e docilità allo Spirito che guida e accompagna il cammino
della Chiesa e della missione. Il Beato Manna non fu uno studioso o un
cattedratico. Visse e operò sempre sul campo, sia in terra di missione come in
Europa, attento però a leggere, interrogare e pensare, per individuare i nuovi
cammini della missione e la metodologia più adatta per annunciare Cristo alle
persone del proprio tempo. Egli testimonia la necessità che il lavoro
apostolico sia sempre accompagnato da costante riflessione e attento esame dei
segni dei tempi, oltre che da simpatia per le culture dei popoli in mezzo a cui
ognuno lavora.
Il 16 gennaio 1872, ad Avellino, nasce Paolo Manna, quintogenito di Vincenzo
e di Lorenza Ruggeri. La famiglia Manna appartiene alla piccola borghesia
campana che annovera tra i suoi membri impresari, commercianti e politici. Nel
1874 muore mamma Lorenza e il piccolo Paolo viene inviato a Napoli presso gli
zii. All'età di 10 anni ritorna ad Avellino e trova in casa una nuova mamma
poiché il papà Vincenzo era intanto passato a seconde nozze. La vita del
giovane Paolo scorre serena anche se l'ambiente familiare è improntato ad una
certa rigidità di educazione morale e spirituale.
Frequenta la scuola con diligenza e impegno, e ottiene risultati lusinghieri
soprattutto nelle materie letterarie e scientifiche. Usa trascorrere i mesi
estivi presso i due zii sacerdoti che volentieri si prendono cura del nipote.
Essi diventeranno poi per il giovane Paolo un sicuro riferimento quando si
tratterà di operare la propria scelta di vita. Nel 1887 decide di entrare in
una giovane Congregazione di origine tedesca e viene inviato a Roma per gli
studi filosofici e teologici. Quattro anni dopo, attratto sempre più dal
desiderio di dedicare la sua vita alle missioni, dopo un lungo e approfondito
discernimento, lascia la Società Cattolica Istruttiva ed entra nell'Istituto
Missioni Estere di Milano. Porta con sé la lettera di un canonico di Avellino,
indirizzata al Superiore dell'Istituto missionario, dove si afferma: "…
soprattutto, poi, è di buonissimi costumi; a mio credere che il vostro
seminario farà un buon acquisto".
A Milano, Paolo si prepara con serietà e passione al sacerdozio missionario,
integrando lo studio delle materie teologiche con letture missionarie e
ascoltando i racconti fatti dai Missionari reduci. Il 19 maggio 1894, viene
ordinato sacerdote nel Duomo di Milano. Padre Paolo parte per la Birmania
(Myanmar), suo campo di lavoro missionario, il 3 ottobre 1895 e vi trascorre i
due primi anni, alternando lo studio delle lingue e della cultura del popolo con
il lavoro apostolico vero e proprio. La sua salute però non sa reggere
all'intensa attività e soprattutto alle febbri malariche che lo colpiscono
ripetutamente. Così, nel giro di pochi anni per ben tre volte deve fare ritorno
in Patria, fino a quando, il 4 luglio 1907, avrà luogo il suo definitivo
rimpatrio. Scrive in quell'occasione: "Vedo molto fosco l'avvenire. Vedo
distrutte tante speranze e disegni di opere buone, mi vedo a 35 anni reso presso
che inutile e d'inciampo e di fastidio anche in Seminario, a me e agli
altri…" . Tuttavia quel prematuro rimpatrio non risulterà una sconfitta
per l'ardente missionario, ma costituirà invece una svolta provvidenziale.
