Il "motu proprio" del Papa sulla liturgia
e le anticipazioni dei giornali

RITAGLI    Allarme preventivo.    DOCUMENTI
Vuol disturbare la recezione

Gian Maria Vian
("Avvenire", 6/7/’07)

L'annuncio della pubblicazione del provvedimento papale che faciliterà, entro precisi limiti e a certe condizioni, la celebrazione della liturgia in atto prima del Concilio è stato accolto da un "polverone" preventivo che non aiuterà - non è difficile prevederlo - la sua piena comprensione. Da più parti infatti si è voluto indovinare che il testo rappresenterà l'ennesimo se non l'estremo "tradimento" del Vaticano II, un'imposizione dall'alto, addirittura una diminuzione dei vescovi. E questo nonostante la storia personale e le realizzazioni del cardinale Joseph Ratzinger, e nonostante la prudenza e il metodo collegiale con cui si è mossa la Santa Sede. Metodo che negli ultimi giorni si è espresso anche in una riunione voluta dal vescovo di Roma e durante la quale Benedetto XVI ha incontrato numerosi e autorevoli esponenti dell'episcopato mondiale per spiegare il senso dell'iniziativa, mentre il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ha assicurato che i vescovi non saranno scavalcati. Ma tutto questo non sembra essere stato sufficiente a evitare commenti tanto aspri quanto gratuiti su una supposta volontà di "irridere" il Concilio. Ma davvero qualcuno può credere che il Papa attuale - che dal 1962 al 1965 ha partecipato con passione e impegno ai lavori conciliari nella veste di consulente teologico del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia ed esponente di spicco della maggioranza riformatrice - voglia abbandonare il cammino intrapreso dal Vaticano II? Davvero qualcuno intende farlo credere dopo il discorso con cui il 22 dicembre 2005 Benedetto XVI ha tracciato un bilancio del Concilio a distanza di quarant'anni dal suo svolgimento? Un quarantennio che il papa ha con lucidità definito un periodo «piuttosto difficile», dove due interpretazioni del Concilio si sono contrapposte: una "ermeneutica della discontinuità e della rottura" e una "ermeneutica della riforma". Secondo la prima il Vaticano II rappresenterebbe una "cesura" con il passato, mentre la seconda preferisce operare per la riforma, nella linea di Giovanni XXIII e di Paolo VI, secondo una «sintesi di fedeltà e dinamica». Programma esigente, ma che porta buoni frutti: oggi infatti, disse Benedetto XVI, «il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell'agitazione degli anni intorno al 1968». Si sa che la liturgia esprime la fede, come sintetizza il detto "lex orandi, lex credendi". Per questo il Vaticano II iniziò dalla riforma liturgica, maturata nel corso del Novecento e che è ancora da attuare pienamente. Una riforma che ha portato molti frutti ma che non può essere assolutizzata al punto da venire contrapposta alla liturgia precedente il Concilio. E che nemmeno può essere identificata con abusi purtroppo diffusi e "sciatterie" indegne della celebrazione dei misteri divini. Ma che meno ancora può essere presa come pretesto per fronteggiare il Concilio e il papa - tutti i papi, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI - con atteggiamenti opposti a quella tradizione che affermano di rappresentare. Il provvedimento papale avrà certo presenti tutte queste realtà, con una volontà di pacificazione, ma soprattutto di fedeltà alla tradizione cattolica, e dunque anche al concilio Vaticano II. Piuttosto che indovinare preventivamente il significato di un documento ancora ignoto - e della lettera papale che lo accompagnerà - conviene allora guardare serenamente al pensiero e all'operato di Joseph Raztinger. Come ha dichiarato René Girard a "Repubblica" del 3 luglio: «Che cosa ha fatto di conservatore Ratzinger da quando è divenuto papa? Nulla. Finora ha dato solo prova di lucidità, saggezza ed elasticità mentale, alleggerendo molte delle problematiche che affliggono la Chiesa». Fedele al nome di pace che ha scelto come vescovo di Roma.