LO SCATTO DI BENEDETTO XVI
RITAGLI  
UN PARLAR CHIARO SPINGE A CRESCERE   DOCUMENTI

Gian Maria Vian
("Avvenire", 23/12/’05)

Gioia, adorazione, continuità. Sono queste le tre parole che percorrono e potrebbero emblematicamente riassumere il discorso che Benedetto XVI ha tenuto ieri alla curia per gli auguri di Natale. Un discorso tradizionalmente importante, nel quale il romano pontefice riflette sugli eventi principali dell'anno trascorso, e che davvero importante si è rivelato anche stavolta. Al punto che un commento può solo cercare di riprenderne le linee per indurre a leggerlo e meditarlo. Sì, non è esagerato: meditarlo, in quanto si pone come una riflessione rivolta a ogni viandante del nostro tempo, fin dall'inizio evocato con le parole di sant'Agostino: «Svegliati, uomo, poiché per te Dio si è fatto uomo». Uno scenario a cui la Chiesa fermamente crede e sul quale riflette in particolare nel periodo precedente il Natale. Realtà che rende spiegabile la gioia - una parolina ricorrente sulle labbra di Benedetto XVI - anche di fronte alla sofferenza e al potere del male, perché «l'agnello è più forte del drago», come per tutto l'arco della sua vita e singolarmente al tramonto ci ha testimoniato quel Giovanni Paolo II di cui papa Ratzinger ha intessuto ieri l'elogio più alto. Gioia profonda, così profonda che può derivare solo dall'atto di adorazione del Signore. Lo si è visto a Colonia, nel silenzio di un milione di giovani di fronte al mistero eucaristico. E lo si è visto poi nella più recente assemblea sinodale, dove si è rispecchiata «la ricchezza della vita eucaristica della Chiesa di oggi e si è manifestata l'inesauribilità della sua fede». Nella continuità dell'esperienza ecclesiale, chiave - questa - in cui va letto e interpretato il concilio Vaticano II quarant'anni dopo la sua conclusione.
Periodo «piuttosto difficile», quello del post-Concilio, dove due interpretazioni si sono fieramente contrapposte: «l'ermeneutica della discontinuità e della rottura» e «l'ermeneutica della riforma». Secondo la prima i testi conciliari, che si ritengono scaturiti da compromessi, non esprimerebbero il vero spirito del Vaticano II, spacciato «come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova». A questa interpretazione si oppone invece l'«ermeneutica della riforma», nella linea di Giovanni XXIII e di Paolo VI. Secondo un programma esigente, come esigente è «la sintesi di fedeltà e dinamica», ma che porta infine buoni frutti: oggi infatti «il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell'agitazione degli anni intorno al 1968». E ottimista suona anche l'analisi di Benedetto XVI circa il «rapporto tra Chiesa ed età moderna». Una modernità fitta di segni positivi e che ha permesso al cattolicesimo di maturare «un insieme di continuità e discontinuità»: sono queste la «vera riforma» e la «novità nella continuità», come nella questione cruciale della libertà religiosa, che non può significare «incapacità dell'uomo di trovare la verità» e così finire nel più mortificante relativismo, o peggio nella «religione di Stato». Proprio «in questa apparente discontinuità» con alcuni aspetti caduchi del passato il Vaticano II ha invece «mantenuto e approfondito» la natura e l'identità della Chiesa. Nella consapevolezza di dover «presentare a questo nostro mondo l'esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza», in un rapporto tra fede e ragione che va sviluppato con «grande apertura mentale» e una chiarezza «che il mondo con buona ragione aspetta da noi proprio in questo momento». Di qui l'esplicita e motivata gratitudine che il Papa ha espresso nei confronti del Vaticano II, «grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa».