LA FEDE NEGATA

Dopo le "violenze" dell’estate, migliaia di cristiani indiani sono costretti a vivere
nei "centri di raccolta", dove avevano trovato "rifugio".
Rientrare nei "villaggi" è impresa impossibile.

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L’odissea infinita dei "profughi"

Non è sufficiente che chi decide di "abiurare" la fede cristiana si rada il capo,
beva acqua mescolata a "sterco" bovino
e firmi "documenti" che attestino l’avvenuta "riconversione".
Deve dimostrare la propria "sincerità", bruciando almeno una casa di cristiani,
possibilmente con qualcuno all’interno.

In seguito alle violenze perpetrate da gruppi di fondamentalisti indù, dal mese di Agosto, migliaia di cristiani hanno abbandonato i loro villaggi e non hanno ancora potuto farvi ritorno! Il distretto di Khandamal, nello Stato Indiano dell'Orissa... La Chiesa dona aiuto e speranza ai profughi cristiani dell'Orissa!

Stefano Vecchia
("Avvenire", 16/1/’09)

Nell’anno incerto dell’Orissa dopo l’anno della violenza, della "caccia" al cristiano, degli "stupri" e del fuoco, i "profughi" hanno una sola volontà: tornare. E una sola sicurezza: la "Chiesa".
«Una foresta prese fuoco e tutti gli esseri viventi di quella foresta iniziarono a fuggire per salvarsi, ma un uccellino invece di allontanarsi, si tuffò in un ruscello e volò indietro. Scuotendo le ali gettò gocce d’acqua sul fuoco per spegnerlo. "Sforzo inutile, di uno sciocco uccello", lo schernì "Indra", "dio della pioggia". "Oh ‘Grande’ – rispose l’uccellino – , se tu volessi potresti spegnere il fuoco in un momento, ma non lo fai. Io faccio solo quello che posso!", e così dicendo volò ancora verso il ruscello». Come suggerisce questo racconto molto popolare in Orissa, a volte grandi cose succedono per piccoli "atti" di gente umile. Allo stesso modo l’azione della "Chiesa" nella società, in particolare verso i "diseredati", assomiglia all’azione del modesto volatile, ma porta con sé un valore esemplare che è difficile "disconoscere". Anche nella "tragedia" del
Kandhamal, tra i "profughi", parte dei 50mila iniziali, ancora raccolti attorno al "Crocifisso" all’interno dei "campi" istituiti dalle Diocesi, pochi disposti ad accogliere l’offerta "irrisoria" in denaro e riso affinché abbandonino i "centri di raccolta governativi".
Quello di
Janla è stato aperto di corsa, sotto la pressione di un flusso di "disperati" in fuga senza un rifugio certo, nei dintorni polverosi di Bhubaneshwar, capitale dell’Orissa. Il terreno è quello di una vecchia fabbrica di "laterizi", adiacente al "lebbrosario" gestito dalle "Missionarie della Carità" che da mesi dividono impegno e tempo tra chi è oggi, nell’India dei "record" e della "democrazia" sbandierata ma spesso elusa, pesantemente "discriminato".
Dei 500 ospiti iniziali di Janla, ne restano circa 350: 40 famiglie riunite per quanto possibile, secondo un "piano" voluto dall’Arcidiocesi, ma esteso come prassi all’intero Stato. Gruppi familiari ritrovatisi anche dopo settimane di inenarrabili "traversie" nella fuga. Oggi volti sereni, ma nel cuore una paura difficile da cancellare e negli occhi la domanda che non trova aperta espressione tra questa gente: "Perché"?
Padre Manoj Nayak è una specie particolare di "profugo", ma di questa non facile condizione condivide "estraneazione", sofferenza, volontà di capire e di ricominciare. Lui è un "tribale" "Kandh", "gruppo etnico" che dà il nome al’intero distretto di Kandhamal, sfuggito per un soffio alle violenze, ma da mesi impegnato per i "confratelli" di fede ed "etnia" nella Diocesi nel tentativo di abbreviare i tempi di un rientro in condizioni di sicurezza. Nel villaggio, da dove la famiglia è riuscita a scappare, il "Pastore" Samuer Nayak è stato massacrato in casa , bruciato assieme alla madre per essersi rifiutato di interrompere la lettura della "Bibbia" davanti agli "assalitori". Un Confratello "Verbita", studente al "Teologato" di Sambalpur, è ufficialmente disperso e come lui decine di persone.