Dopo alcuni mesi di convalescenza, a P. Manna viene affidata la redazione della
rivista "Le Missioni Cattoliche". Dà così inizio ad una attività
che caratterizzerà la sua vita: l'animazione missionaria e vocazionale,
realizzata soprattutto attraverso la stampa e poi attraverso la fondazione
dell'Unione Missionaria del Clero. Nel 1916, infatti, assieme a Mons. Guido
Maria Conforti, Fondatore dei Missionari Saveriani e Vescovo di Parma, presenta
al Papa Benedetto XV il progetto dell'Unione Missionaria del Clero, con
l'intento di diffondere lo spirito missionario tra i vescovi, sacerdoti e
persone consacrate e ne riceve il più caloroso appoggio.
All'inizio degli anni venti, un nuovo campo di lavoro si apre al dinamico
missionario di Avellino: l'apertura e la conduzione a Ducenta (Campania) del
"Seminario meridionale per le missioni estere". È la realizzazione di
un sogno che aveva portato in cuore per oltre un ventennio, quello cioè di
avviare un'opera vocazionale missionaria nel Sud Italia.
Nel 1924, l'Istituto Missioni Estere di Milano celebra il suo primo Capitolo
Generale e P. Manna viene eletto Superiore Generale. Per l'Istituto tale assise
assume un particolare significato perché segna l'inizio di un processo che
sboccherà nella nascita del P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere),
unendo i due "Seminari missionari" di Milano e di Roma.
Precedentemente essi erano presieduti semplicemente da un "direttore"
che dipendeva in tutto da Propaganda Fide.
Durante il suo mandato decennale, P. Manna contribuisce alla stesura delle nuove
Costituzioni, apre le porte dell'Istituto all'accoglienza dei Fratelli laici,
aumenta il numero delle case in tutta Italia per il reclutamento e la formazione
degli aspiranti alle missioni. Intraprende un lungo e complesso viaggio a tutte
le fondazioni missionarie fuori Italia. Fu durante tale viaggio che P. Manna
matura l'idea di scrivere le "Osservazioni sul metodo moderno di
evangelizzazione in Asia". Una delle opere più rimarchevoli di P. Manna
come Superiore Generale sarà la preparazione per la fondazione delle
Missionarie dell'Immacolata, ramo femminile del suo Istituto.
Dieci anni dopo, il secondo Capitolo Generale sceglie, dietro sua insistenza, un
nuovo Superiore e P. Manna, finalmente libero da tale incombenza, può ritornare
ad attività a lui più consone: segue la nascita dell'Istituto delle
Missionarie dell'Immacolata, prende decisamente in mano la direzione dell'Unione
Missionaria, accompagna la crescita e lo sviluppo della Regione Meridionale del
PIME di cui viene eletto Superiore Regionale. Sebbene la sua salute vada
indebolendosi, l'ardore missionario non si attenua. Continua a scrivere e
pubblicare, fa appelli alla Chiesa perché prenda a cuore l'opera missionaria e
a questo fine scrive a Vescovi e a Cardinali. Intanto il male che covava in lui
da lungo tempo prende il sopravvento. P. Manna muore a Napoli il 15 settembre
1952. Il 23 giugno 1961, le sue spoglie vengono portate nel "suo"
Seminario di Ducenta. Dieci anni dopo si avvia il processo di canonizzazione che
culminerà il 4 Novembre 2001, quando Giovanni Paolo II lo proclama Beato.
Cercherò ora di spigolare nella grande mole di scritti del Beato Manna gli aspetti di metodologia e spiritualità che meglio si confanno al nostro carisma e tradizione IMC. Poiché la sintonia tra i santi è sempre molto rimarchevole, non ci meraviglierà il fatto che i Beati Allamano e Manna abbiano tanto in comune: sulla missione, a riguardo della spiritualità del missionario, circa le esigenze della vocazione apostolica e lo stile di fare missione. In questo tentativo di rintracciare orientamenti utili alla nostra spiritualità missionaria e al nostro lavoro apostolico, cercherò di farmi guidare, quanto più possibile, dagli stessi scritti del Manna.
1. Il missionario: una vita afferrata da Cristo
Il Manna parte dalla constatazione che missione e apostolato vengono purtroppo
identificati sovente con il fare, con il compito da svolgere, mentre si
tralascia, o almeno si relega ad un ruolo secondario ciò che invece ne
costituisce il fondamento: la spiritualità. Per Manna, infatti, la spiritualità,
intesa come configurazione della persona con Cristo, costituisce il cuore della
vita apostolica. Affermerà con forza: "Il missionario deve presentarsi ai
popoli infedeli come altro Cristo. Il missionario di fatto non è niente se non
impersona Gesù Cristo" (Virtù Apostoliche [VA], 90). Solo quando si è
trasformato in Cristo potrà presentarsi alle genti come vero apostolo. Ecco
alcune delle sue affermazioni più significative.
"Un missionario che fa delle riserve e non si è dato, non si vuol dare
tutto e solo a Gesù, è un missionario solo di nome. […] Il vero missionario
deve vivere lo spirito di Gesù Cristo e, come S. Paolo, deve poter dire:
"Per me vivere è Cristo"" (VA 161).
"L'azione che la testa, il cuore esercita su tutto il corpo è un esempio
dell'azione vitale che Gesù Cristo deve esercitare su tutta la vostra vita
spirituale. Lui, Lui solo il principio della vostra attività, che vi deve
portare a pensare, ad agire, a giudicare, a volere, a soffrire tutto con Lui, in
Lui e per Lui. Così che tutte le azioni vostre non siano altro che
manifestazione esteriore della vita di Gesù Cristo, in voi. In poche parole
dovete realizzare l'ideale della vita interiore formulato dal più grande
missionario con quelle parole: "non sono più io che vivo, è Cristo che
vive in me" (Gal 2,20)" (Discorso ai partenti, 1925).
"Si dice che i missionari sono pochi; ma quanti più pochi sono i veri
missionari, i missionari che ritraggono in tutta la loro vita la figura di
Cristo! Ma come ritrarranno, come imiteranno Gesù Cristo se non lo faranno
oggetto della loro continua meditazione? …Solo il missionario che copia
fedelmente Gesù Cristo in se stesso, e può dire ai popoli con l'Apostolo S.
Paolo: "fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo", solo lui può
riprodurne l'immagine nelle anime degli altri. Chi non fa così, invano
s'affatica ed invano si lamenta se le sue fatiche non sono corrisposte" (VA
91).
"Siamo uniti a Dio mediante una vita di meditazione e diventeremo strumenti
mirabili delle sue misericordie. Non ci illudiamo: lo zelo apostolico, senza del
quale nulla siamo come missionari, non divampa che da un cuore acceso d'amore di
Dio. Quando il nostro cuore sarà unito a Dio nell'intimità della meditazione e
della preghiera, allora "arde il fuoco" e il nostro amore ci suggerirà
quello zelo ingegnoso, pratico, perseverante, infaticabile che contraddistingue
il vero apostolo di Gesù Cristo" (VA 93).
2. Attivi sì, ma non troppo!
Lo zelo missionario ardeva nel cuore del Beato Manna fino a diventare vera
"passione". Egli poi lo inculcava nei suoi missionari. Non poteva
immaginare un missionario apatico e freddo, che non ardesse di questo fuoco.
Ciononostante, più volte nei suoi scritti ritorna sulla necessità di accordare
armoniosamente le attività apostoliche con spazi di studio, con le esigenze di
una vita comune, con momenti prolungati di preghiera. Sapeva infatti quanto
facilmente ci si può lasciare prendere dall'attivismo, che mortifica
l'efficacia della missione e può svuotare il missionario stesso di tutto ciò
che è indispensabile per la sua vita. Sentiamo queste raccomandazioni dalle sue
stesse parole.
