IL FATTO

Via libera all’organismo misto, cambogiano e internazionale,
per anni boicottato dalla "leadership" del Paese.
Farà luce sui responsabili del massacro di 2 milioni di persone,
un quarto della popolazione.
I conti con un passato che continua a pesare.

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Cambogia, un tribunale speciale
per fare giustizia sul genocidio

Resti di un "killing field", campo di prigionia dei Kmer rossi in  Cambogia...

Stefano Vecchia
("Avvenire", 16/6/’07)

Con l'avvio formale dei lavori del Tribunale speciale internazionale per il genocidio cambogiano - in seguito all'approvazione, il 15 giugno, del regolamento interno - giunge a conclusione un lungo "iter" per portare di fronte alla giustizia i Khmer rossi responsabili del massacro di due milioni di cambogiani negli anni tra il 1975 e il 1979. Ma viene anche in primo piano il ruolo della comunità internazionale rispetto al passato e al presente del Paese. Il tribunale misto cambogiano-internazionale è frutto di delicati equilibri: voluto dalla comunità mondiale ma per anni boicottato dalla "leadership" cambogiana, che ha molti ex Khmer rossi tra le sue file e molti che preferirebbero l'oblio collettivo. Nessuno di essi ha avuto un ruolo di rilievo nel governo della Kampuchea Democratica. Ma tutti sapevano e non hanno voluto o potuto intervenire: «Da uno al cinque per cento dei nostri connazionali sono traditori. I nemici sono tra noi, tra i soldati, tra i lavoratori, nelle cooperative e anche nelle nostre fila. Questi nemici devono essere gradualmente cancellati»: così recita il diario di un aiutante di Ieng Sary, personaggio vicino al «Fratello n. 1», Pol Pot, che riprende la visione prevalente nella "leadership" Khmer rossa. Il regime di cui faceva parte andò ben oltre. Il 1975 rappresentò «l'anno zero» per i Khmer rossi che intendevano creare una società basata sui principi di un comunismo con radici contadini e nazionaliste. Per questo, dal 1975 al 1979 il regime guidato da Pol Pot massacrò un quarto della popolazione, di fatto riportando il Paese indietro di secoli. Basti pensare che all'ingresso dei vietnamiti a Phnom Penh, «liberatori» di un Paese trasformato in un campo di lavoro e di sterminio, gli abitanti della capitale erano solo 30mila: gli altri a centinaia di migliaia erano stati deportati nelle campagne e in buona parte morti per stenti e percosse nei "killing fields", le risaie e le piantagioni trasformate in campi di lavoro; oppure a seguito della «rieducazione» in scuole diventate centri di tortura ed esecuzioni sommarie.
Un atto formale, quello dell'approvazione del regolamento interno al Tribunale, indica l'avvio di un cammino segnato già da interruzioni e polemiche che prevedibilmente lo seguiranno sino alla fine e pesanti interferenze denunciate più volte da diverse parti, tra cui "Human Rights' Watch". Ancora pochi mesi fa esponenti politici a Phnom Penh e lo stesso ex principe Norodom Sihanuk esprimevano scetticismo sulla possibilità che il tribunale arrivasse a giudicare i pochi personaggi di rilievo rimasti del regime Khmer, in età avanzata e quasi tutti di salute malferma. Così, l'accusa al massimo potrà portare in aula una cinquantina tra anziani "leader" e quadri intermedi di un regime che contava oltre un migliaio di responsabili, raccolti attorno a un Comitato centrale di una ventina di membri. Restano però la memoria di pochi e una impressionante mole di documenti. Soltanto gli archivi della polizia segreta, il Santebal, conta centinaia di migliaia di pagine che riportano le decisioni dei vertici khmer.
Difficile scommettere sui risultati del tribunale, davanti al quale i primi imputati si presenteranno all'inizio del prossimo anno. Resta tuttavia la rilevanza simbolica di questa operazione, che i cambogiani approvano nella grande maggioranza, anche se la smemoratezza e il disincanto di una popolazione in buona parte nata e cresciuta nel "post-genocidio", hanno preso il posto della rassegnazione dei sopravvissuti.
Chea Muoy Kry, a capo del programma di pacificazione nazionale del "Catholic Relief Services", ritiene che il senso del Tribunale sia anche di «vaccinare» i giovani contro la tentazione del negazionismo. «Molti ex Khmer rossi ora hanno paura e tentano di nascondere il passato, inducendo i giovani a non credere al genocidio. Molti ci chiedono dove siano le prove e rifiutano di accettare quanto diciamo finché non li portiamo sui "luoghi-simbolo" della tragedia cambogiana. E anche allora la realtà è così orribile che faticano a crederci».