INTERVISTA

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Padre Jimmy Dabhy, Direttore dell’"Indian Social Institute":
«Lavoriamo per educare le popolazioni "tribali".
E questo urta con il sistema delle "caste"».

Stefano Vecchia
("Avvenire", 31/8/’08)

Padre Jimmy Dabhy, Gesuita e sociologo, è Direttore dell’"Indian Social Institute", con sede a New Delhi. Prestigiosa iniziativa di studi e di azione sociale, l’"Isi" è impegnato nel definire i termini di giustizia, democrazia e benessere in India. Una ricerca che coinvolge studiosi e "attivisti" cristiani e di altre fedi. «Quello che sta succedendo – spiega padre Dabhy – va visto nella crescente "strumentalizzazione" della religione. Un "movimento" avviato negli anni Novanta dal "Vishwa Hindu Parishad" ("Organizzazione mondiale dell’induismo"), organizzando grandi manifestazioni "panindiane", che culminarono con l’invasione e la distruzione della Moschea di Ayodhya, creando così una "frattura" insanabile con i musulmani. Quelli che agiscono oggi in Orissa sono i loro "emuli", ma dietro l’apparente motivazione religiosa, le ragioni delle aggressioni sono altre.

Può spiegare meglio?

Molti dei cristiani sono "Dalit" ("fuori casta", gli ex "intoccabili") o "Adivasi" ("tribali", "aborigeni"). Molti, inclusi i cattolici, e anche noi Gesuiti, sono impegnati per educare le popolazioni "tribali". Ora, i gruppi di potere, che coincidono in maggioranza con le alte "caste", non amano che gli "ultimi" siano messi in grado, attraverso l’educazione, di contrastarli e, quando si sentono minacciati, reagiscono. Non è quindi un problema religioso, ma di potere. Non si vuole che membri delle "caste" inferiori e "tribali" abbiano indipendenza, sfuggano a un sistema di potere radicato che da lungo tempo si è dato una giustificazione religiosa, ad esempio nel sistema delle "caste". La scusa addotta per combattere le giuste rivendicazioni di una parte dei "Dalit" e dei "tribali" è che sono dei "convertiti", quindi "alienati" dalla società indiana, spesso con la "coercizione", da religioni "straniere", come cristianesimo o "islam".

Quali gli altri punti di "frizione"?

Un altro punto di contrasto riguarda i gruppi che vorrebbero cambiare la propria identità da "tribali" a "Dalit", per ottenere un miglioramento nella condizione di vita attraverso uno specifico sostegno governativo previsto per questi ultimi. L’implicazione ovvia, quasi sempre, è però la loro conversione all’induismo. Conversioni dei "tribali" animisti al cristianesimo sono viste come un tradimento, una incomprensibile volontà di "ghettizzazione" e di rivendicazione "anti-indù".

Sembra che l’India stia perdendo se stessa nella violenza e nella "sopraffazione"…

La polizia non ha dimostrato un grande impegno per arrestare i responsabili delle violenze. Nel distretto di Kandhamal, secondo le nostre fonti locali, potrebbero essere una trentina gli uccisi. Al momento le forze dell’ordine sostengono di controllare la situazione, ma un confratello Gesuita mi ha comunicato che la popolazione teme di rientrare nei villaggi e resta nascosta nella foresta.

Come ha reagito il Governo?

Il Governo potrebbe affrontare prontamente la situazione ma non lo fa, in vista delle elezioni che si terranno fra sei mesi. Dei maggiori "focolai" di tensione attuali, Kashmir e Gujarat vedono i musulmani (altra componente povera della società indiana, pur essendo il 12 per cento della popolazione) sulla difensiva davanti alle accuse di volere "destabilizzare" il paese; in Orissa sono invece i cristiani a dovere subire gli attacchi. Insomma, esiste una chiara "connessione" tra istanze "politico-economiche" e le necessità di potere delle alte "caste" indù, che vogliono portare il conflitto sul piano religioso.