"I nostri missionari sono talvolta un po' troppo missionari: troppo al di
fuori, troppo per gli altri. Bisogna evitare gli eccessi, e saper meglio
contemperare la vita attiva con la contemplativa, e per dirla più poveramente,
la vita esteriore di visita alle cristianità con la vita di residenza, la
predicazione con l'orazione, il lavoro con lo studio. Dio mi guardi
dall'insinuare anche minimamente la più piccola trascuratezza o rilassamento
nelle opere dello zelo: parlo degli eccessi a cui potrebbe portare una smodata
attività. La smodata attività… è quella di cui ho paura, e alla quale vedo
specialmente portati i giovani del nostro tempo" (VA 201).
"È questa attività febbrile, tutta esteriore, che ci fa mettere cuore,
anima, tutte le forze del corpo e dello spirito in tante faccende pure buone,
non sempre volute da Dio o in una misura non voluta da Dio: questa è da
correggere con un maggior raccoglimento di vita interiore, favorito
principalmente da una pratica più perfetta della vita comune. Ho visto
missionari così impegnati nelle opere, così effusi all'esterno che hanno paura
della solitudine delle loro camere, che hanno quasi un bisogno di correre, di
affaccendarsi sempre e quando non hanno da correre, pare non sappiano che il
tempo si può anche impiegarlo studiando e pregando nella quiete della propria
camera" (Ibid.).
"È lacrimevole vedere come talvolta il missionario, andato in missione e
gettatosi anima e corpo nell'azione, dia un definitivo addio ai suoi libri,
abbandonandoli alla muffa e ai topi… Si va così avanti alla buona in tante
cose, e quanti errori si possono allora commettere nell'esercizio del sacro
ministero, errori dei quali si dovrà poi un giorno rendere conto a Dio, perché
commessi per colpevole ignoranza… Dire che in missione non c'è più tempo per
studiare è asserire cosa non rispondente a verità…. Qual pena sentire la
predicazione di missionari che non studiano e non si preparano! Sempre più o
meno le stesse improvvisazioni e diatribe" (VA 212-213).
3. Per salvare bisogna soffrire
Indicando il cammino che la Chiesa deve percorrere nel nuovo millennio, Giovanni
Paolo II invita a contemplare il volto dolente del Cristo e a porsi in ascolto
del suo grido in croce: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai
abbandonato?" (Mt 27, 46). In questo modo, ogni discepolo del Maestro di
Nazareth, potrà giungere ad accogliere quelle altre parole di Gesù: "Se
qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi
segua" (Mt 16, 24). Croce, discepolato e missione formano sempre un
tutt'uno indissolubile e una grossa sfida per ogni missionario. Anche il Beato
Manna ritorna sovente su questo tema, poiché - così afferma - le missioni
nostre passano per il crogiuolo di tante tribolazioni.
Fare missione oggi in Colombia, in Congo, in Roraima e in ogni altra parte del
nostro mondo missionario, significa che la croce è lì non solo per essere
contemplata, ma anche caricata sulle nostre spalle. Ascoltiamo a questo riguardo
l'argomentazione efficace del Manna.
"Ognuno che si dedichi alla salute delle anime deve aspettarsi il
patimento; quanto più i missionari, che non hanno altro scopo fuori di quello
di dare nuovi figli a Dio e alla Chiesa nei paesi infedeli. Ed i figli non si
partoriscono senza dolore. È morendo sulla croce che Gesù ci ha partorito alla
vita eterna; fu ai piedi della croce che Maria divenne nostra madre. Nell'ordine
soprannaturale, il dolore e spesso anche la morte sono ragione di fecondità.
"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). Per salvare bisogna soffrire. I
giovani aspiranti, i missionari che non intendono questa dottrina debbono
starsene a casa, perché non si diventa salvatori di anime ad altro prezzo"
(VA 223-224).
""Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo
rallegratevi" (1Pt 4,14). Può sembrare pazzia così sperare, eppure questa
e non altra è la filosofia dell'Apostolato, questa è la politica di Dio. Se
noi sappiamo comprenderla, se vivendo da santi missionari sappiamo cooperarvi,
avremo per noi la vittoria finale, vittoria che non è necessario abbiamo a
vedere con i nostri propri occhi in questa vita mortale" (VA 226).
