INTERVISTA

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Padre Babu, "portavoce" della "Conferenza episcopale indiana":
«Torni l’armonia, prima che la "divisione confessionale" dilaghi».

Preghiera e speranza per i cristiani in India...

Da Bangkok, Stefano Vecchia
("Avvenire", 28/8/’08)

Padre Joseph Babu è "portavoce" della "Conferenza episcopale cattolica dell’India". In questi giorni ha il difficile compito di comunicare lo "sconcerto" e le speranze dei vescovi indiani, in una situazione di rinnovata violenza nello stato orientale indiano di Orissa.

Padre Babu, i fatti dell’Orissa sembrano "affossare" ogni possibilità di dialogo tra cristiani e indù. È così?

Occorre vedere la situazione nella prospettiva dell’intera India, dove alcune "organizzazioni" stanno guidando l’attacco alle istituzioni cristiane con il pretesto delle conversioni. Ma non è vero. Certamente non per i cattolici. Noi abbiamo generalmente buoni rapporti con gli indù e le altre comunità religiose e non saranno le aggressioni contro di noi a convincerci a cambiare la nostra volontà di integrazione, che è nei fatti e nella storia.

L’Orissa non è nuovo a questa situazione...

La tensione è scoppiata nel distretto di Kandhamal, a prevalenza "tribale", già teatro la Vigilia dello scorso Natale di scontri "intercomunitari" e poi di una indiscriminata violenza "anti-cristiana". Negli ultimi mesi, però, non sono stati odio o spirito di rivincita a prevalere tra i cristiani dell’Orissa. Al contrario. Tuttavia la ricerca di pace non può andare a scapito delle esigenze di sicurezza che sono nostre e delle altre minoranze, religiose o etniche.

In periodi di persecuzione come questo, sembra che l’essenza profonda dell’India, la "tolleranza", iscritta nella "Costituzione", diventi "utopia"…

La "Costituzione" indiana consente il cambio di religione e anche i cristiani, come tutti, agiscono nei termini della "Costituzione". Non esercitiamo alcuna autorità "extra-costituzionale". Non forziamo alla conversione. Ma tuttavia è proprio di questo che siamo "pretestuosamente" accusati. Proprio mentre altri cercano di portare con la "coercizione" nell’ambito induista i gruppi "tribali" animisti o che si sono avvicinati al cristianesimo. Ci sono, è vero, alcune Chiese "indipendenti" che sono coinvolte in attività mirate alla conversione o ad una "aggressiva" diffusione del Vangelo, che noi stessi denunciamo per i loro metodi, ma questo non può diventare pretesto per colpire degli innocenti.

Pretesti religiosi applicati alla sete di potere e al dominio. Come pensate le autorità possano intervenire?

Noi cerchiamo di restare nell’ambito della legalità. Ci siamo appellati al Governo locale, dello Stato di Orissa, e a quello federale a Nuova Delhi, perché si faccia giustizia. Non dimentichiamo che all’origine di questa "ondata" persecutoria sta l’uccisione, il 16 agosto, di un sacerdote, Thomas Pandipally, avvenuta a centinaia di chilometri di distanza, nello Stato di Andhra Pradesh. Si è cercato, sconsideratamente, di far passare la tesi che l’uccisione di Laxmanand Saraswati e di altri quattro "leader" hindu sia stata una ritorsione contro quel brutale omicidio.

La buona volontà sembra non bastare, nell’India degli "integralisti" e delle "coperture" loro accordate. In che modo le autorità cercano di contenere le violenze?

Nel Kandhamal, sono già arrivati rinforzi di polizia. Noi abbiamo chiesto l’invio di reparti di "paramilitari" da "distaccamenti" federali, e che venga estesa la consegna di sette "compagnie" di reparti speciali della polizia già presenti sul territorio. Dobbiamo evitare non solo che gli attacchi contro i cristiani proseguano, ma anche che una eventuale reazione inneschi una "escalation" dagli effetti imprevedibili.