Bangladesh:
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«Migliaia le vite salvate dalla
prevenzione»
In molti sono
stati protetti dai rifugi: strutture di cemento a due piani.
La Chiesa ne ha costruiti oltre 220 tra l’85 e il ’96.
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Non appena è apparsa
chiaramente la dimensione della catastrofe che stava nuovamente per abbattersi
sul Bangladesh,
la "Caritas", come altre "organizzazioni umanitarie", ha
attivato le proprie strutture e contribuito ad evacuare le popolazioni dalle
zone che prevedibilmente sarebbero state interessate dal ciclone "Sidr",
un evento "forza 4", vicino al massimo sulla scala che misura questi
fenomeni atmosferici. Non nuovi per il territorio dell’attuale Bangladesh, che
negli ultimi 130 anni è stato colpito da un’ottantina di tifoni devastanti
che hanno fatto oltre 2 milioni di vittime. Non a caso, a salvare molti dalla
morte sono stati questa volta ancora più di altre i rifugi
"anticiclone", strutture a due piani in cemento dove la gente si
rifugia al piano più alto. La sola "Caritas" ne ha costruiti oltre
220 negli anni tra il 1985 e il 1996. La loro efficacia è confermata dalla
testimonianza di un insegnante del villaggio di Joymoni, che sorgeva presso la
maggiore foresta di mangrovie del paese. Secondo Sarder Jalal Uddion, ben 2.000
persone del villaggio si sarebbero salvate rifugiandosi nella struttura in
cemento e nella scuola dove lavora, entrambe costruite dalla
"Caritas". «I nostri operatori – spiega Akhila D’Rozario,
responsabile di "Caritas Bangladesh" per la gestione delle emergenze e
per i progetti di sviluppo – hanno passato la notte con le persone che hanno
trovato riparo nei rifugi "anticiclone" per dare loro anche un
sostegno psicologico».
«Purtroppo – prosegue D’Rozario – in alcune zone sono stati distrutti
quasi il 90% degli alberi, compresi quelli di mango e altri alberi da frutto che
davano sostentamento alla popolazione. Bisogna con l’aiuto di tutti
rimboccarsi le maniche e proseguire negli interventi di aiuto, senza
scoraggiarsi». Importante la collaborazione tra la "Caritas
Bangladesh" e organizzazioni protestanti, in particolare con "World
Vision". Insieme stanno distribuendo razioni d’emergenza e coperte a una
popolazione non solo privata del necessario, ma ancora atterrita da un fenomeno
come non si vedeva da molti anni, che ha alzato sulle basse coste bengalesi onde
alte anche cinque metri, sollevate da un vento a 250 chilometri orari che ha
spianato tutto quanto non fosse in solida muratura. In particolare, la
"Caritas Bangladesh" ha avviato da due giorni la distribuzione di
riso, lenticchie, sale e olio a circa 20mila famiglie e sta organizzando la
distribuzione di capi di vestiario e coperte.
Comunque, la situazione resta grave.
«La perdita delle abitazioni, dei raccolti invernali e di alberi è drammatica
nelle aree interessate dal ciclone», ha comunicato Alo Benedict D’Rozario,
direttore della "Caritas" locale, al ritorno da una visita al
distretto di Mongla, tra i più colpiti, aggiungendo che proprio per questo
"Caritas" ha in progetto di fornire abitazioni temporanee a diverse
famiglie. A sei giorni dal disastro che ha toccato questo Paese nella notte del
15 novembre, cresce costantemente il numero delle vittime, che ormai sfiora le
3.500, mentre varie fonti parlano di un bilancio finale che potrebbe arrivare a
10mila, in buona parte piccoli agricoltori, braccianti e pescatori. Tra le molte
emergenze del "dopo-ciclone", vi è quella sanitaria. In una
drammatica testimonianza, padre Mrityunjoy Dafadar, parroco della parrocchia di
Shelabunia, sulla costa, chiede l’intervento della Chiesa e del governo. «I
trenta rifugi "anticiclone" della parrocchia sono pieni di migliaia di
persone e in queste condizioni la possibilità di un’epidemia è reale», ha
detto sottolineando anche le necessità di cure mediche di molti dei
"senzatetto".