SETTIMANE SOCIALI

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«laboratori» del "bene comune"

Alla vigilia dell’edizione del "centenario",
i vescovi delle due città toscane
che da giovedì a domenica l’ospiteranno
riflettono sul tema del "Convegno"
e sull’importanza che avrà per il futuro.

Alessandro Plotti:
«Un invito a dare nuovo slancio
all’impegno sociale e politico»

Paolo Viana
("Avvenire", 16/10/’07)

«Questa è la terra in cui le "Settimane Sociali" furono "pensate", dal cardinal Maffi e dal Toniolo, il seme è stato gettato qui. Anche se poi non è stato molto coltivato...». Monsignor Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa, attende la "Settimana" del "Centenario" come «un avvenimento provvidenziale», che arriva in un «momento critico» per il mondo cattolico. Pisa, insieme a Pistoia, ha dato i natali alle Settimane Sociali dei cattolici italiani e, guardando a questi cent’anni, l’arcivescovo vede un cammino ancora in corso.

Come si è preparata Pisa a questo evento?

Sul piano logistico, abbiamo cercato di predisporre un’ottima accoglienza per i convegnisti, poiché Pisa ha sempre avuto una tradizione eccezionale di ospitalità e anche in questo caso vogliamo creare le condizioni di un soggiorno piacevole, arricchendo il programma delle conferenze con visite guidate e concerti. I delegati della Settimana dovranno percepire soprattutto che c’è una Chiesa locale che accoglie, condivide e accompagna quest’esperienza, la quale non dev’essere un "hortus conclusus". Purtroppo pochi pisani parteciperanno personalmente alle conferenze, com’è naturale essendovi un numero definito di delegati.

Cent’anni fa, i cattolici intrapresero da qui un cammino nuovo, di educazione al sociale. Cos’ha lasciato quell’esperienza a Pisa?

È stata fondamentale l’azione del cardinale Pietro Maffi e di Giuseppe Toniolo, il seme è stato gettato da qui. Anche se poi non è stato molto coltivato. Noi viviamo in un contesto molto laico e anche a livello diocesano non c’è stata una forte tradizione di dottrina sociale, come è avvenuto in altre zone d’Italia. Ci siamo dedicati troppo ai momenti "devozionali"; quella toscana è ancora, troppo, una Chiesa fatta di culto e di feste patronali, un poco ripiegata su se stessa; l’impegno sociale e politico è problematico, perché si vive in un contesto sfavorevole, refrattario, anche se il rapporto con le istituzioni è di leale e fattiva collaborazione.

Come si esprime la presenza della Chiesa nella società pisana?

Soprattutto attraverso l’impegno sociale, le opere che ci permettono di affiancare gli ultimi e di fare un poco di giustizia sociale. Abbiamo in diocesi quattro "case famiglia" per disabili giovani. A Pontasserchio è stata avviata un’esperienza molto interessante, con "comunità famiglia" e centri di assistenza specializzati, case per gli sfrattati, ecc. La "Caritas" lavora, poi, attraverso le sue strutture nel capoluogo e nei diversi centri della diocesi.

Questo impegno sociale si traduce anche in un impegno politico?

Abbiamo promosso la scuola "sociopolitica", sostenuta da un comitato scientifico di alto livello, e attraverso una serie di iniziative culturali abbiamo cercato di mantenere «vitale» casa Toniolo, dove è vissuto ed è morto il «fondatore» delle Settimane Sociali. Purtroppo, però, i giovani non ci seguono. I giovani non hanno particolarmente voglia di studiare e di impegnarsi sui temi "politicosociali", è questa l’emergenza dei nostri giorni: recuperare i giovani alla politica nel senso sano del termine.

Dove vanno oggi i giovani cattolici?

Preferiscono dedicarsi al volontariato, spesso infondendovi un’energia ammirevole, ma poi tutta la loro sensibilità resta come sospesa nel vuoto. Lo stesso tema del "bene comune" li respinge, l’"antipolitica" è arrivata a lambire anche questo nostro mondo e produce uno scollamento evidente. In questo senso, la Settimana Sociale arriva in un momento critico e rappresenta un avvenimento provvidenziale, anche per ricucire il sociale e il politico alla base delle nostre comunità.

Come intendete investire in questo evento?

Abbiamo già pensato a un calendario di incontri che, al termine, permettano di ripercorrere gli spunti di questa Settimana e incarnarla nel nostro cammino. Il mio auspicio è che quest’evento sia di stimolo, almeno, perché la dottrina sociale della Chiesa sia più conosciuta. C’è un problema di educazione; persino nel clero non è semplice trovare parroci aperti a queste problematiche. E poi, per quanto abbiamo incrementato la catechesi e l’iniziazione cristiana, resta sempre un discorso che si esaurisce all’interno della comunità cristiana. Sarebbe interessante creare un rapporto più forte con il territorio, e spezzare la spirale centripeta che tiene le nostre parrocchie impegnate più nella "sacramentalizzazione" che nella "missionarietà".

Aprirsi, ma per diffondere quale messaggio?

Quello delle Settimane Sociali, il bene comune che ruota intorno alla centralità della persona, ai suoi diritti, alla condivisione con gli altri. Nella nostra società ci sono sperequazioni che vanno sconfitte perché il bene sia davvero comune. Come dimostra il recente scontro sul "welfare", il bene comune implica la rinuncia all’interesse personale e di gruppo.