"È un martirio lento, ma non meno meritorio e grande agli occhi di Dio,
quello che, per propagare la fede, i nostri missionari subiscono giornalmente,
soggetti come sono a tanti disagi, a tante privazioni, a tante intemperie, a
tante malattie nelle quali, molto verosimilmente, non incorrerebbero se fossero
rimasti in patria. Leggete il nostro necrologio: uno o due hanno avuto la sorte
di spargere il sangue per la fede, ma quanti e quanti hanno dato per la fede la
loro vita goccia a goccia, quanti questa vita l'anno sacrificata ed abbreviata,
logorata da febbri o abbattuti da morbi crudeli!" (VA 228-229).
4. L'obbedienza, madre e custode di tutte le virtù
L'obbedienza è sempre stata considerata dal nostro Padre Fondatore come il
primo dei nostri tre voti e la virtù per eccellenza per un missionario. Le
nuove Costituzioni affermano poi che "lo spirito pratico di obbedienza è
la virtù fondamentale del nostro Istituto missionario" (Cost 36),
ribadendo con ciò l'insegnamento e l'indirizzo tramessici dall'Allamano a
questo riguardo. Leggiamo nella Vita Spirituale: "Non ve lo ripeterò
quindi mai abbastanza: obbedienza assoluta, se volete riuscire buoni
Missionari… Questa deve essere una virtù, direi, insita in noi; dobbiamo
formarcene l'abito prima di partire per le Missioni. Se non c'è questa
obbedienza, non si fa nulla; è meglio non essere Missionari" (VS 344).
Anche solo alcuni passi di una lunga lettera del Manna sull'obbedienza, scritta
nel 1931, confermano le ferme convinzioni che di questa virtù ebbe il nostro
Fondatore e gli atteggiamenti con cui realizzarla.
"Ne voglio parlare perché senza un grande, convinto spirito di obbedienza
non è possibile che il nostro Istituto possa esistere, che possano prosperare
le missioni, che si possa fare opera comune. Questa virtù è il grande legame
di disciplina che tutti ci deve stringere: il cardine sul quale si deve muovere
la nostra opera. […] Desidero inoltre parlarne perché, in quest'epoca
specialmente, l'idea di missionario è più facilmente associata a quella di
uomo zelante e coraggioso, eroico, che a quella più vera di uomo obbediente. Il
missionario deve, sì, avere zelo, animo coraggioso ed invitto; come il soldato
deve essere uomo di valore: spesso deve sapere spingere la sua bravura, la sua
tolleranza del sacrificio sino all'eroismo; pure, la sua virtù regina non è lo
zelo, né il coraggio, né l'eroismo. Egli sarà buon missionario, invincibile
soldato di Cristo solo se sarà obbediente. Coraggio, abnegazione, eroismo, non
guidati dall'obbedienza, sono spesso spreco di energie, talvolta delle vere
pazzie" (VA 252).
"I nostri superiori vigilino affinché i giovani si educhino ad obbedire
non solo per motivi di fede, della qual cosa ho già detto più sopra, ma che la
loro obbedienza sia altresì sempre pronta, completa ed affettuosa" (VA
281)
"Si obbedisca in tutto, non già solo nelle cose che ci garbano; si
obbedisca bene in ogni particolarità. Alle volte si riceve volentieri un
ufficio, ma non si tollerano osservazioni e correzioni sul modo di compierlo:
tale non è esercizio di virtù, ma di amor proprio" (VA 281-282).
"Si obbedisca a tutti, e non solo a quei superiori che ci vanno a genio.
Chi ha di queste preferenze, obbedisce non a Dio, ma alla creatura"
(Ibid.).
