LO SCATTO DI BENEDETTO XVI
UN PARLAR CHIARO SPINGE A CRESCERE
![]()
Gian Maria Vian
Gioia, adorazione, continuità. Sono queste le tre parole che percorrono e
potrebbero emblematicamente riassumere il discorso che Benedetto XVI ha tenuto
ieri alla curia per gli auguri di Natale. Un discorso tradizionalmente
importante, nel quale il romano pontefice riflette sugli eventi principali
dell'anno trascorso, e che davvero importante si è rivelato anche stavolta. Al
punto che un commento può solo cercare di riprenderne le linee per indurre a
leggerlo e meditarlo. Sì, non è esagerato: meditarlo, in quanto si pone come
una riflessione rivolta a ogni viandante del nostro tempo, fin dall'inizio
evocato con le parole di sant'Agostino: «Svegliati, uomo, poiché per te Dio si
è fatto uomo». Uno scenario a cui la Chiesa fermamente crede e sul quale
riflette in particolare nel periodo precedente il Natale. Realtà che rende
spiegabile la gioia - una parolina ricorrente sulle labbra di Benedetto XVI -
anche di fronte alla sofferenza e al potere del male, perché «l'agnello è
più forte del drago», come per tutto l'arco della sua vita e singolarmente al
tramonto ci ha testimoniato quel Giovanni Paolo II di cui papa Ratzinger ha
intessuto ieri l'elogio più alto. Gioia profonda, così profonda che può
derivare solo dall'atto di adorazione del Signore. Lo si è visto a Colonia, nel
silenzio di un milione di giovani di fronte al mistero eucaristico. E lo si è
visto poi nella più recente assemblea sinodale, dove si è rispecchiata «la
ricchezza della vita eucaristica della Chiesa di oggi e si è manifestata
l'inesauribilità della sua fede». Nella continuità dell'esperienza
ecclesiale, chiave - questa - in cui va letto e interpretato il concilio
Vaticano II quarant'anni dopo la sua conclusione.
Periodo «piuttosto difficile», quello del post-Concilio, dove due
interpretazioni si sono fieramente contrapposte: «l'ermeneutica della
discontinuità e della rottura» e «l'ermeneutica della riforma». Secondo la
prima i testi conciliari, che si ritengono scaturiti da compromessi, non
esprimerebbero il vero spirito del Vaticano II, spacciato «come una specie di
Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova». A
questa interpretazione si oppone invece l'«ermeneutica della riforma», nella
linea di Giovanni XXIII e di Paolo VI. Secondo un programma esigente, come
esigente è «la sintesi di fedeltà e dinamica», ma che porta infine buoni
frutti: oggi infatti «il positivo è più grande e più vivo di quanto non
potesse apparire nell'agitazione degli anni intorno al 1968». E ottimista suona
anche l'analisi di Benedetto XVI circa il «rapporto tra Chiesa ed età
moderna». Una modernità fitta di segni positivi e che ha permesso al
cattolicesimo di maturare «un insieme di continuità e discontinuità»: sono
queste la «vera riforma» e la «novità nella continuità», come nella
questione cruciale della libertà religiosa, che non può significare
«incapacità dell'uomo di trovare la verità» e così finire nel più
mortificante relativismo, o peggio nella «religione di Stato». Proprio «in
questa apparente discontinuità» con alcuni aspetti caduchi del passato il
Vaticano II ha invece «mantenuto e approfondito» la natura e l'identità della
Chiesa. Nella consapevolezza di dover «presentare a questo nostro mondo
l'esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza», in un rapporto tra
fede e ragione che va sviluppato con «grande apertura mentale» e una chiarezza
«che il mondo con buona ragione aspetta da noi proprio in questo
momento». Di qui l'esplicita e motivata gratitudine che il Papa ha espresso nei
confronti del Vaticano II, «grande forza per il sempre necessario rinnovamento
della Chiesa».