FRONTIERE

Sono circa 450.000 i cattolici presenti nel Paese del Sol Levante,
appena lo 0,35% della popolazione.
Una piccola comunità ma erede di un’eroica storia di fede,
che il prossimo mese di novembre sarà celebrata
con la beatificazione a Nagasaki di 188 martiri.

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Anche l’impegno con cui i missionari hanno cercato di mantenere una presenza cattolica,
tra le campagne e le montagne che andavano spopolandosi con il "boom" economico,
è una storia ancora da raccontare.

L'isola di Amakusa, al sud del Giappone: sullo sfondo, le montagne di Nagasaki! La croce del Castello di Hara, ad Amakusa... Chiesa cattolica della città di Oe, sull'isola di Amakusa!

Da Nagasaki, Stefano Vecchia
("Avvenire", 10/2/’08)

L’arrivo di Francesco Saverio sulla spiaggia di Kagoshima, il 15 agosto 1549, aveva le potenzialità di una svolta epocale nella già lunga ma episodica storia dei rapporti tra Europa ed Estremo Oriente.
Avrebbe potuto essere l’avvio della "cristianizzazione" dell’arcipelago giapponese... ma i risultati, a distanza di quattro secoli e mezzo, sembrano indicare più un fallimento che un successo.
A partire dai numeri. Alcune statistiche stimano in circa 450.000 i cattolici di origine giapponese, lo 0,35% della popolazione. Accompagnando i rapidi e per certi aspetti drammatici cambiamenti del paese dagli anni Ottanta, la Chiesa giapponese è oggi in maggioranza una Chiesa "multietnica" e una Chiesa immigrata, che sempre più parla portoghese, con le "musicali" inflessioni brasiliane, e spagnolo con vari accenti sudamericani.
Una Chiesa che, se è inevitabilmente cresciuta tra le luci e le ombre delle "metropoli" che identificano la straordinaria evoluzione del
Giappone da povero paese "isolano" a potenza mondiale, ha le sue radici sulle frastagliate coste meridionali, su un territorio tormentato di vulcani e montagne, instabile quanto per secoli è stato instabile il suolo giapponese – e duro da coltivare – per la "cattolicità".
Kyushu, la più meridionale delle quattro isole maggiori che disegnano l’arcipelago giapponese, e dove oggi il numero dei cattolici è circa il 10% della popolazione, è terra modellata dal vento, dal mare e dalla furia vulcanica. Qui sono scesi gli dei "ancestrali" della religione Shinto, dopo avere creato "primordiali" grumi di terra separati dalle acque; da qui la stirpe Yamato ha iniziato una inarrestabile marcia verso oriente, che in secoli di conflitti e di "connubi" ha via via definito la storia del Giappone e le sue caratteristiche etniche e culturali. Per secoli la vicinanza alla penisola coreana, ma anche la sua posizione favorevole sulle rotte tra l’Occidente e la Cina, ne hanno fatto un approdo naturale per popolazioni e traffici. Nel Kyushu il Giappone sperimentò il primo contatto con l’Occidente, quando nel 1543 tre mercanti portoghesi naufragarono sulle coste di Tanegashima, isola a ridosso della costa di Kagoshima, allora capitale del feudo di Satsuma e città che oggi attira turisti proponendo la sensazionale visione del cono vulcanico del Sakurajima, che la domina, dopo avere per decenni esportato speranze e "braccia" di emigranti in ogni "metropoli" del Giappone. L’esperienza dei naufraghi doveva portare all’apertura di una rotta mercantile tra i possedimenti portoghesi dell’India e delle Molucche e il Giappone meridionale, che ebbe nelle armi da fuoco un prodotto d’eccellenza, "monopolio" del feudo di Satsuma. Nel frattempo, nel 1549, San Francesco Saverio era sbarcato sempre sulla stessa costa con la speranza di creare una solida cristianità locale, in vista dell’evangelizzazione della Cina. Il Gesuita doveva morire proprio alle porte dell’"Impero di Mezzo", che rimasero chiuse al Vangelo ancora per alcuni decenni.
Intanto in Giappone la comunità cattolica, cresciuta fino a 300mila unità, era diventata una minaccia per lo "shogunato" Tokugawa, che decise prima la "proscrizione" e poi l’annientamento. Con l’assedio della città di Shimabara e il massacro di 40mila convertiti, ciò che restava della presenza cattolica in Giappone, venne "annichilita".
Per due secoli e mezzo l’unica porta aperta al commercio con l’Europa e con il continente asiatico doveva restare Nagasaki. La città, i suoi dintorni e le isole al largo della costa come Hirado, Narushima, Iki, Tsushima, offrirono rifugio a quello che restava della cristianità: poche comunità indurite dalle persecuzioni, isolate dalla paura di un regime vigile e spietato, che dovevano riemergere dalla clandestinità – con le loro parole d’ordine, i loro riti segreti, i loro simboli "inintelleggibili" ai profani, uno straordinario culto della Vergine – soltanto nella seconda metà dell’800, quando la restituzione del potere dallo "shogun" all’imperatore e l’apertura dei porti alle potenze occidentali accese la "miccia" dello straordinario sviluppo del Giappone. Una testimonianza di secoli di resistenza cristiana è oggi quella che le guide locali chiamano la "via del rosario": piccole Chiese di stile "neogotico", dove si entra togliendosi le scarpe come da usanza nipponica, sulle isole di
Amakusa, Goto e Ikitsuki.
Il cristianesimo ancora una volta entrò sulle rotte di commerci e delle "ambascerie", affacciandosi sugli industriosi porti di Kobe e di Yokohama, e da qui diffondendosi nelle città mercantili come Osaka e Sendai, prima di tornare ad essere presenza certa nell’antica capitale imperiale Kyoto e nella "convulsa" Tokyo.
Mancando di clero locale – che doveva crescere e consolidarsi in breve tempo, ma che ancora oggi non arriva a coprire tutte le necessità – il Giappone aprì spazi territoriali e ambiti d’intervento sempre maggiori alle missioni "ad gentes". La povertà di mezzi e l’impegno con cui i missionari stranieri hanno condiviso la crescita delle "megalopoli" giapponesi e l’evoluzione dei costumi e delle necessità, ma anche lo sforzo con cui hanno cercato di mantenere viva una presenza cattolica tra le montagne e campagne che sono andate spopolandosi e tra la crescente indifferenza religiosa, sono storia perlopiù "misconosciuta" e da raccontare.
Comunità "trappiste" finirono per diffondersi persino negli ostili territori settentrionali di Honshu e ancora oltre nell’Hokkaido, fino all’inizio del XX secolo, "ultima frontiera" del Giappone. Superata la strettoia degli "anni bui", quella che i giapponesi definiscono "valle oscura", quando si chiese all’antica fede "ancestrale" Shinto di sostenere le mire del "militarismo" nipponico e la guerra nel Pacifico, la Chiesa locale – con le sue due anime, "dei martiri" e "delle opere", ugualmente forgiate nella sofferenza e nel dialogo – ha acquistato il pieno diritto di essere Chiesa e di essere giapponese. Il suo ruolo si gioca oggi tra prestigiose istituzioni educative come tra i "quartieri-ghetto", dove si trascina l’esistenza di migliaia di esclusi per scelta o necessità, tra le sempre più folte comunità di immigrati e le parrocchie, che sono segno di condivisione prima ancora che di una fede non più "diversa" e ancora meno straniera.