"Infine si obbedisca con tanta gioia, affettuosamente: "Dio ama chi dà
con gioia" (2 Cor 9,7). L'obbedienza nelle cose difficili e penose non può
essere allegra se non è ispirata a fede e ad amore. È l'amore che rende
leggeri e perfino desiderabili i sacrifici della nostra vocazione. Così sia
della nostra obbedienza" (Ibid.).
5. Ogni Istituto missionario è al servizio della Chiesa
Un missionario autentico non può non vibrare per la Chiesa. L'amore profondo a
Cristo e per la Chiesa caratterizza infatti la sua vocazione. I documenti più
recenti sulla missione e sulla vita consacrata ribadiscono con forza questo
principio. Il Beato Allamano qualificava tale amore alla Chiesa e al Sommo
Pontefice come "attaccamento". E le nostre Costituzioni, sviluppandone
il concetto, così si esprimono: "Il missionario si vincola all'opera
dell'evangelizzazione nella Chiesa, della cui missione diventa più strettamente
partecipe. L'Istituto e ogni suo membro si distinguono per l'amore, la fedeltà,
l'adesione al Papa, ai Vescovi, e nel seguire le direttive della Congregazione
per l'Evangelizzazione dei Popoli" (Cost. 13).
Nei suoi scritti il Manna, dopo avere ribadito il bisogno che il missionario sia
totalmente al servizio della Chiesa, lo mette ripetutamente in guardia dalla
tentazione di volgere il suo interesse altrove, oppure di chiudersi
esclusivamente negli orizzonti particolari del proprio Istituto. E giunge ad
affermazioni forti, quale: "Dove più forti sono le missioni, più debole
è la Chiesa!". I seguenti pensieri del Manna ci servano come esame di
coscienza.
"Siamo apostoli! Gli apostoli non avevano dietro le spalle nessun altro
interesse da servire, ma servivano solo ed unicamente Gesù Cristo. Siamo
Apostoli, e spaziamo lontano su orizzonti divini, lavoriamo generosamente,
disinteressatamente solo per le anime, solo per la Chiesa, solo per il
Cielo!" (VA 196).
"Non si avveri mai tra noi che una missione diventi fine a se stessa: che
sugli interessi di Dio e della Chiesa prevalgano interessi congregazionalisti,
nazionalisti, economici. Tradiremmo la nostra Missione apostolica e ritarderemmo
lo stabilimento del Regno di Dio. Con certe prese di possesso, dare importanza
alla sollecita formazione di un efficiente clero indigeno è come lavorare alla
propria distruzione… e ciò non può piacer a chi non lavora con spirito
apostolicamente puro e disinteressato" (Ibid.).
"È innata negli Ordini ed Istituti la tendenza a crescere, ad estendersi
in soggetti ed in opere. Tale disposizione, che anche noi sentiamo, è da
benedirsi quando non si perda mai di vista il fine cui tutto va ordinato e
diretto: Dio, la Chiesa, le anime. Più numerosi, più forti, ma non per
dominare, ma solo per meglio servire" (Ibid.).
6. La speranza della messe è riposta nel seme
Ripetutamente il Manna ritorna sul tema delle vocazioni. Lo fa però, in un modo
chiaro e forte, il 1° gennaio 1930 quando, inviando un messaggio augurale ai
missionari lontani, dà uno sguardo d'insieme alla realtà del suo Istituto.
Augurando che ognuno si senta responsabile per il raggiungimento della finalità
della propria vocazione, pronuncia tre "guai": "Guai se ci
fermassimo nei nostri sforzi; guai se le Missioni accennassero a diventare fine
a se stesse; guai ancora se non esaminassimo giorno per giorno se quello che si
fa è quello che si può fare, il meglio che si può fare per la causa di
Dio!" (VA 176). E in questo contesto tratta il tema della promozione
vocazionale e della formazione di nuovi missionari.
