Lettera a
Don Andrea Santoro, dopo aver letto la sua…
Franco Vaccari
("Avvenire", 5/3/’06)
Caro Don Andrea,
leggo la tua lettera e mi immergo nella tua chiesa, a Trabzon, una delle poche
non trasformate in moschea. Non conosco la Turchia: potrei essere un italiano
speculare ai tanti turchi che pensano a noi come ai "franchi"; anch’io
sono cresciuto, come te, in un ambiente dove certi ricordi drammatici erano
stemperati da un ironico «Mamma li turchi!». Ti ho letto con interesse e ti
dico perché. Sento la gente che passa per strada: la porta della chiesa è una
quinta da cui improvvisamente irrompono personaggi diversi che accogli senza...
perdere la Trebisonda: ragazzi vocianti e strafottenti, ragazze musulmane
curiose, giovani ubriachi, signore russe angariate da suocere musulmane. Li
chiami «fili d’erba», ma forse non sarebbero stati così se tu non li avessi
raccolti e fatti sentire a casa propria, pur nella diversità. La steppa intorno
cede lo spazio alla luce che le tue parole riflettono: «Il dolore vissuto con
abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza,
fonte di ricchezza, grembo di fecondità». Mi fai vedere quella gente con
simpatia e mi dai una luce anche per la steppa urlante di casa nostra. Vado a
messa in una chiesa nel centro storico della mia città, dove il prete
novantatreenne quasi ogni sabato sera ha il muro imbrattato, una pianta rubata,
un leggìo divelto. Intorno all’altare prega con qualche bambino: novant’anni
di distanza, culturalmente mille. Qui non ci sono ubriachi in auto – siamo in
una zona a traffico limitato – ma la piazzetta è disseminata di bottiglie di
birra scolate da ragazzini che spesso spintonano senza chiedere scusa e,
talvolta, si catapultano in chiesa e poi scappano, per scommessa. Non sono
musulmani, non sono una minoranza, non sappiamo come si sentono. Me lo chiederò
di nuovo, facendo mie le tue parole: «Il male che si riceve, a volte ti rimette
sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato». Conosco alcuni musulmani:
minoranza loro qui, minoranza tu lì. Ma è solo un problema di maggioranza?
Vince chi è più forte in quel momento o in quel luogo? Ti leggo e ti
ringrazio, perché mentre sembra che tutto congiuri per farci reciprocamente
paura, tu sei radicato in una speranza che la ingoia. Metti a confronto i due
"fondatori" (Maometto e Gesù) e mi fai comprendere che la sfida
pacifica la vince chi è capace di fondare una società che sia casa di tutti.
Lo sai, al bar o in bus circolano parole che eccitano passioni, per questo
accolgo il tuo invito: «La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare». Un
supplemento di responsabilità: è davvero l’epoca in cui un battito d’ali
in un punto del pianeta provoca un tornado all’estremo opposto. Se è vero che
siamo su un enorme focolaio, sono d’accordo con te che ricordi alle ragazze
musulmane: «Che fai, butti legna? No, acqua». Seguendoti, si cammina in alto,
su crinali con versanti che descrivi come «due errori da evitare»: il
catastrofismo che pensa «impossibile la convivenza» e il buonismo che non
coglie il dramma presente. «Non bisogna essere buoni, bisogna essere santi»,
ripetevi ai tuoi parrocchiani della chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio, a Roma.
Chi cammina su un crinale lascia indietro chi vede un solo versante. Anche dove
eri fino a qualche giorno fa resta qualcuno che coglie solo una parte, ma l’ultima
tua traversata – passaggio tragico e luminoso – ha la forza di una notizia
che non sarà manipolata: il fuoco brucia la pula. Su questo crinale sei salito
e sei vivo. Lo ripeterò: «Male più male uguale doppio male. Ci vuole il
doppio di bene per arginare il male», il bene di una madre che ha fatto fiorire
un gran bene da un male tremendo.