INCHIESTA

RITAGLI     Muraglia elettronica     SPAZIO CINA
per "blindare" le "Olimpiadi"

Si chiama «Grande scudo dorato»
l’immenso "bavaglio" che il "regime" ha imposto a "Internet",
nonostante le promesse di maggior apertura in occasione del grande evento sportivo.
In realtà, anche la libertà dei giornalisti stranieri è solo teorica:
nei fatti, ogni informazione «calda» deve passare al "vaglio" della "censura".


Da Pechino, Stefano Vecchia
("Avvenire", 6/7/’08)

Che la Cina, in occasione dei "Giochi Olimpici", finisse per essere passata al "vaglio" non solo per la sua capacità organizzativa o per l’indubbio impegno sportivo, era scontato. Come pure il rilievo via via maggiore acquisito con l’avvicinarsi dell’8 agosto dai temi dei "diritti umani", delle libertà civili delle minoranze.
Trasversale e sottostante ai temi della giustizia e del diritto, come pure della loro gestione nell’antico "Paese di Mezzo", è la libertà di espressione e di comunicazione, una delle questioni più dibattute in sede di approvazione della candidatura di
Pechino ai "Giochi" nel 2001, una delle questioni aperte all’approssimarsi delle "Olimpiadi" mentre si affacciano su Pechino le "avanguardie" di un "esercito" di venticinquemila operatori dell’informazione accreditati. La Cina ha preteso di far di questi "Giochi" la porta d’ingresso – che spera trionfale – tra le nazioni più avanzate. Non può pretendere ora di rendere l’informazione uno strumento per questo scopo e per accreditare a ogni costo l’immagine di modernità, benessere e democrazia.
Come non può consentire che un’informazione sopra le righe, secondo gli "standard" locali, esponga ogni aspetto della sua quotidianità e della gestione del potere. In un contesto vasto, popoloso ed economicamente sempre più rilevante com’è quello cinese, i suoi fatti diventano mondiali o così dovrebbe essere. Pochi ormai ignorano i suoi molti "mali" (contro alcuni dei quali per altro si scatenano periodiche "campagne" repressive, che portano in tribunale e sovente negli stadi per le esecuzioni capitali migliaia di cittadini): corruzione, sfruttamento, prostituzione, gioco d’azzardo; ma anche i milioni di cinesi senza documenti, eredità più pesante della "politica del figlio unico", o i frequenti disastri minerari oppure, ancora, le rivolte nelle campagne alimentate da povertà e disillusione e la corruzione nei "quadri" del "Partito" e dell’amministrazione. Lo stesso "premier" Wen Jiabao ha chiesto alla Cina di presentare un’immagine di sé forte e dignitosa, denunciando gli elementi che ne offuscano l’immagine. E sempre Wen si era scagliato a giugno contro i profittatori nel
"dopo-terremoto" e quanti a livello pubblico non avevano verificato le carenze nella costruzione delle scuole crollate seppellendo migliaia di studenti. Un modo diverso e nuovo di proporre la realtà che ha fatto inneggiare a un "nuovo corso" cinese, più aperto alla libertà d’informazione. Al fine di potere ottenerne l’edizione 2008, Pechino si è impegnata ad «aprirsi in ogni aspetto, sia all’interno che verso il mondo». Nel gennaio 2007, il Primo Ministro Wen Jabao ha firmato un "decreto" che consente ai giornalisti stranieri di lavorare senza richiedere particolare permessi prima e durante le "Olimpiadi". Sempre ai "media" stranieri – per le norme che scadranno il 27 ottobre – è concesso di intervistare individui o esponenti di organizzazioni sulla base del semplice consenso degli intervistati.
