SPERANZA DI PACE

Si svolge il 21 marzo in tutte le Chiese locali la "raccolta di fondi",
a favore dei "Luoghi Santi" e dei fedeli che li abitano.
L’invito del cardinale Sandri: «L’assenza di pace acuisce le difficoltà».

RITAGLI     «Cattolici di Terra Santa:     TERRA SANTA
aiuti per frenare l’esodo»

"Venerdì Santo" la "Colletta".
Il "Custode" di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: «Oggi siamo invisibili».
«La comunità soffre sempre di più.
In quarant’anni la percentuale dei cristiani è scesa dal 20 al 2 per cento.
A Betlemme si è passati dal 75 per cento al 12».
«Non c’è persecuzione, piuttosto non veniamo considerati,
né dai palestinesi, né dagli israeliani.
La sicurezza diminuisce, la tentazione di andarsene cresce. Ma c’è la speranza».

Muro di divisione in Palestina: ma una rete metallica non può separare i cuori!

Dal nostro inviato a Gerusalemme, Barbara Uglietti
("Avvenire", 16/3/’08)

Va un po’ meglio? «No, decisamente no». Lo dice di getto, padre Pierbattista Pizzaballa, "Custode francescano di Terra Santa", misurando sulle difficoltà quotidiane di chi vive da queste parti le ragioni di un pessimismo che solo il coraggio e la speranza della fede riesce a "comprimere". «Sì, insomma, è inutile raccontarsi storie: la comunità cristiana, qui, soffre e soffre sempre di più. I numeri parlano da soli».
E dicono che in 40 anni la percentuale dei cristiani in
Terra Santa è scesa dal 20% al 2%. Dicono che in una città come Ramallah, una volta considerata «città cristiana», con una comunità di circa 50mila fedeli, ora ne sono rimasti meno di 10mila. Dicono che a Gerusalemme, a partire dalla guerra del 1948, sono passati da 25mila a 14mila. Dicono, soprattutto, che a Betlemme sono scesi dal 75 al 12%.

Esodo, discriminazione, o cosa?

Vorrei chiarire che tutto questo non c’entra proprio nulla con fenomeni di persecuzione che vediamo in altri Paesi. Fortunatamente, siamo molto lontani da quelle prospettive estreme dove la comunità cristiana è finita nel "mirino". Qui, semmai, siamo nella situazione esattamente opposta: la comunità cristiana non è considerata, è "invisibile", e ogni forma di discriminazione è dettata proprio dalla sua "non-rilevanza". Che determina l’esodo. Oltretutto, i cristiani non sono un popolo a sé: sono palestinesi oppure israeliani, e subiscono tutte le conseguenze del conflitto. Sempre di più.

Per esempio?

Penso a quello che ha dovuto sopportare la comunità di Gaza, nelle scorse settimane. E anche qui in Cisgiordania le cose si stanno complicando. Pochi giorni fa c’è stata la strage al "Collegio rabbinico" di Gerusalemme Ovest e poi l’uccisione a Betlemme di alcuni miliziani considerati collegati all’attacco. Ebbene: usano le case dei cristiani o i tetti delle Chiese e dei Conventi per sparare o per fare "operazioni" di vario tipo e sono episodi sempre meno tollerati: "ferite" che restano. C’è sempre meno sicurezza ed è sempre più difficile vivere qui.

Perché allora i cristiani dovrebbero rimanere?

Beh, questo discorso non vale solo per i cristiani. Perché dovrebbero rimanere i musulmani? Perché dovrebbero rimanere gli ebrei? È dura per tutti, nello stesso modo.

E allora perché se ne vanno soprattutto i cristiani?

Perché hanno legami più stretti con la comunità cristiana che è in tutto il mondo. Sanno le lingue, hanno parenti fuori. Sono più tentati ad andarsene, avendo più possibilità. E poi c’è anche un altro dato che rende più evidente l’"esodo cristiano": se in una famiglia cristiana ci sono tre figli e ne va via uno, ne restano due; se in una famiglia musulmana ci sono sette figli e ne va via uno, ne restano sempre sei. Inoltre la presenza cristiana si impoverisce anche "territorialmente", perché chi se ne va vende le proprietà.
E se se ne vanno senza vendere, rischiano di vedere le proprietà "espropriate". È un grosso problema, questo, e purtroppo abbastanza comune.

