RELIGIOSI NEL MIRINO

RITAGLI    Filippine,     MISSIONE AMICIZIA
il "killer" di padre Tullio chiede perdono

Conosciuto come il «Comandante dei fanatici»,
negli anni Ottanta l’omicida era un "leader" delle bande
che terrorizzavano ampie aree dell’isola filippina di Mindanao.
Per i confratelli del missionario,
quello di Manero jr. è «un grande segno di conversione».

P. TULLIO FAVALI (1946-1985), Missionario e Martire nelle Filippine.

Da Bangkok, Stefano Vecchia
("Avvenire", 10/2/’08)

«Norberto Manero jr., il capo della banda che uccise padre Tullio Favali nel 1985, è stato liberato dalla prigione alcuni giorni fa (il 25 gennaio, "ndr") e oggi è venuto alla tomba di padre Tullio per chiedere perdono. Si è avvicinato alla tomba con una candela accesa, si è inginocchiato e ha baciato la fotografia del Tullio nella lapide portata dalla Licia, la sorella del nostro confratello assassinato...».
Così inizia la testimonianza di
padre Pietro Geremia, "veterano" della missione del "Pontificio Istituto Missioni Estere" ("Pime") nelle Filippine. Che parla di uno dei più spietati tra quanti negli anni Ottanta, alla guida di bande al "soldo" della politica e degli interessi economici, nutrite di "fanatismo", terrorizzarono ampie aree di Mindanao, la grande isola meridionale dell’arcipelago filippino. Di questo terrore, padre Tullio Favali (di origini mantovane), massacrato nel villaggio di "La Esperanza", diocesi di Kidapawan, dove era stato attirato con un "tranello", fu una delle vittime della difesa dei poveri e dei deboli; Manero, uno dei "carnefici" più efferati.
Il prossimo 11 aprile, giornata in cui come ogni anno confratelli, parenti, amici ed esponenti della Chiesa locale si riuniranno in preghiera davanti alla sua tomba nel cortile della Casa episcopale di Kidapawan, segnata dalla motocicletta su cui padre Tullio si era recato all’appuntamento con i suoi carnefici, ci sarà anche Manero. Un Manero diverso. Non più «Kumander Bukay» («Comandante dei fanatici»), come amava definirsi, ma «Nonoy» («Bravo ragazzo»), com’era chiamato familiarmente da piccolo. Un Manero che ora si appresta a diventare "star cinematografica" in una vicenda che molto trae dal suo passato e che proietta nel suo futuro un insieme di buoni propositi che includono ingenti risarcimenti ai superstiti delle sue azioni criminali, tribali e musulmani in particolare, e una serie di buone azioni per cui si è impegnato al fine di ottenere la "commutazione" della pena a vita a 24 anni di carcere, accorciata per buona condotta.
Per tutti, protagonisti e "comparse" dell’epopea di Mindanao dal periodo della "legge marziale" di Marcos all’inizio degli anni Settanta, alla fine della dittatura nel febbraio 1986 e fino ad oggi, è difficile definire precisamente ruoli e responsabilità. Restano i 200mila morti di un conflitto a più "attori" (forze armate e "paramilitari" governativi, milizie contadine, ribelli islamici, guerriglieri comunisti, gruppi tribali, immigrati, interessi stranieri…): una guerra spietata di tutti contro tutti in cui vittime sono state anche le speranza di sviluppo di questa terra e la convivenza necessaria per tutti e per tutti impossibile.
Una pace e una riconciliazione da non raggiungere a ogni costo (tant’è vero che il missionario Geremia, tra i "mediatori" dell’accordo del 2005 che ha propiziato la "scarcerazione" di Manero, accompagna con diversi "punti interrogativi" la sua testimonianza) tuttavia da perseguire con impegno. «Si è presentato non più come un "lupo rapace", ma come un "agnello mansueto" – dice ancora parlando di Manero – . Sembrava impossibile che il più famoso campione dei "fanatici", il più duro dei "killer" si presentasse in veste di "agnello". Questo è un grande segno di conversione: tutti coloro che si lasciarono influenzare dallo spirito di violenza spietata, anche i mandanti nascosti che spinsero i "fanatici" ad accessi di violenza, ora sono costretti a riflettere». E questo, nel tormentato meridione filippino, è più di quanto tanti potessero sperare anche solo pochi anni fa.

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RELIGIOSI SOTTO TIRO

Una lunga scia di sequestri ed eccidi

Migliaia di cristiani e musulmani hanno partecipato il 23 gennaio al funerale di padre Reynaldo Roda, il sacerdote "Oblato" ucciso il 15 gennaio scorso con un colpo di pistola da presunti militanti "qaedisti". In un certo senso sono proprio due missionari italiani del "Pime", (Tullio Favali ucciso nel 1985 e Salvatore Carzedda assassinato nel 1992) a inaugurare una lunga "scia di sangue" e di sequestri di religiosi nel tormentato Sud filippino. Il 4 febbraio 1997 viene ucciso il vescovo di Jolo, mons. Benjamin de Jesus. Nel settembre 1998 viene rapito padre Luciano Benedetti, "Pime", che sarà rilasciato a Novembre. Nell’aprile 2000 è assassinato padre Rohel Gallardo. Il 28 agosto 2001, a Mindanao, viene ucciso durante un tentativo di sequestro il missionario irlandese di "San Colombano" Rufus Halley e successivamente, il 17 ottobre, viene rapito l’italiano padre Giuseppe Pierantoni, "Dehoniano", liberato il 14 aprile 2002. Nel giugno di quell’anno resta ucciso durante il tentativo di liberazione il missionario evangelico statunitense Martin Burnham, rapito con la moglie sull’isola di Palawan. Mentre tentativi di sequestro di altri missionari stranieri vanno a vuoto negli anni successivi, riesce invece quello di padre Giancarlo Bossi. "Pime", il 10 giugno 2007, che si concluderà con la sua liberazione quaranta giorni dopo il rapimento.