Via libera all’organismo
misto, cambogiano e internazionale,
per anni boicottato dalla "leadership" del Paese.
Farà luce sui responsabili del massacro di 2 milioni di persone,
un quarto della popolazione.
I conti con un passato che continua a pesare.
Con l'avvio formale dei lavori
del Tribunale speciale internazionale per il genocidio cambogiano - in seguito
all'approvazione, il 15 giugno, del regolamento interno - giunge a conclusione
un lungo "iter" per portare di fronte alla giustizia i Khmer rossi responsabili
del massacro di due milioni di cambogiani negli anni tra il 1975 e il 1979. Ma
viene anche in primo piano il ruolo della comunità internazionale rispetto al
passato e al presente del Paese. Il tribunale misto cambogiano-internazionale è
frutto di delicati equilibri: voluto dalla comunità mondiale ma per anni
boicottato dalla "leadership" cambogiana, che ha molti ex Khmer rossi
tra le sue file e molti che preferirebbero l'oblio collettivo. Nessuno di essi
ha avuto un ruolo di rilievo nel governo della Kampuchea Democratica. Ma tutti
sapevano e non hanno voluto o potuto intervenire: «Da uno al cinque per cento
dei nostri connazionali sono traditori. I nemici sono tra noi, tra i soldati,
tra i lavoratori, nelle cooperative e anche nelle nostre fila. Questi nemici
devono essere gradualmente cancellati»: così recita il diario di un aiutante
di Ieng Sary, personaggio vicino al «Fratello n. 1», Pol Pot, che riprende la
visione prevalente nella "leadership" Khmer rossa. Il regime di cui faceva parte
andò ben oltre. Il 1975 rappresentò «l'anno zero» per i Khmer rossi che
intendevano creare una società basata sui principi di un comunismo con radici
contadini e nazionaliste. Per questo, dal 1975 al 1979 il regime guidato da Pol
Pot massacrò un quarto della popolazione, di fatto riportando il Paese indietro
di secoli. Basti pensare che all'ingresso dei vietnamiti a Phnom Penh,
«liberatori» di un Paese trasformato in un campo di lavoro e di sterminio, gli
abitanti della capitale erano solo 30mila: gli altri a centinaia di migliaia
erano stati deportati nelle campagne e in buona parte morti per stenti e
percosse nei "killing fields", le risaie e le piantagioni trasformate
in campi di lavoro; oppure a seguito della «rieducazione» in scuole diventate
centri di tortura ed esecuzioni sommarie.
Un atto formale, quello dell'approvazione del regolamento interno al Tribunale,
indica l'avvio di un cammino segnato già da interruzioni e polemiche che
prevedibilmente lo seguiranno sino alla fine e pesanti interferenze denunciate
più volte da diverse parti, tra cui "Human Rights' Watch". Ancora
pochi mesi fa esponenti politici a Phnom Penh e lo stesso ex principe Norodom
Sihanuk esprimevano scetticismo sulla possibilità che il tribunale arrivasse a
giudicare i pochi personaggi di rilievo rimasti del regime Khmer, in età
avanzata e quasi tutti di salute malferma. Così, l'accusa al massimo potrà
portare in aula una cinquantina tra anziani "leader" e quadri
intermedi di un regime che contava oltre un migliaio di responsabili, raccolti
attorno a un Comitato centrale di una ventina di membri. Restano però la
memoria di pochi e una impressionante mole di documenti. Soltanto gli archivi
della polizia segreta, il Santebal, conta centinaia di migliaia di pagine che
riportano le decisioni dei vertici khmer.
Difficile scommettere sui risultati del tribunale, davanti al quale i primi
imputati si presenteranno all'inizio del prossimo anno. Resta tuttavia la
rilevanza simbolica di questa operazione, che i cambogiani approvano nella
grande maggioranza, anche se la smemoratezza e il disincanto di una popolazione
in buona parte nata e cresciuta nel "post-genocidio", hanno preso il posto della
rassegnazione dei sopravvissuti.
Chea Muoy Kry, a capo del programma di pacificazione nazionale del "Catholic
Relief Services", ritiene che il senso del Tribunale sia anche di
«vaccinare» i giovani contro la tentazione del negazionismo. «Molti ex Khmer
rossi ora hanno paura e tentano di nascondere il passato, inducendo i giovani a
non credere al genocidio. Molti ci chiedono dove siano le prove e rifiutano di
accettare quanto diciamo finché non li portiamo sui "luoghi-simbolo" della
tragedia cambogiana. E anche allora la realtà è così orribile che faticano a
crederci».