SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE, MA ANCHE REAZIONE INTERNA
Il Bangladesh sconvolto
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si ribella alle sue ferite
Stefano
Vecchia
("Avvenire",
23/11/’07)
Chiama tutti in causa il Bangladesh
sconvolto dalla furia della natura. Ancora una volta il mondo è interpellato,
chiamato ad uscire dall’indifferenza di chi non ama guardare drammi lontani.
La solidarietà internazionale è un obbligo di fronte a un’emergenza fatta di
vittime, sfollati, rovine. Quel Paese non può far da solo, pur se ha imparato
negli anni a trovare anche nelle proprie forze la spinta per reagire. E anche
stavolta i segnali non mancano. Da un lato la "Grameen
Bank",
protagonista nel campo del "microcredito" e della finanza solidale, non sta
facendo mancare risorse preziose a una popolazione attonita e dal futuro
incerto; e organizzazioni con strutture rodate sul territorio – come la
"Caritas" – sono attive nelle iniziative di primo soccorso e nel
sostegno alla ricostruzione; dall’altro il governo locale sta cercando di
mobilitare forze che hanno la caratteristica della limitatezza ma non più
quella dell’improvvisazione... Il Bangladesh che reagisce in questi giorni
alle distruzioni e ai lutti portati dal megaciclone "Sidr"
non è più il Paese prostrato e sconfitto di ancora non molti anni fa: quello
del 1991, colpito da un altro ciclone che fece 140mila vittime, o del 1970,
quando i morti furono addirittura 500mila. Tragici eventi naturali simili fra
loro nello svolgimento e nella forza, che non hanno però avuto lo stesso
bilancio di vittime, e forse non è un caso. Negli anni, supportato da una
migliore tecnologia, da risorse di origine straniera sempre ingenti ma meglio
gestite, da esperienza propria e altrui, anche questo sfortunato Paese asiatico
sembra avere imparato. Prevenzione e capacità di reazione hanno in buona parte
preso il posto del fatalismo.
Strutture permanenti monitorano gli immensi spazi aperti davanti alle basse
coste bengalesi, piattaforme in cemento tentano di offrire rifugio a molte
migliaia di persone al di sopra del livello di rischio, servizi d’emergenza
sono pronti ad entrare in azione, spesso supportati da scorte di medicinali,
mezzi e viveri. Tutto ciò ovviamente può non bastare contro la furia della
natura e la sue conseguenze; e le oltre 3.000 vittime di Sidr stanno a
dimostrarlo. E su questo la comunità internazionale non può essere assente. Ma
i passi compiuti aiutano se non altro a non considerare ogni colpo inferto come
inevitabile e a mantenere accesa la speranza di un futuro, qualunque sia, per
140 milioni di persone. In realtà è un po’ tutta l’Asia, minacciata da
cambiamenti climatici che già incrementano l’altezza delle maree e spingono
sulle coste impressionanti tempeste tropicali, ad aver iniziato a cercare un
punto di equilibrio tra necessità di difesa delle popolazioni e collera della
natura. Un punto di non ritorno, se occorre trovarne uno per tutto il
continente, è stato probabilmente lo "tsunami' del 26 dicembre 2004. La
grande onda anomala che quel giorno devastò in poche ore le coste dell’Asia
meridionale e dell’Africa orientale provocando 220mila vittime, da un lato ha
scosso la concezione dell’inevitabilità di certi eventi naturali e
soprattutto delle loro conseguenze sulle popolazioni; e dall’altro ha portato,
forse per la prima volta con questa intensità, a considerare quest’area non
più come un lontano epicentro di catastrofi, una periferia del mondo
sovraffollata e "imbelle". I centri approntati allora per l’emergenza si sono
quasi ovunque trasformati in strutture permanenti di protezione civile. E il
moltiplicarsi in tutta la regione dei corsi universitari di difesa ambientale,
di prevenzione dei disastri naturali e di gestione delle emergenze sono stati
ulteriori passi lungo una strada che questa parte del mondo è obbligata a
percorrere.