THAILANDIA - "CENTRO ST. JOSEPH"

Il direttore Marco Monti: «La cosa importante è educare a un cambio di mentalità.
Seminiamo, ma c’è già qualche frutto».

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che c’è una possibilità anche per loro»

Da Phrae (Thailandia), Stefano Vecchia
("Avvenire", 2/12/’07)

«Il nostro desiderio è fare di questo centro un piccolo esempio di "riabilitazione umana possibile", offrendo un servizio sempre più qualificato. Uno degli scopi del mio essere missionario laico in questa terra è essere attento all’insondabile sofferenza degli innocenti». Fr. Marco Monti, 43 anni, originario di Bovisio Masciago (Milano), è il direttore del "Centro St. Joseph", dove lavora dal 2002.

Qual è l’itinerario che ti ha condotto fin qui?

Prima ero stato in Cambogia per due anni per seguire la formazione dei missionari laici del "Pime". La mia formazione personale si era concretizzata nella "Comunità di Taizé", mentre quella culturale e professionale risale all’università, dove avevo studiato "Scienze politiche". Come obiettore di coscienza ho lavorato in Italia con i disabili mentali e la scelta di Phrae ha unito queste esperienze con le conoscenze linguistiche, culturali e pratiche acquisite in Cambogia. Il "Centro" era stato avviato tre anni prima dall’"Associazione laici Pime" ("Alp") con il sostanziale sostegno dell’"otto per mille". Un membro dell’"Alp", Claudio Vezzaro, aveva provveduto alle prime costruzioni e un altro, Mirca Munaretto, alla raccolta dei dati sul territorio. Formalmente sono il direttore, ma faccio un po’ di tutto: insegnante, autista, giardiniere, secondo le necessità. Incontro personalmente ogni caso segnalato per rendermi conto del contesto in cui le persone vivono. Parlando il "thai" sono facilitato e questo favorisce l’incontro, anche con i familiari che vengono al centro a portare i loro figli e a visitarli.

Un’istituzione ben caratterizzata che tuttavia sta creando un rapporto diverso con l’ambiente che la circonda…

Una delle mie finalità è creare uno stretto rapporto con le istituzioni locali. Dobbiamo lasciare un segno per la gente del posto, testimoniare che c’è una possibilità per i disabili. La cosa più importante è fare un lavoro educativo, aiutare a un cambio di mentalità. Sfrutto la mia «esoticità» di straniero per smuovere le acque, anche a livello di istituzioni. Ricordo come durante un incontro sulla "disabilità", stanco di sentire utilizzare termini che davano un senso dispregiativo al termine "disabilità", ho gelato tutti domandando: cos’è la normalità? In un’altra occasione, durante un incontro con le autorità locali ho chiesto: io e voi mangiamo cibi diversi, io sono chiaro e voi scuri. Chi è il diverso? Piccole provocazioni che però lasciano un segno, gettano semi. E qualche frutto si vede…

Ci sono dei progetti in cantiere?

Vorrei avere più rapporti con i centri disabili in Italia, cosa non facile… A volte arrivano dei volontari, ma non sono molti: spaventano la lingua, l’impatto culturale, le difficoltà burocratiche. Abbiamo avuto una neolaureata in "Scienze dell’educazione" dall’"Università di Padova" per il suo periodo di tirocinio, ci sono stati fisioterapisti italiani che ci hanno aiutato per brevi periodi su base personale, ma per ora restiamo un’iniziativa poco conosciuta. Stiamo lavorando all’avvio di iniziative imprenditoriali (laboratori "protetti") che consentano ai disabili che gravitano sul nostro "Centro" di mantenersi, vivendo fuori la loro vita. Infine, in un Paese in cui la gente tende a «non vedere» ciò che disturba, una grande sfida è quella delle gite. Ne abbiamo organizzate diverse per rendere più visibili i nostri disabili e mostrare che basterebbe poco a rendere strutture frequentatissime, come il "Palazzo Reale" o la ferrovia sopraelevata della capitale, accessibili a tutti.