VOLTI DI SANTITÀ

Lunedì a Nagasaki verranno "beatificati" 188 cattolici del "Sol Levante",
"martirizzati" tra il 1603 e il 1639. Il Cardinale Saraiva Martins guiderà il "rito".

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Grazie a quei «testimoni del Vangelo», tra cui molte donne,
il Paese scopre come la propria "storia cristiana" sia antica e "radicata".
E come non l’abbiano «scritta» soltanto i "Missionari" stranieri.
I Vescovi: «Ci indicano il percorso».

I MARTIRI DEL GIAPPONE... BEATO PIETRO KIBE KASUI (1587-1639), Martire Giapponese! Il Card. Saraiva Martins, alla Beatificazione dei Martiri Giapponesi, in Nagasaki...

Stefano Vecchia
("Avvenire", 22/11/’08)

Questi 188 Martiri «non sono dei "militanti politici", non hanno lottato contro un "regime" che impediva la "libertà religiosa": sono stati uomini e donne di una fede profonda e autentica, che indicano la strada a coloro che credono». Queste le parole contenute in una "nota" dei Vescovi Giapponesi in vista della "beatificazione" che si terrà Lunedì al "Big-N Baseball Stadium" a Nagasaki. In particolare, riflettendo sulle numerose "figure femminili" tra i Martiri, i "presuli" ricordano che «senza queste donne, la Chiesa in Giappone oggi non esisterebbe».
La Chiesa Cattolica in
Giappone conta 450mila fedeli su 127 milioni di abitanti ma il suo ruolo nella società è superiore rispetto a quanto suggerirebbe il dato numerico, soprattutto grazie a scuole, Ospedali e "iniziative sociali". La visita di Giovanni Paolo II nel 1981, seguita per la prima volta in modo eccezionale dai "mass media", ebbe un impatto fortissimo e fece «scoprire» a molti Giapponesi l’esistenza della "Chiesa locale", suscitando curiosità e interesse che si sono concretizzati negli anni successivi, ad esempio, nell’eccezionale richiesta di matrimonio con il "rito cattolico".
L’Arcidiocesi di Nagasaki, centro della più antica "cattolicità" Giapponese, benché seconda a
Tokyo oggi come numero di fedeli, ha la più alta concentrazione di sacerdoti – 100 "diocesani" e 40 "religiosi", in parte «prestati» ad altre Diocesi – e ospita l’unico "Seminario Minore" del Giappone con 25 Seminaristi, di cui 16 originari della Diocesi.

Lunedì 24 Novembre, a Nagasaki, il Cardinale Josè Saraiva Martins, Prefetto "emerito" della "Congregazione delle Cause dei Santi", proclamerà 188 nuovi "Beati" Giapponesi. Un evento fortemente atteso dalla piccola "comunità cattolica" del Giappone, che proprio nella città "martire" della "bomba atomica" ha la sua rappresentanza più numerosa e antica. Qui vissero e operarono esponenti di un cristianesimo in rapida crescita nella sua fase "aurorale "di presenza nell’arcipelago, poi colpito da "proscrizione" e "ondate persecutorie". Fra loro il Gesuita Pietro Kibe Kasui e gli altri 187 "religiosi" e "laici" – tra cui molte donne – "martirizzati" tra il 1603 e il 1639. La Chiesa Giapponese di oggi è allo stesso modo erede dei "nuclei cattolici" sopravvissuti nella "clandestinità" per tre secoli e mezzo e dell’opera di "evangelizzazione" dei "Missionari" Francesi dalla «riapertura» del Giappone al mondo dopo il 1853, ma anche di un’evoluzione ancora divisa fra fedeltà alla propria antica identità e nuove "aperture".
«Questa è l’occasione per mostrare il "volto missionario" della Chiesa – afferma
Padre Manyo Maeda, Segretario Generale della "Conferenza Episcopale Cattolica Giapponese" – . Dalle differenti "vocazioni" dei Martiri la nostra Chiesa si augura che i Giapponesi apprendano la loro stessa "vocazione", la fedeltà e l’intensità della loro fede». In un contesto (450mila battezzati locali su 127 milioni di giapponesi) che continua a essere refrattario al "messaggio evangelico" e pone una sfida alle "vocazioni" e alle "conversioni", la Chiesa del Giappone si avvia a celebrare i propri Martiri, per la prima volta nell’arcipelago e per la prima volta in un contesto di piena condivisione con la società. Lo ha fatto attraverso una capillare "opera preparatoria" e una serie di iniziative culturali e sociali che ne hanno rilanciato ruolo e immagine.
Questo ha aiutato a modificare l’atteggiamento di molti Giapponesi, convinti che il "Martirio" dei cattolici sia stato un evento "minore" della storia, per lo più da riferire a "Missionari" stranieri. Nei fatti – e la coscienza va cambiando in questo senso – si trattò di un "movimento di massa", che coinvolse 500mila "convertiti" e battezzati, con radici profonde nella realtà Giapponese, disposti a sfidare la morte a decine di migliaia. Come Pietro Kibe, ad esempio: la sua figura va trasformandosi in quella di una sorta di "eroe locale", "ambasciatore" del Giappone nel mondo, personaggio della loro storia. Sempre più spesso gli ordinati cittadini "nipponici" vanno realizzando che sotto un "regime autoritario", alcuni loro connazionali hanno lottato per la libertà propria e altrui, non solo per l’identità cristiana.
Questo è anche il tempo di tirare le somme di una "beatificazione" dall’"iter" complesso. «L’intero "processo", avviato nel 1984 da Giovanni Paolo II dopo la visita nel 1981, ha visto notevoli difficoltà per l’appartenenza di molti Martiri a "ordini religiosi", ma anche per le molteplici provenienze geografiche. Di tutti i Martiri riconosciuti finora, il 90 per cento era di Nagasaki; stavolta solo quattro sono di questa città e gli altri originari del resto del Paese e tutti Giapponesi. Finora, tutti i "Domenicani" venuti qui come "Missionari" e sottoposti al "Martirio" sono stati "beatificati"; la metà dei "Francescani" e dei "Gesuiti", ma solo l’un per cento dei Giapponesi», dice
Padre Renzo De Luca, Direttore del «Museo dei Ventisei Martiri» a Nagasaki. «La Chiesa Giapponese spera che questo sia un tempo di "rinnovamento" e non solo di "celebrazione". Il ricordo del sacrificio di uomini che furono "ponti" tra Paesi e culture diversi apre prospettive nuove anche di "inculturazione": fino a pochi anni fa la sensazione era che la Chiesa non fosse del tutto "Giapponese". Questi 188 Martiri mostrano il contrario – afferma De Luca, "Gesuita" Argentino di radici italiane – . Ovviamente il "Museo dei Ventisei Martiri" si è ritrovato al centro delle iniziative in vista della "beatificazione" anche per i "documenti" qui custoditi. Molti gruppi, come gli "Agostiniani" e i "Gesuiti", hanno lavorato con noi, per altri hanno fatto ricerche qui, come nel caso del "Gesuita" "martire" Pietro Kibe, di cui non esistono "fonti" esterne al Paese. Il nostro ruolo ora è non solo quello di raccogliere le testimonianze, ma anche di favorire il "pellegrinaggio" sul luogo del "Primo Martirio", la "Collina di Nishizaka"».