LA FEDE NEGATA

Parlano le "sopravvissute" alla «pulizia etnica», scatenata dai "fondamentalisti indù",
che mirano a "cancellare" la presenza cristiana dal Distretto di Kandhamal.
Il drammatico racconto di Asmitha Digal:
«Mio marito è stato "lapidato". Il suo unico torto?
Portare una "Bibbia" nello zaino e non avere tradito il suo "credo"».

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il dramma e la speranza

Sono decine le "profughe" che hanno fatto nascere i loro figli
nel disagio di una "tenda":
«Ma crediamo ancora nel nostro futuro».

Donna dell'India: fiduciosa attesa! Colori di speranza, tra queste donne indiane... Bimbi dell'Orissa, in ciò che resta di una scuola!

Stefano Vecchia
("Avvenire", 14/12/’08)

L’«altra metà del cielo» che già in questo Stato Orientale dell’India vive – secondo le "statistiche" – per il 40 per cento una realtà di violenza e "sopraffazione", sopporta forse oggi il peso maggiore della "discriminazione religiosa", della "pulizia etnica" che mira a cancellare la presenza cristiana dai villaggi "tribali" del Distretto di Kandhamal.
La maggior parte delle storie che escono dai "campi profughi" della regione, come pure dalle iniziative di sostegno che vanno moltiplicandosi in India, sono esperienze e racconti di donne. Drammatici, ma spesso anche capaci di lanciare un messaggio di pace e di speranza nel tempo di "Avvento". Come le 24 giovani "vedove" che a
Bangalore, capitale del lontano Stato del Karnataka, hanno raccontato ieri il "pogrom anti-cristiano" scatenato dai "fondamentalisti indù". Le donne hanno lasciato i "campi profughi" in Orissa e sono giunte a Bangalore in un viaggio organizzato dal "Consiglio Globale dei Cristiani dell’India" per poter permettere alle donne di celebrare le festività natalizie in un clima più sereno di quello del tormentato Orissa. Tra le tante storie di donne segnate dal dolore e dalla sofferenza "AsiaNews" ha raccolto quella di Asmitha Digal, originaria del villaggio di Bataguda, 25 anni e due figli piccoli. «Il 26 Agosto (all’inizio della recente serie di "violenze anti-cristiane" in Orissa), mio marito Rajesh stava rientrando a casa in treno. È sceso alla stazione di Muniguda e, a piedi perché non c’erano mezzi disponibili e le strade erano bloccate, si è diretto verso Kandhamal. Era in compagnia di un giovane indù di nome Tunguru Mallick». «Verso le 9 del mattino – continua Asmitha – , raggiunto il villaggio di Paburia, sono stati fermati da una folla di "estremisti indù, appartenenti al "Rashtriya Swayamsevak Sangh", ("Organizzazione dei Volontari per la Nazione", formazione "paramilitare" di ispirazione religiosa e "nazionalista") armati di mazze e bastoni. Hanno afferrato lo zaino di mio marito, che conteneva una copia della "Bibbia". Il suo compagno è riuscito a fuggire, mentre Rajesh è stato trascinato come un "sacco della spazzatura" mentre gli aggressori gli intimavano di "convertirsi" all’induismo». «Al suo rifiuto – continua Asmitha – , gli "estremisti" hanno scatenato la loro rabbia, prima gettandolo in una buca e coprendolo di fango fino al collo e poi, all’ennesimo rifiuto di abbandonare il cristianesimo, la folla lo ha "lapidato" a morte». Per una donna che ha perso il marito, evento che – se non fosse cristiana – l’avrebbe resa un’"emarginata" nella società, costretta a vivere di "elemosina" o della benevolenza dei parenti acquisiti, molte vivono una vita al limite in funzione e in difesa di quanti non sono ancora nati.
Le donne incinte sono forse quelle che più soffrono nei "campi" che ospitano ancora, nel Kandhamal e altrove, molte migliaia di "fuggiaschi". Sono decine le donne che hanno fatto nascere i loro figli nel disagio di una tenda e nell’incertezza di un futuro da "fuggiasco". «Non abbiamo alternative, dopo che gli indù hanno bruciato la nostra casa – dice Sarita Nayak, che nel "campo" di Udaygiri aspetta di dare alla luce suo figlio – . Sono almeno una trentina i piccoli nati qui negli ultimi mesi e tante sono in procinto di partorire». Ha il coraggio di guardare a un futuro, qualunque sia, Sarita che dorme su un sottile materasso di gomma nel freddo della notte invernale, nutrendosi solo di lenticchie e di riso, con un’assistenza medica "precaria". «Siamo poveri – dice ancora la giovane donna, moglie di un "bracciante agricolo" – , ma se fossi stata al mio villaggio avrei mangiato spinaci, insieme al riso… e forse avrei avuto anche del latte da bere, ma cosa possiamo fare? Almeno siamo ancora vivi». Storie diverse, di un "Avvento" difficile, macchiato dalla promessa dei "gruppi fondamentalisti" di segnare con la violenza anche il Natale che verrà.