"Espropri" da parte di chi?

Ci sono gruppi di potere che hanno imparato a gestire questo tipo di cose, un po’ come accade anche in Italia, nelle aree più "depresse", e in tanti altri Paesi nel mondo. Niente di "eccezionale" o "tipico", solo che qui questa cosa contribuisce alla lenta sparizione di un’intera comunità.

La "Colletta" del "Venerdì Santo" può darvi quindi un contributo...

Abbiamo certo bisogno di sostegno, ogni piccolo aiuto è benvenuto e utile. È un segno di "fratellanza" che porta sollievo a molte necessità concrete dei cristiani di questa regione. Si costruiscono case, si dà assistenza medica... Betlemme è ormai di fatto isolata dal "muro". Ramallah vive un’esplosione demografica che rende la minoranza cristiana ancor più minoranza.

C’è una "specificità" nel problema che vivono le diverse comunità?

Direi che Betlemme ha i problemi di tutte le altre comunità e, in più, e in modo particolare, quelli legati al "muro". Quanto alla questione demografica, l’aumento "esponenziale" della comunità islamica è un dato comune a tutte le aree. Ed è uguale il rapporto, inversamente proporzionale, con l’incidenza della comunità cristiana.

Ma è vero, come si dice, che negli ultimi anni i cristiani nell’area sono sempre meno benvoluti?

Direi che sono solo meno tutelati: "diversi", perché "non-musulmani", "non-ebrei". E quindi hanno più difficoltà a trovare lavoro, costruire una casa, avere assistenza.

Dall’11 settembre in poi c’è stata una tendenza alla "semplificazione", per cui tutto è colpa dell’estremismo islamico o del suo opposto. Si sta costruendo questo "alibi" anche per spiegare la condizione di cristiani di Terra Santa?

La comunicazione dei fatti oggi è molto veloce e deve essere netta e chiara. Il problema è che qui di veloce e netto e chiaro non c’è proprio nulla: siamo ancora alle prese con problemi antichissimi, dove si "mischiano" religione, politica, tutto. Quindi il rischio di una "riduzione" molto superficiale c’è. E questo fa un torto sia agli israeliani sia ai palestinesi. Perché non credo che ci sia una "politica" degli israeliani contro i cristiani e non credo ci sia una "politica" dei palestinesi contro i cristiani.

Politicamente, vede qualche "svolta" positiva?

Sicuramente le trattative riprenderanno, spero sia solo questione di tempo. Il problema sarà legare le trattative al terreno. Ma per adesso mi sembra tutto fermo.

La gente è fiduciosa?

Non molto. Ne hanno viste talmente tante. Però non c’è alternativa: bisogna fare tutti gli sforzi possibili per costruire un "terreno comune" di dialogo. Soprattutto adesso: la Pasqua è "trionfo" della vita e noi cristiani dobbiamo continuare a credere che le cose miglioreranno. Nonostante tutto.

.

«È l’assenza di una stabile pace ad acuire nei "Luoghi Santi" antichi problemi e povertà e a generarne di nuovi. I cristiani che vi abitano meritano, pertanto, la prioritaria attenzione della Chiesa cattolica e delle altre Chiese e comunità ecclesiali, le quali hanno sempre bisogno del "vivente carisma delle origini" e della singolare vocazione "ecumenica" e "interreligiosa" di cui essi sono portatori». Così ha scritto a tutti i vescovi il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della "Congregazione per le Chiese Orientali", per ricordare la "Colletta" che anche quest’anno si svolge nel "Venerdì Santo", secondo una secolare tradizione, varie volte rinnovata nei tempi e nelle modalità. Occasione per rafforzare la vicinanza ai cristiani di Terra Santa, che sempre più hanno bisogno del sostegno, anche materiale, dei fedeli di tutto il mondo.
«Si auspica che la
"Colletta" riceva costante accoglienza da parte di tutte le Chiese locali – sottolinea il prefetto – , perché possa crescere il "movimento" di carità che, per mandato del Papa, la nostra "Congregazione" coordina al fine di garantire alla Terra Santa, in modo ordinato ed equo, il sostegno necessario alla vita ecclesiale ordinaria e a particolari necessità».