"Dovere del nostro Istituto in Italia e dei Padri qui trattenuti è
principalmente il reclutamento e la formazione di numerosi e santi operai
evangelici. È questa anche la parte più nobile, più ardua, più essenziale
del lavoro apostolico. Senza missionari non ci sono missioni; senza missionari
santi, colti, intraprendenti, numerosi non si convertono le anime e non si
fondano le Chiese. […] Mio sommo, vivissimo desiderio è dunque che quanti
collaborano a questa grande opera sentano tutta la responsabilità della loro
missione, tutta l'importanza, la delicatezza, il merito del loro lavoro. Se è
grande cosa fare dei cristiani, cosa assai più sublime è plasmare degli
apostoli. Questa è opera assolutamente divina" (VA 177).
Sottolinea poi che Gesù è il modello su cui plasmare i giovani missionari e il
fondamento di ogni formazione:
"Gesù Cristo, ecco la realtà intorno alla quale deve formarsi,
trasformarsi la vita dei nostri aspiranti missionari, ecco la luce di cui
debbono illuminarsi i loro ideali, il fuoco di cui debbono accendersi i loro
cuori, il cibo di cui debbono fortificarsi le loro anime. Bisogna far sentire
Gesù Cristo al cuore, all'anima dei nostri aspiranti come al loro intelletto:
tanta formazione spirituale quanta intellettuale e scientifica: tanta orazione
quanta teologia" (VA 178).
Raccomanda che venga posta massima cura sul discernimento delle vocazioni:
"Non si facciano scrupolo i nostri Rettori ad essere severi
nell'accettazione dei postulanti e nella eliminazione di quelli che fossero già
stati accettati e trovati non idonei: è meglio essere severi piuttosto che
indulgenti. La selezione non fatta a tempo regala all'Istituto dei soggetti per
l'una o l'altra parte manchevoli, e, come dissi nella mia circolare dell'aprile
dello scorso anno, l'Istituto di uomini mediocri non ha proprio bisogno"
(VA 180).
7. Non diamo troppo valore al denaro
In tutti i suoi scritti, ma soprattutto nell'opuscolo sul metodo
dell'evangelizzazione, Manna è alquanto esigente e duro sull'uso dei mezzi e
del denaro nella missione. Giunge perfino ad auspicare una specie di moratoria
economica nei confronti delle missioni, quando afferma: "C'è quasi da
augurare che alle missioni venga meno ogni sussidio dall'estero. Sarebbe una
grande purificazione ed un decisivo passo avanti verso la costituzione delle
Chiese indigene" (FM, 118). La sua non è una posizione manichea che vede
nel denaro e nei beni materiali solo male e peccato. Le sue conclusioni derivano
piuttosto da un attento esame della realtà missionaria, confrontata poi con le
esigenze del vangelo. Egli predilige trattare di questo tema partendo da due
ottiche particolari: quella spirituale e ascetica per la formazione dei
missionari (il distacco) e quella pastorale e di metodologia missionaria (per
un'autentica crescita della Chiesa locale). Ecco alcuni passi:
"Se quello che occorreva per ottenere la conversione del mondo fosse stato
il danaro, il Vangelo ce lo avrebbe fatto sapere. Oggi invece ci sono quelli che
sembrano pensare che se vi fosse danaro, oh! se ci fosse molto danaro, si
farebbe tutto. E quando si ha molto danaro e poco del resto, oh! quanti demoni
vengono con esso! Quante volte nella storia delle Missioni s'è visto che, dove
per disgrazia c'è stato denaro e potenza con poca santità, non solo non s'è
convertito gran che di gente, ma hanno perduto la fede, almeno praticamente,
anche i missionari" (VA 170).