Buone notizie, certamente, ma pochi ignorano che sono provvedimenti facilmente aggirabili, sia attraverso provvedimenti di ordine pubblico, sia attraverso una "rete censoria" vasta e capillare. Non a caso, forse, dal 2001 altri trentasette giornalisti sono finiti in carcere e di questi sedici lo sono tuttora. Come molti altri Paesi, anche la "Repubblica popolare cinese" richiede che i giornalisti stranieri debbano accreditarsi per operare nel Paese, senza che questo garantisca libertà d’informazione. Secondo l’"Associazione dei corrispondenti esteri" in Cina, nonostante un clima formalmente più favorevole alla professione, lo scorso anno sono stati ben centottanta i giornalisti stranieri colpiti da arresto, "censura" o minacce. "Reporter senza frontiere" ha posto nel 2007 la Cina al 163° posto su 168 Paesi nel suo "Indice della libertà di stampa". La "Costituzione" consente ai cittadini libertà di espressione e d’informazione ma con una serie di "distinguo", che impegnano i cinesi della "Repubblica popolare" a difendere «la sicurezza, l’onore e gli interessi della "madrepatria"». Di fatto, più che su un "dettato" duro e costrittivo, la libertà d’informazione si gioca sulle sfumature e sulle opportunità. La legge cinese in materia si esprime con una serie di regolamenti dal linguaggio assai vago, che però consente alle autorità di intervenire secondo necessità. La Cina che guarda alle "Olimpiadi" è il Paese con il maggior numero di "navigatori" al mondo, avvicinandosi ai trecento milioni. Ma per la maggior parte di essi non è un mistero che la grande "Rete" viene quotidianamente "filtrata" per ostacolare o bloccare contenuti di origine locale o esterna. In questo "cooptando" anche "colossi" come "Yahoo", "Microsoft" e "Google", costretti a collaborare per non subire provvedimenti restrittivi o la chiusura dei loro servizi. D’altra parte essi, come i "provider" di servizi "Internet" e le decine di migliaia di "Internet café" e "Internet shop" sono via via "inglobati" nell’immensa e potente "rete di controllo" conosciuta all’interno come il "Grande scudo dorato" e all’esterno con il nome di "Grande Firewall" cinese, che la Cina va elaborando da un decennio e che dovrebbe arrivare a completamento proprio entro quest’anno. Uno strumento con il fine dichiarato di controllare contenuti non adatti e insieme di colpire una serie di attività criminose che si avvantaggiano dell’anonimato informatico, ma che finisce inevitabilmente per ripercuotersi sulla libertà di espressione, di critica e di conoscenza garantita da "Internet" e in generale dalla comunicazione per via informatica. Va detto che a questo si affianca una scarsa possibilità per i "media" stranieri di interferire realmente sulla realtà cinese, e in misura crescente tanto più il "drago cinese" cresce in forza e destrezza sui mercati mondiali. Dal 2006 tutti i servizi informativi stranieri devono passare le loro informazioni prodotte localmente all’Agenzia di stampa ufficiale "Xinhua" ("Nuova Cina") che provvede alla distribuzione. Un provvedimento che non sola avvantaggia commercialmente "Xinhua", ma che pone un pesante "filtro" alle notizie verso l’estero. Secondo Bob Dietz, coordinatore per l’Asia del "Comitato per la protezione dei giornalisti", un organismo indipendente statunitense, la libertà d’informazione in Cina «è destinata a crescere per incontrare le necessità e la domanda non solo del governo, ma dell’intera società».
Già si segnalano alcuni sintomi, ma ancora una volta è "Internet" a offrire preziosi spazi di libertà. Secondo il dipartimento di Stato "Usa", in Cina agiscono a tempo pieno dai trenta ai cinquantamila "controllori" di "Internet".
Ma nemmeno uno spiegamento tale riesce a limitare le possibilità fornite oggi dai "blog". Uno strumento di cui i giornalisti cinesi si avvalgono in gran numero, sia come strumento immediato di espressione collegato alla loro professione quotidiana, sia come ambito in cui pubblicare informazioni e giudizi non pubblicabili sui "media" registrati, i cui editori sono facilmente ricattabili. Può sembrare scontato che, come dice l’esperta dei mezzi d’informazione dell’Asia orientale, Ashley W. Esarey, «"Internet" giocherà probabilmente un ruolo di primo piano nella riforma del sistema informativo in Cina, perché il suo controllo totale sta risultando difficile se non impossibile», ma è comunque in questo "spazio virtuale" che oggi i cinesi trovano un’informazione di buon livello e di presa immediata. Nel "cyberspazio" e nella "blogosfera" si giocherà dall’8 al 24 agosto il "rimpiattino" tra potere e libera informazione.