«Mai visto un orrore così
nella mia vita»
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Da Bangkok,
Stefano Vecchia
("Avvenire", 18/11/’07)
«Non ho mai visto una cosa del
genere in 47 anni di vita. Il panico è oltre ogni descrizione. La gente non ha
potuto fare altro che gridare per il terrore e la disperazione finché il
ciclone non è caduto d’intensità». Khalilur Rhman, la cui testimonianza è
stata raccolta come molte altre dai pochi cronisti che hanno raggiunto la zona
del disastro, non è un novellino delle catastrofi che periodicamente colpiscono
il Bangladesh, in quanto funzionario governativo di Patuakhali, una delle aree
devastate dal ciclone.
"Sidr",
definito dalla stampa locale un «superciclone», ha colpito anzitutto la regione
delle Sunderbans, un tempo rifugio di tigri, pirati e malaria, oggi frontiera
naturale tra una minaccia sempre più frequente che arriva dal mare e una
terraferma che solo pochi centimetri sollevano da oceano e delta di Gange e
Brahmaputra. Una palude immensa, distesa tra India e Bangladesh,
dai mille bracci e dai molti volti, «nuova frontiera» per milioni di abitanti
in cerca di qualche briciola di benessere in uno dei paesi più poveri al mondo.
«L’occhio del ciclone ha preso terra attraversando il fiume Bolesar presso le
Sunderbans, radendo al suolo tutto quanto ha trovato sul suo percorso nei
distretti meridionali prima di raggiungere Faridpur e successivamente Dacca.
Perdendo energia, il ciclone si è diretto verso Sylhet lasciando il proprio
segno sulle città di Comilla e Mymensingh». Nel secco comunicato
"Caritas", stanno insieme il senso della tragedia e un modo diverso,
in parte nuovo con cui il Bangladesh inizia ad affrontare un nemico insidioso e
mortale, un tempo solo subito, oggi affrontato in un’ottica di prevenzione e
di interventi successivi coordinati e mirati. Oltre tre milioni di persone erano
state evacuate dalle regioni costiere, limitando così con certezza la perdita
di vite umane. «Il bilancio finale di questo ciclone, per quanto incerto, non
potrà raggiungere i dati di quello del 1970 che fece 300mila vittime o le
130mila di quello del 1991», ha dichiarato il coordinatore delle "Nazioni
Unite" per le questioni umanitarie per la regione "Asia-Pacifico", appena
giunto nella capitale bengalese.
La "Caritas" locale aveva seguito con attenzione l’avvicinarsi del
ciclone, allertando le sue strutture prima che l’evento atmosferico irrompesse
sul piatto territorio bengalese, devastandolo. Dalla notte di giovedì e fino a
ieri sera si è fortemente impegnata, sia a livello centrale, sia con le sue
strutture locali, per raccogliere informazioni e intervenire di conseguenza in
una situazione assai difficile.
Come emerge dalla testimonianza di Hari Das, funzionario "Caritas"
nella regione di Khulna. «A Rampal il 35% delle abitazioni non in muratura sono
state distrutte e il 90% degli alberi abbattuti. La popolazione ha cercato
rifugio in strutture più resistenti, come gli edifici governativi». Al calare
d’intensità dell’evento naturale, molti si sono affrettati a prendere la
via del ritorno. Un ritorno che, come testimonia ancora Hari Das, rischia di
essere inutile e pericoloso: «Se continuassero le piogge, dovranno tornare ai
rifugi oppure chiedere ospitalità ai parenti, per non correre ulteriori rischi». Rischi come i danni ancora difficili da quantificare. «Occorreranno
parecchi giorni, forse settimane, per conoscere il numero delle vittime e l’entità
dei danni», ha dichiarato Ayub Miah, un funzionario del "Ministero per le
Calamità". Intanto le emergenze già in corso sono quella alimentare e
sanitaria. «Dobbiamo muoverci con grande rapidità per portare cibo a quanti
corrono maggiori rischi», ha detto ieri il rappresentante a Dacca del
"Programma alimentare mondiale", Douglas Broderick. Per questo il
"Pam" ha avviato la distribuzione di razioni di biscotti per 400mila
persone, necessarie in aree dove manca anche legna e combustibile.