Il dono di farsi ascoltare

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da padre della Chiesa

Papa Benedetto, un grande amico anche dei bambini!

Gian Maria Vian
("Avvenire", 19/4/’06)

Da un anno Joseph Ratzinger è vescovo di Roma. Al di là di ricostruzioni assai poco convincenti, se non contrassegnate addirittura da un inconfondibile sapore falso, la candidatura del decano del collegio cardinalizio emerse per la sua evidente autorevolezza, nel conclave più affollato che si sia mai tenuto e durato tuttavia un tempo brevissimo, meno di un giorno. Lo sottolineò, con il tranquillo stupore di un bambino, lo stesso nuovo Papa nell'omelia del 24 aprile: "Come potevano 115 vescovi, provenienti da tutte le culture ed i Paesi, trovare colui al quale il Signore desiderava conferire la missione di legare e di sciogliere? Ancora una volta, noi lo sapevamo: sapevamo che non siamo soli, che siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio".
Così, da un anno - nella fiducia di "non essere solo" proprio perché sostenuto da Cristo e immerso nella comunione dei santi - Benedetto XVI è davvero "servus servorum Dei", "servo dei servi di Dio", secondo il titolo papale introdotto quattordici secoli fa da Gregorio, uno dei suoi più grandi predecessori. E Benedetto, imbevuto com'è della tradizione, senza bisogno di appoggiarsi a citazioni, parla davvero come un padre della Chiesa, quale fu Gregorio Magno appunto, ma anche Leone, il primo pontefice di cui sia rimasta la predicazione, semplice e profonda.
Teologo acuto e autorevole già al Vaticano II, Joseph Ratzinger ha passato la vita sui grandi testi cristiani, ma senza mai starsene chiuso nella sua stanza ha saputo comunicarli agli studenti e ai fedeli, così come alle donne e agli uomini di oggi, confrontandosi fiducioso con tutti. L'ha fatto da teologo pastore quale egli è sempre stato, anche nei ventitre anni durante i quali ha guidato con gentile fermezza l'organismo dottrinale della Santa Sede. E sempre da teologo pastore oggi svolge il ministero di Pietro, tale qualificandosi fin dal primo messaggio del 20 aprile 2005, nel quale evocò quella "comunione collegiale" che era stata prospettata dal Concilio, "unicamente preoccupato di proclamare al mondo intero la presenza viva di Cristo". E di farlo con parole che ascoltano e leggono in moltissimi, non solo cattolici, con un interesse nuovo.
Benedetto XVI - collaboratore autorevole di un "grande Papa" come Giovanni Paolo II che egli non cessa di ricordare e al quale è antistorico contrapporlo benché molto diverse siano le due personalità - ha subito dichiarato il 24 aprile il suo programma, "quello di non fare la mia volontà, di non perseguire le mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia". Parole semplici, dove non c'era posto per la retorica, e che tutti infatti hanno ben capito.
Se Giovanni Paolo II ha saputo dare visibilità all'annuncio di Cristo in un mondo frastornato da mille messaggi e perso dietro a sempre nuovi idoli, Benedetto XVI ha il dono di farsi ascoltare: come nell'esordio di un anno fa, così in agosto a Colonia, negli incontri con i preti a luglio e in marzo, con i bambini e i giovani in ottobre e aprile, con i curiali e i diplomatici a dicembre e gennaio, nelle udienze del mercoledì (utilizzando fino a febbraio, con delicatezza, le tracce preparate dal predecessore), nelle nitide omelie della settimana santa. E nell'unico documento finora pubblicato, l'enciclica programmatica datata il giorno di Natale: su Dio, che è amore. Richiamando così ciascuno a quell'essenziale che non è "una decisione etica o una grande idea", ma "una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte". Proprio come avviene nelle chiese di tutto il mondo durante la veglia pasquale, quando si spengono tutti i lumi perché solo risplenda la luce di Cristo.