«La gente,
dell’una e dell’altra parte, è molto stanca.
Vogliono solo che le cose si calmino.
Ma tutti sanno che non esiste una ricetta magica e che ci vorrà tempo».
Grande
soddisfazione per l’aumento dei pellegrini:
«Una crescita davvero inaspettata, il miglior augurio per il futuro».
L’incontro con il presidente palestinese Abu Mazen e l’invito alla Messa di
Natale.
Barbara
Uglietti
("Avvenire", 23/12/’07)
Dopo la "Conferenza di Annapolis" Padre Pierbattista Pizzaballa, "Custode di Terra Santa", si era detto fiducioso sulle possibilità di successo di un accordo atteso, però, dalla difficile verifica sul campo.
È passato quasi un mese, vede qualche progresso?
È ancora presto. Annapolis è
stato solo l’inizio di un cammino: ci sono già stati alcuni incontri ma credo
ci vorranno almeno tre o quattro mesi anche solo per capire se quel seme gettato
farà frutti.
Sulla carta, certo, va tutto bene, ma per ora resta un’ipotesi.
Ottimismo o scetticismo: qual è l’atteggiamento più diffuso tra gli attori del processo di pace?
Ci sono molti che credono sinceramente nella possibilità nata ad Annapolis, che sono pronti a scommettere e a rischiare. Il problema però non è "chi", ma "come", perché, mai come ora, serve una scelta condivisa, simultanea.
Il fatto è che le "forze negative" che da sempre ostacolano il processo di pace sembrano anche adesso più attive che mai. A sentirli, gli israeliani accusano Hamas, Hamas accusa gli occupanti, Fatah accusa Hamas e tutti accusano misteriosissime «influenze esterne». La responsabilità della destabilizzazione sta sempre da un’altra parte. Che contributo potrebbe dare Annapolis in questo contesto?
Indubbiamente è una situazione contorta, dove i rancori del passato rinnovano costantemente gli stessi meccanismi perversi. Le stesse paure. Da soli non ce la faranno di certo: proprio per questo credo serva uno sforzo enorme della comunità internazionale e dei Paesi arabi e in questo senso Annapolis ha fissato un impegno preciso.
Si dice anche sia assolutamente necessario un cambio di "leadership" da entrambe le parti, proprio per rompere schemi determinati da decenni di conflitto.
C’è bisogno di una "leadership" forte, e, soprattutto, serve una struttura che la supporti. E qui vedo molte mancanze: c’è confusione, divisione, incertezza da una parte e dall’altra.
Tra la popolazione palestinese, che subisce le conseguenze peggiori del conflitto, c’è un sentimento più positivo in queste settimane o no?
La gente è stanca, e non solo i palestinesi. Non vedono l’ora che la situazione quantomeno si calmi. Ma sono tutti consapevoli che non esiste una ricetta magica e che ci vuole tempo. Possono solo sperare.
Possono sperare un po’ meno i palestinesi della Striscia di Gaza, ora controllata da Hamas. Si parla di una situazione al limite del disastro umanitario.
Francamente non mi piacciono molto queste semplificazioni, questi "slogan": hanno sempre un risvolto politico. Gaza è indubbiamente isolata, tagliata fuori dal mondo, e sicuramente l’"embargo" rende la vita impossibile alla popolazione. Ma tra la gente, a qualunque fazione appartenga, c’è solidarietà. Condividono gli stessi problemi quotidiani e la stessa voglia che tutto si risolva.
Lei sta per incontrare il presidente dell’"Anp" Abu Mazen. C’è una richiesta in particolare che la comunità cristiana può rivolgere alle autorità palestinesi – come, a suo tempo, a quelle israeliane?
Incontrerò Abu Mazen per invitarlo alla Messa di mezzanotte del Natale. È una presenza gradita e ricca di significato. Quanto alle richieste, sono sempre le stesse: la nostra è una piccola comunità, abbiamo poca visibilità, ma ci siamo e vogliamo essere presi in considerazione.
Crede che i cristiani possano svolgere un ruolo di mediazione tra israeliani e palestinesi, soprattutto adesso, con l’impulso partito da Annapolis?
Come comunità cristiana non abbiamo rivendicazioni e quindi rappresentiamo un’"oasi" non minacciosa per nessuno: un "terreno di incontro", per restare nella metafora. Il problema è che siamo così tanto divisi che non so quanta credibilità possiamo avere.
Nei giorni scorsi lei ha parlato di qualche passo in avanti sulla questione dei visti, ma ha anche detto che i problemi legali che si trascinano da tempo stanno incontrando nuove difficoltà.
I problemi sul tavolo sono ancora molti, e richiedono non tanto una gratificazione dalle autorità ma una soluzione stabile, un riferimento chiaro di comportamento. Ma è Natale: prendiamoci una pausa di riflessione.
In compenso sono aumentati i pellegrinaggi.
C’è stata una crescita enorme, in una misura inaspettata. Sono più di un milione i pellegrini arrivati quest’anno: è davvero una grandissima soddisfazione. E il miglior segno di speranza.