L’Aquila un mese dopo

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Don Claudio Tracanna
("Avvenire", 6/5/’09)

A un mese dal "terremoto" che in pochi secondi ha sconvolto la vita di noi "aquilani", tra la gente delle "tendopoli", gli "sfollati’, i giovani in cerca di un "domani", tiene banco nonostante tutto la "speranza". La speranza di una "nuova città", uguale a prima, certo, ma se possibile più bella, con una nuova "Università", nuovi uffici, nuove scuole, nuove case... Ne siamo persuasi: "L’Aquila" – ce l’ha detto il Pontefice – "anche se ferita potrà tornare a volare".
È bello in questi giorni veder spuntare qua e là cartelli improvvisati di ristoranti, "bar", attività di ogni tipo che avvisano della loro "riapertura", di aver ricominciato a lavorare. Sì, di aver "ricominciato". E può ricominciare solo chi ha una speranza nel cuore, chi nutre in qualche modo misterioso la fiducia invincibile che ce la potrà fare, che non è inutile "riprovarci", "rischiare" di nuovo per il "futuro".
E insieme si vedono anche tanti segnali dell’Aquila "vecchia", quella cui eravamo abituati prima del 6 Aprile. Le piccole "meschinità" di ogni giorno alle quali il "sisma" ha aggiunto le sue "ferite" e il senso di un’ingiustizia subìta. Il "terremoto" distrugge vite umane e case, ma l’uomo è quello di sempre, con tutta la sua straordinaria capacità di amare ma anche con egoismi difficili da "estirpare". E allora "amareggia", ma non stupisce che accanto ai tanti segni di "rinascita" ve ne siano anche altri che quella speranza fanno di tutto per "spegnerla" sul nascere. Ma se accanto a tanta voglia di ricominciare persiste il "male" di prima, riproposto in nuove forme, come si può sperare in una "rinascita"? Che cosa è indispensabile perché la speranza che sentiamo pulsare malgrado tutto non sia mal riposta? Il Papa qui all’Aquila si è chiesto insieme a noi «che cosa vuole dirci il Signore attraverso questo triste evento». Cosa vuol dire per noi questo "terremoto"? Cosa abbiamo imparato da questa dolorosa esperienza? La risposta che può fondare la speranza in un "domani" promettente per la nostra terra rimbalza dai "Salmi": «Signore, insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore». Ecco cos’è necessario per non sperare invano: solo un cuore "sapiente" – non piegato su se stesso, sulle "macerie" che ci circondano – potrà donare a tutti uno sguardo spalancato sul "futuro".
Il cuore sapiente dei "costruttori" e degli ingegneri potrà far "rinascere" L’Aquila. E così anche il cuore sapiente dei "politici" che vorranno pensare al "bene comune". Il cuore sapiente di tanti cittadini che vivranno da protagonisti la "ricostruzione". Il cuore sapiente di chi saprà fare un passo indietro per il bene di tutti. Il cuore sapiente di noi "Pastori" che, come Agostino, faremo tesoro di quello "spavento" salutare provocato dal "Vangelo" che impedisce di vivere per noi stessi e ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza. Un cuore, dunque, che conservi la grande certezza che, nonostante tutti i fallimenti, le "tragedie" e persino i "disastri materiali", la mia vita personale e tutta la storia sono custodite nel potere indistruttibile di un "Amore", che chiede solo la nostra "cooperazione". Impegnarsi nuovamente a vivere facendo ricorso a ciò che non muore, che il "terremoto" non ha abbattuto e che nessuna "scossa" può distruggere, è il modo più convincente per ricordare oggi i trecento morti di un mese fa. «L’amore – ha detto Papa Benedetto nella "tendopoli" di Onna – rimane anche al di là del "guado" di questa nostra "precaria" esistenza terrena, perché l’"Amore" vero è Dio. Chi ama vince in Dio la morte, e sa di non perdere coloro che ha amato».