L'ALTRA ASIA

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Acqua, profughi e democrazia: le sfide di un Paese «all'ombra» dell'India.
Finora il fondamentalismo islamico
non è riuscito a mettere radici nel Paese.
Ma il suo attivismo e la mancanza di prospettive di molti giovani
rendono incombente il pericolo.

Stefano Vecchia
("Avvenire", 1/6/’07)

C'è un'Asia che fatica a farsi strada tra i "record" e le convulsioni del continente e di conseguenza ad essere conosciuta e riconosciuta. Di quest'Asia "minore" per opportunità, realizzazioni e ruolo strategico, che non ospita conflitti devastanti e non pretende un ruolo egemonico, il Bangladesh è l'esempio forse più importante.
In quanto a dimensioni e ruolo economico è certamente una realtà minore, ma la sua popolazione di 150 milioni e la sua realtà di stato islamico al confine nordorientale del "colosso" indiano, oltre che naturale area di connessione tra subcontinente indiano e Sudest asiatico, fa di questo Paese anzitutto un luogo di passaggio, di transito tra genti e culture e anche di... fortune.
La sua storia recente inizia nel 1971 con una sanguinosa guerra di liberazione dal soffocante abbraccio con il Pakistan cui la parte orientale del Bengala, a forte presenza musulmana, era stato destinato dagli accordi per la spartizione su linee confessionali dell'ex Impero britannico dell'India. Per ironia della storia, il troncone orientale di un Paese "artificiale", sorto per ospitare i musulmani che non avevano optato per un'India indipendente a maggioranza "hindu" si ritrovò ad essere colonizzato a sua volta da un Pakistan occidentale unito nella fede ma diverso per quasi tutto il resto, oltre che determinato a fare della sua appendice ad Oriente, separata da quasi duemila chilometri di ostile territorio indiano, un fornitore di risorse a buon mercato.
Dando in cambio una lingua e una cultura estranee a questa terra. Così, approfittando di un momento di debolezza "democratica" del Pakistan occidentale, allora sotto la guida del popolista Zulfikar Ali Bhutto, intenzionato a tenere i militari lontani dal potere, e con il concreto appoggio dell'India di Indira Gandhi, il Pakistan Orientale combatté e vinse la sua guerra di liberazione che gli portò la libertà. Un'indipendenza costata oltre 2 milioni di morti e 3 milioni di profughi, che liberò il Paese da una dominazione soffocante, ma non dalla povertà e lo inserì inevitabilmente nell'orbita di significativi interessi indiani.
Privato, dopo la separazione del '47, delle industrie in grado di trattare i suoi prodotti principali ("juta" in testa) rimasti nello Stato indiano del Bengala occidentale e, dopo l'indipendenza, privato anche del mercato pachistano, il neonato Bangladesh è entrato nel dimenticatoio della storia, se non per periodici e sovente traumatici cambi della guardia al potere e per una serie quasi ininterrotta di catastrofi naturali.
Le aree che inglobano la parte orientale del delta del Gange-Brahmaputra e la foce del Meghna e che costituiscono il nucleo del paese, ospitando anche grandi centri come Khulna, Jessore, Rajshahi e la capitale Dacca, sono tra le più insalubri dell'Asia ma soprattutto sono soggette alla mutevolezza delle maree, alla velocità dei tifoni e alla intensità delle precipitazioni piovose. Le isole del delta, che nei secoli hanno rappresentato rifugio e opportunità per gruppi di popolazione più povera, sono anche una trappola mortale quando l'acqua si alza sopra i livelli considerati abituali. Decine di isole si formano, si trasformano e scompaiono nel corso dell'anno, e la crescita del livello del mare (conseguenza del riscaldamento del pianeta) sta mettendo a rischio direttamente o indirettamente milioni di bengalesi.
L'acqua è risorsa e insieme problema. Le tensioni con l'India, sovente definite dall'immensa sproporzione tra i due eserciti, derivano in massima parte dalla gestione dei fiumi, che scorrono nella parte terminale in Bangladesh ma dei quali lo stato indiano tiene saldamente i "rubinetti" e che gestisce in base ad accordi spesso incerti, soprattutto in base alle proprie necessità, scaricando a volte milioni di metri cubi di acqua in terre già sature, concausa di inondazioni disastrose per le coltivazioni e le proprietà agricole, spesso anche per la popolazione.
Terra «incerta» nel suo continuo porsi tra acque e cielo, il Bangladesh ha nella sua abbondante popolazione un'altra ricchezza potenziale e insieme un problema, da gestire con difficoltà, alla ricerca di opportunità quasi sempre negate e al centro di un altro contenzioso col colosso indiano. La questione dei profughi e degli immigrati irregolari, in un compenetrarsi di 4.000 chilometri di frontiere non sempre definite, complicate dalla presenza di "enclave" bengalesi in territorio indiano, fornisce frequenti occasioni di contrasto. Le periodiche ondate di violenze della popolazione indiana contro gli immigrati bengalesi dipendono in ugual modo da povertà contrastanti, da ignoranza e da una gestione politica delle necessità e degli umori ai due lati del confine. E alle spalle dei civili si definisce il ruolo dei militari, in Bangladesh ancora più che nella democrazia indiana, e ancor più con un ruolo di "custodi" dei valori e dell'unità nazionale, pronti a sostituire le armi del dialogo e della comprensione con il crepitare dei fucili.
Contrariamente a molti Paesi del Terzo Mondo, il Bangladesh si è mantenuto relativamente stabile ed estraneo alle principali tensioni internazionali. Se dal 1991 la sua democrazia è stata contrassegnata da numerosi e non sempre indolori cambi di governo, i suoi "leader" sono stati scelti dagli elettori in un'alternanza di potere tra i due maggiori partiti: la Lega Awami e il Partito nazionale del Bangladesh, sotto la guida rispettivamente di due donne eredi di una tradizione politica, Sheikh Hasina e Khaleda Zia. I programmi dei due partiti differiscono di poco, e le tendenze filo-indiana del primo e filo-pachistana del secondo comunque sfumano rispetto alla preponderante personalità delle due contendenti.
E proprio questa rivalità, che ha dominato la vita politica per gli ultimi 15 anni ha giustificato l'ennesimo colpo di mano con cui i militari lo scorso anno, dopo elezioni dalla incerta validità, hanno insediato un governo provvisorio destinato probabilmente a condurre verso nuovo elezioni nel 2008.
Finora il Bangladesh è riuscito a restare defilato rispetto alle tentazioni di un islam integralista e "jihadista" che non ha finora dimostrato una grande capacità di attrazione sui milioni di giovani privati di prospettive e che in un'adesione più forte ai dettati islamici vedono qualche certezza. Ma il volto di Benladen, che si alternava ai proclami elettorali sui muri di Dhaka nell'ultima campagna elettorale, potrebbe in un futuro non lontano non essere più quello di un semplice spettatore.