Ieri la
conclusione
del "IV Convegno nazionale dei direttori dei Centri missionari
diocesani".
Presentato ieri
a Palermo il risultato di una ricerca su più di 500 missionari.
Betori e Pellegrini:
«La loro esperienza offre un nuovo slancio nell'annuncio,
anche alle parrocchie di origine».
Da
Palermo, Alessandra Turrisi
("Avvenire", 21/9/’07)
Imparare la radicalità
evangelica in luoghi dove l'esperienza cristiana è fraternità gioiosa, lontana
da attivismo fine a se stesso e ricchezze. È questa l'«anima» della missione
"fidei donum" secondo un'indagine svolta analizzando i dati dei
missionari diocesani italiani e intervistando 350 sacerdoti e 180 laici «fidei
donum», che è stata presentata ieri a Isola delle Femmine, in provincia di
Palermo, a conclusione del "IV
Convegno nazionale dei direttori dei Centri missionari diocesani".
Un lavoro curato dal sociologo Dario
Nicoli e pubblicato nel
volume "Il movimento Fidei donum. Tra memoria e futuro", edito dalla
"Emi".
In particolare l'indagine ha dimostrato che il desiderio di vivere pienamente
l'essere prete nella scelta preferenziale per i poveri e la possibilità di fare
chiarezza sulla propria vocazione attraverso una scelta radicale sono le
motivazioni che spingono ad andare in terra di missione. Un'esperienza che
lascia il segno e cambia il proprio modo di essere Chiesa, trasformando anche le
comunità di provenienza. E, dopo cinquant'anni dalla pubblicazione
dell'enciclica di Pio XII "Fidei donum", questo movimento di Chiesa
non solo non si è "affievolito", ma è diventato uno strumento di feconda
"cooperazione" tra le diocesi dei Paesi di provenienza dei missionari e quelle dei
Paesi di accoglienza.
A oggi i preti in servizio missionario come "fidei donum" sono 566,
pari al 4% dei missionari italiani e all'1,6% dei preti diocesani italiani, e
provengono da 113 diocesi. I laici "fidei donum" con regolare
convenzione Cei sono 222, di cui 114 sposati, provenienti da 42 diocesi. In
totale, quindi, oggi i "fidei donum" sono 788, ovvero il 5,5% di tutti
i missionari italiani sparsi nel mondo. Una cifra abbastanza stabile negli
ultimi anni, anche se si registra un incremento dei laici, spesso famiglie
intere, a fronte di una diminuzione di sacerdoti.
«Quando, 50 anni fa, Pio XII invitava le diocesi di antica fondazione a offrire
presbiteri alle nuove diocesi africane per una rinnovata evangelizzazione,
certamente non immaginava a quale grande movimento e a quale nuovo sviluppo
missionario avrebbe dato origine - ricorda monsignor
Giuseppe Pellegrini,
direttore dell'"Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria fra le
Chiese" - . Un grande movimento, anche se limitato nei numeri, ma non nello
slancio e nella vitalità missionaria. I risultati sono sorprendenti,
soprattutto per il modo in cui questo soggetto missionario ha contribuito a
portare la cooperazione tra le Chiese più vicino alle nostre comunità
cristiane, alle nostre diocesi e parrocchie. I "fidei donum" hanno
portato la missione nel cuore delle comunità italiane, vicino alla gente; la
partenza di preti e laici conosciuti nelle parrocchie ha contribuito a far
sentire la scelta per la missione una vocazione possibile per ogni battezzato.
Il rientro dei "fidei donum", molti dei quali hanno assunto incarichi
pastorali esprimendo nel loro servizio le ricchezze scoperte in missione, ha
messo a disposizione della Chiesa locale nuove risorse per un rinnovamento in
senso missionario della pastorale ordinaria».
Un'esperienza che rende docili allo Spirito, offre una percezione maggiore della
provvidenza, genera Chiesa, come sottolinea nella prefazione monsignor
Giuseppe Betori,
segretario generale della Cei:
«Proprio questa dinamica di ascolto aperto e disponibile e di impegno a
incidere con efficacia evangelica nella realtà culturale rende possibile
un'apertura nuova anche in relazione alla Chiesa italiana. È anche in questa
prospettiva che si manifesta il valore del dono specifico di questa esperienza
missionaria, proprio perché consente di purificare la nostra visione di Chiesa
e di trovare quello slancio missionario che risulta necessario a partire dalla
nuova realtà sociale e culturale in cui siamo immersi».
Il cambiamento per chi va in missione è straordinario, a giudicare dalle
testimonianze raccolte durante la ricerca. «Si apprende un modo nuovo di stare
nella storia - spiega Dario Nicoli - , non più legata a schemi precostituiti. I
missionari "fidei donum" incontrati manifestano una maggiore capacità
di ascolto, che significa relazione e comprensione, nei confronti del contesto
in cui si trovano a operare, ma anche sorprendentemente un minore attaccamento
alle cose, rivelando di trarre alimento da qualcun "Altro" che rigenera, rinnova,
ravviva la propria vocazione».