UN PAESE IN GINOCCHIO

RITAGLI     Bangladesh:     MISSIONE BANGLADESH
«Migliaia le vite salvate dalla prevenzione»

In molti sono stati protetti dai rifugi: strutture di cemento a due piani.
La Chiesa ne ha costruiti oltre 220 tra l’85 e il ’96.

Donne e giovani bengalesi, in attesa dei soccorsi!

Da Bangkok, Stefano Vecchia
("Avvenire", 21/11/’07)

Non appena è apparsa chiaramente la dimensione della catastrofe che stava nuovamente per abbattersi sul Bangladesh, la "Caritas", come altre "organizzazioni umanitarie", ha attivato le proprie strutture e contribuito ad evacuare le popolazioni dalle zone che prevedibilmente sarebbero state interessate dal ciclone "Sidr", un evento "forza 4", vicino al massimo sulla scala che misura questi fenomeni atmosferici. Non nuovi per il territorio dell’attuale Bangladesh, che negli ultimi 130 anni è stato colpito da un’ottantina di tifoni devastanti che hanno fatto oltre 2 milioni di vittime. Non a caso, a salvare molti dalla morte sono stati questa volta ancora più di altre i rifugi "anticiclone", strutture a due piani in cemento dove la gente si rifugia al piano più alto. La sola "Caritas" ne ha costruiti oltre 220 negli anni tra il 1985 e il 1996. La loro efficacia è confermata dalla testimonianza di un insegnante del villaggio di Joymoni, che sorgeva presso la maggiore foresta di mangrovie del paese. Secondo Sarder Jalal Uddion, ben 2.000 persone del villaggio si sarebbero salvate rifugiandosi nella struttura in cemento e nella scuola dove lavora, entrambe costruite dalla "Caritas". «I nostri operatori – spiega Akhila D’Rozario, responsabile di "Caritas Bangladesh" per la gestione delle emergenze e per i progetti di sviluppo – hanno passato la notte con le persone che hanno trovato riparo nei rifugi "anticiclone" per dare loro anche un sostegno psicologico».
«Purtroppo – prosegue D’Rozario – in alcune zone sono stati distrutti quasi il 90% degli alberi, compresi quelli di mango e altri alberi da frutto che davano sostentamento alla popolazione. Bisogna con l’aiuto di tutti rimboccarsi le maniche e proseguire negli interventi di aiuto, senza scoraggiarsi». Importante la collaborazione tra la "Caritas Bangladesh" e organizzazioni protestanti, in particolare con "World Vision". Insieme stanno distribuendo razioni d’emergenza e coperte a una popolazione non solo privata del necessario, ma ancora atterrita da un fenomeno come non si vedeva da molti anni, che ha alzato sulle basse coste bengalesi onde alte anche cinque metri, sollevate da un vento a 250 chilometri orari che ha spianato tutto quanto non fosse in solida muratura. In particolare, la "Caritas Bangladesh" ha avviato da due giorni la distribuzione di riso, lenticchie, sale e olio a circa 20mila famiglie e sta organizzando la distribuzione di capi di vestiario e coperte.
Comunque, la situazione resta grave.
«La perdita delle abitazioni, dei raccolti invernali e di alberi è drammatica nelle aree interessate dal ciclone», ha comunicato Alo Benedict D’Rozario, direttore della "Caritas" locale, al ritorno da una visita al distretto di Mongla, tra i più colpiti, aggiungendo che proprio per questo "Caritas" ha in progetto di fornire abitazioni temporanee a diverse famiglie. A sei giorni dal disastro che ha toccato questo Paese nella notte del 15 novembre, cresce costantemente il numero delle vittime, che ormai sfiora le 3.500, mentre varie fonti parlano di un bilancio finale che potrebbe arrivare a 10mila, in buona parte piccoli agricoltori, braccianti e pescatori. Tra le molte emergenze del "dopo-ciclone", vi è quella sanitaria. In una drammatica testimonianza, padre Mrityunjoy Dafadar, parroco della parrocchia di Shelabunia, sulla costa, chiede l’intervento della Chiesa e del governo. «I trenta rifugi "anticiclone" della parrocchia sono pieni di migliaia di persone e in queste condizioni la possibilità di un’epidemia è reale», ha detto sottolineando anche le necessità di cure mediche di molti dei "senzatetto".