PENSANDO MISSIONE
CARA SR. ANA…Sr.
Gabriella Tripani
("Missionarie dell’Immacolata", Febbraio
2007)
Cara Sr. Ana… Per ora non puoi leggere questa lettera e forse va bene così. In effetti non la stiamo scrivendo proprio a te, forse a tutti noi invece che siamo attorno al tuo letto o ad altri ancora.
Non sono molti giorni che sei uscita dal coma farmacologico che ti ha sottratto alle nostre parole, alla stretta della nostra mano, alla nostra preoccupazione per te, e ti ha spinta in un angolo di mondo che non conosciamo e non riusciamo ad immaginare e che ora tu non ricordi per potercelo raccontare.
Non ricordi neppure cosa era capitato prima. Avevi appena finito una visita a una famiglia, nel tuo giro di benedizione delle case del quartiere, che qui in diocesi di Milano si fa in tempo di Avvento. Ancora non abbiamo capito come è successo, ma sei scivolata sulle scale, sei caduta senza riuscire minimamente a proteggerti e hai violentemente battuto la testa contro il gradino di marmo. Chi era con te ha subito intuito la gravità della tua situazione. L'ambulanza veloce, il pronto soccorso, la diagnosi di frattura della base cranica e una severa emorragia cerebrale.
Abbiamo aspettato molti giorni davanti alla tua immobilità indotta dai farmaci. I medici hanno tentato in ogni modo di evitare di giungere all'intervento che avrebbe potuto essere seriamente lesivo. Ma alla fine, una notte, hanno dovuto operare. E siamo rimasti tutti a domandarci come ti saresti risvegliata.
E chi di noi non ha pensato: e se restasse così? Immobile e fissa, un sonno troppo pesante per la speranza, lo spazio dei ricordi che si svuota, chissà se in qualche angolo c'è ancora il Rio delle Amazzoni, o familiari lontani, o i nostri nomi.
La domanda che ci hai fatto in quel momento con il tuo silenzio gridava altissima: e ora? È vita?
È vita questa?
È vita. Non abbiamo risposto noi per prime, hai risposto tu stessa, tu che non hai avuto un momento di incertezza a dire "è vita", quando malati del morbo di Hansen ti si presentavano da condannati a esistenze miserabili, senza dita alle mani, senza piedi, senza affetti, senza più legami, senza apparenti ragioni per continuare a vivere. Tu allora hai detto "è vita", e non lo hai detto solo con due parole, ma dando tempo e vicinanza, toccando con competenza e tenerezza coloro che molti non avrebbero neppure il coraggio di guardare, in una parola amando. Missionaria brasiliana, fisioterapista per tanti anni in lebbrosario, a quanti hai insegnato a camminare di nuovo, a muovere le mani? A quanti hai ridato speranza? Loro se fossero qui saprebbero ridarla a te, direbbero che fino a che c'è qualcuno che ama ne vale sempre la pena.
Guardandoti non possiamo non pensare a tante vite che non sembrano avere nessun significato.
E nessuno ne parla, e così pochi si preoccupano di ridare dignità e creare condizioni umane dove miseria, fame, malattia, violenza rendono la vita invivibile e dove basterebbe tanto poco, un poco che non diamo. Il poco di acqua, chinino, vaccino, riso, soccorso, il poco dell'interesse e dell'amore che tengono in vita e danno senso. Ogni piccola vita, ogni piccolissima, apparentemente insignificante vita ci dice che situazioni in cui sembra di non poter far niente se non arrendersi, non devono far dimenticare i tantissimi casi davanti a cui si potrebbe far moltissimo. E non lo si fa.
Pensavamo a tutto questo guardandoti e intuendo che stavi gridando ora in altro modo a favore della vita, in prima, primissima persona.
E quando hai lasciato lentamente quel mondo che non conosciamo e di cui non ci sai dire niente, e sorprendentemente hai iniziato a parlare e muoverti, non abbiamo potuto fare a meno di pensare che era la vita che avevi dato a tanti che ritornava in te come rientra l'acqua della marea che cala.