Parikhit Nayak era un "catechista", viveva una vita al servizio d’impegno e di non pochi timori tra la sua gente nel villaggio di Taengai, Kandhamal. Negli occhi ha le violenze ma anche la sofferenza dei compagni nel "campo". Gli uomini si impegnano nella fabbricazione di mattoni con metodi moderni e in quella di prodotti artigianali, le donne cercano di migliorare le condizioni dei loro "rifugi". Nel cuore di tutti, il timore che la "provvisorietà" diventi definitiva, che il futuro sia una casa lontano dalle "terre tribali". «Chi non rinuncia alla fede cristiana va incontro a morte certa in Kandhamal – racconta Padre Nayak – . Ma l’"abiura" significa ben altro che la già dura "negazione" della propria fede. Non è sufficiente che chi dichiara la propria "rinuncia" si rada il capo, beva acqua mescolata a "sterco" bovino e firmi "documenti" che attestino l’avvenuta "riconversione". Deve dimostrare la propria "sincerità", bruciando almeno una casa di cristiani, possibilmente con qualcuno all’interno». Questa è una tragedia dentro la tragedia. Tutta la gente che vive nei "campi" non coltiva che una prospettiva: il rientro nella propria terra. Tuttavia la minaccia della "riconversione" e anche ora la sfiducia verso i vicini di fede "induista" – che in molti casi hanno tradito i cristiani e in altri coraggiosamente si sono opposti agli "assalitori" – rende il rientro praticamente impossibile. La vedova di Iswar Digal, del villaggio di Mallipoda, è "inconsolabile". Al marito, catturato il 20 Settembre, era stata offerta la salvezza in cambio della "conversione". Digal ha rifiutato e di lui si sono perse le tracce. Sul luogo dell’aggressione indicato dalla moglie, la polizia ha potuto trovare solo macchie di sangue ma non il corpo. Una "tattica" anche questa, parte di un "disegno" più vasto, che porta la polizia ad allungare l’elenco dei "dispersi" ma non a indagare per reati in mancanza di prove. Probabilmente Digal è stato ucciso e il suo corpo bruciato e "occultato". «Come ci hanno detto alcuni che sono ancora rifugiati nelle foreste, ci sono zone dove si sente il "fetore" dei corpi in "decomposizione"», racconta un altro "profugo".
C’è voglia di raccontare la propria esperienza per quanto dolorosa, tra i "profughi" di Janla. C’è la coscienza che sollevare il velo sugli "orrori" del Kandhamal e delle altre aree colpite dall’"odio religioso" innescato da ragioni politiche e interessi economici sulle "terre tribali" può contribuire almeno a garantire lo "status quo", a conservare la presenza militare sul territorio gestita prioritariamente per ordine della "Corte Suprema" dal "Governo centrale" indiano.

Ricchezze naturali e "sfruttamento"

L’Orissa è uno Stato complessivamente povero e "arretrato", ma all’ombra delle sue foreste "lussureggianti", abitate in prevalenza da gruppi "tribali" e "aborigeni", si trovano ricche "riserve minerarie". La regione fornisce il 70 per cento della "bauxite" estratta in India, il 90 per cento del cromo e il 24 per cento del carbone. Le "compagnie minerarie" locali e straniere si contendono territori protetti, ma soprattutto abitati da popolazioni ricche di "tradizioni" e fiere di un rapporto stretto con le loro terre, considerate dimora delle "divinità locali" della "fede animista". Nonostante povertà e relativa "insicurezza", l’Orissa è tra i primi dieci Stati dell’India quanto ad "investimenti stranieri". Ma il progresso ha finora "illuso" le antiche genti delle foreste, private in molti casi delle loro "risorse" abituali, costrette a vivere in "cubicoli" di cemento, fuori dal loro "habitat" naturale e sempre più impoverite. Ai tentativi di educazione della "Chiesa", si oppongono vasti interessi economici che mobilitano a loro sostegno forze politiche, "radicalismo induista" e "violenza mercenaria".