"A proposito poi di queste offerte che si sollecitano per le missioni -
talvolta con ansia eccessiva - vorrei fare altre raccomandazioni, ma andrei per
le lunghe. Una sola parola dico: non diamo al denaro troppo valore come mezzo di
apostolato. Vorrei s'intendesse bene la giusta forza di questa parola troppo. Il
Vangelo non farà molta strada appoggiato alle grucce del danaro, e se pure
sembrerà progredire, non sarà progresso duraturo e verace. Le anime, anche
oggi, le converte lo Spirito Santo con la preghiera, con la vita penitente e
santa, con lo zelo dei missionari e il Vangelo si espande meglio per la virtù e
lo zelo dei neofiti che per opera di gente stipendiata. La propaganda a base di
denaro tarpa le ali allo Spirito Santo ed arriva dove arrivano tutti i mezzi
umani, cioè non molto lontano" (VA 170-171).
"È davvero preoccupante vedere come l'idea della indispensabilità del
danaro sia entrata nella mente dei missionari odierni! Si comincia a pensarci già
prima di partire per le missioni. In missione si vede spesso il missionario
malcontento ed in disaccordo col suo vescovo perché questi non gli dà tutto
quello di cui crede aver bisogno… e si scrive, e si importuna mezzo mondo, e
s'inviano fotografie, e si cerca di impressionare, commuovere, talvolta
caricando le tinte ed allontanandosi dalla stretta verità. E se non si ha il
danaro per fare quello che si è progettato, ecco lo scoraggiamento, ecco il
sentirsi dire: "che vuole! con niente si fa niente!"" (Formazione
Missionaria, PUM 1988, p. 114).
CONCLUSIONE
Mi accorgo che la spigolatura negli scritti del Manna si è protratta
alquanto. È sempre affascinante riprendere tra le mani gli scritti di questi
grandi testimoni della missione... Consiglio a ogni missionario di farne lettura
durante il 2003, utilizzando particolarmente "Virtù apostoliche" e
"Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione" .
Affido alla intercessione del Beato Allamano e del Beato Manna ciascuno di voi e
il vostro lavoro missionario, affinché, ammaestrati dalla "teologia
vissuta dei Santi", la nostra vocazione abbia a guadagnarne in profondità
e in efficacia apostolica.
Fraternamente vi saluto nella Consolata,
P. Piero Trabucco, IMC
(Padre Generale)
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CELEBRAZIONE EUCARISTICA
DELLA MEMORIA DEL
BEATO PAOLO MANNA
PRESBITERO
Si celebra il 16 gennaio
ANTIFONA D'INGRESSO
La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe perché
mandi operai per la sua messe (Lc 10, 2)
COLLETTA
O Dio grande e misericordioso,
che hai suscitato il beato PAOLO, sacerdote,
apostolo della missione alle genti e dell'unità dei cristiani,
concedi a noi, per sua intercessione,
di lavorare incessantemente, uniti nell'unica fede, per l'avvento del tuo Regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità
dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
PRIMA LETTURA
Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo a Timoteo: 4, 1-8
SALMO RESPONSORIALE dal Salmo 116
R.: Proclamerò, Signore, la tua salvezza.
Lodate il Signore, popoli tutti,
voi tutte nazioni dategli gloria. R.
Forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura in eterno. R.
CANTO AL VANGELO Mt 28, 19.20
Alleluia, alleluia.
Andate e ammaestrate tutte le nazioni, dice il Signore.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
Alleluia.
VANGELO
Dal Vangelo secondo Marco Mc 16, 14-20
SULLE OFFERTE
Santifica, Signore, con la tua benedizione
i doni che ti offriamo nel ricordo del Beato PAOLO,
e trasformali per noi in sacramento di salvezza,
perché accostandoci al tuo altare siamo liberati da ogni colpa
e possiamo partecipare al banchetto della vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
PREFAZIO DEI SANTI PASTORI
ANTIFONA ALLA COMUNIONE Mc 16, 15
Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura, dice il
Signore.
DOPO LA COMUNIONE
La comunione al tuo sacramento ci santifichi e ci rinnovi, Signore,
e l'intercessione del Beato PAOLO
ci aiuti a progredire ogni giorno nella dedizione al tuo servizio.
Per Cristo nostro Signore.