DON BENZI - UNA VITA PER TUTTI
Le sue opere
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La "Comunità Papa Giovanni XXIII",
fuoco di
carità che brucia nel mondo
Dal nostro inviato a Rimini, Paolo Viana
("Avvenire", 3/11/’07)
Ha vissuto con lui per quarant’anni, lo ha seguito, aiutato, consigliato di
fronte alle minacce del "racket", alle resistenze dei benpensanti, all’indifferenza
dei più. Ha sperimentato la condivisione, carisma e ministero dell’"Associazione
Comunità Papa Giovanni XXIII", che in quarant’anni ha fondato centinaia
di opere in ogni regione d’Italia e in 26 Paesi di tutto il mondo: una rete
nel segno della carità cristiana che tende la mano a chiunque vive nel bisogno,
del corpo e dello spirito. Eppure don Elio Piccari proprio non ce l’ha fatta.
«Ci ho provato, ma di dare del "tu" a don Oreste non ero capace»,
confessa. Il parroco della "Resurrezione", la parrocchia di
"Grotta Rossa" costruita insieme a don
Benzi, era con lui nel 1968,
quando il sacerdote riminese fondò la comunità di preti da cui sarebbe
scaturita la "Comunità Giovanni XXIII".
In principio don Oreste volle impegnarsi per i giovani: «Sono loro i veri
emarginati», diceva, riferendosi agli adolescenti. Il vescovo di Rimini aveva
appena autorizzato un gruppetto di sacerdoti, tra cui don Oreste, a vivere in
comunità a "Grotta Rossa". Il quartiere ancora non c’era, la Messa
si celebrava in un "garage". Benzi insegnava in seminario dal 1950 e
dal ’60 aveva inaugurato i campeggi giovanili sulle Dolomiti. In quegli anni
nasce la prima opera della Comunità, la "Casa Madonna delle Vette",
vicino a Canazei. Doveva favorire un «incontro simpatico con Cristo» e
coinvolgere gli adolescenti che avevano incontri decisivi per la loro formazione
con tutti, tranne che con Dio. «Don Oreste viene visto come un personaggio
pratico, grande organizzatore, quasi un "manager" – spiega don Elio
– . E invece era un contemplativo: una fede granitica, la sua, un’obbedienza
fedele alla Chiesa, ma soprattutto un’esperienza continua di Dio alimentata da
tanta, tanta preghiera». Fedele al motto «non si sta in piedi se non si sta in
ginocchio», don Oreste nel 1968 fonda l’"Associazione Papa Giovanni
XXIII", che nel 2004 diventerà di diritto pontificio. I suoi viaggi all’estero,
i contatti, le amicizie, l’ansia inesausta di evangelizzare e condividere, ne
fanno presto un autentico "network" della carità. Don Benzi dà a
questa rete un’impronta conciliare: il ruolo dei laici è decisivo, come
conferma Stefano Gasparini, responsabile del centro di documentazione. «Il
cuore dell’impegno è la condivisione diretta con gli ultimi. Lui non ha mai
creduto in una solidarietà che non fosse vissuta gomito a gomito con i poveri,
perché solo facendo con loro un pezzo di strada ci si salva con loro. Non
voleva "specializzare" il nostro impegno: noi non siamo specializzati
in nulla, tranne che nell’uomo ». Il modello operativo dell’Associazione è
la "Casa-Famiglia", dove, intorno a una figura paterna o materna si
articola il servizio a tutti, senza divisioni in «settori»: nella medesima
casa ci si occupa del giovane in difficoltà, della ragazza madre. del disabile,
del bambino abbandonato. La prima nacque a Coriano, nel Forlivese, nel 1973.
Oggi ne esistono centinaia, duecento solo in Italia, gestite da volontari: la
Comunità ha superato i 1.800 membri. «Ognuno di noi – spiega Gasparini –
segue un percorso formativo molto impegnativo, perché la condivisione non si
pratica solo nelle nostre strutture, la viviamo anche nel quotidiano, in
famiglia e sul luogo di lavoro».
Accanto alla condivisione della vita, sta l’impegno per la rimozione delle
cause delle sofferenze. E in questa prospettiva si muove anche l’impegno
internazionale per costruire la pace, che ha trovato espressione nelle missioni
dei «caschi bianchi» nelle località ferite dalle guerre. Non sempre lo stile
"Benzi" è stato apprezzato da tutti: quando decise di portare ragazzi
disabili in campeggio sulle Dolomiti fece scandalo e fu duramente criticato. Da
allora i campi di condivisione sono un appuntamento costante nella vita della
Comunità, che si impegna anche a dare lavoro agli svantaggiati attraverso le
cooperative sociali.
Dagli anni Ottanta inizia l’impegno sul fronte della droga, con la nascita di
decine di comunità terapeutiche modellate su programmi di recupero
personalizzati. Nello stesso periodo vengono aperte le "case-famiglia"
nei Paesi in via di sviluppo, a partire dallo Zambia. «Già in quegli anni –
ricorda don Elio – gli proposi di occuparci anche delle prostitute, ma lui
diceva che non era ancora il momento. Quando, negli anni ’90, iniziò la
nostra lotta per liberare le ragazze dalla schiavitù del sesso, mi disse che
era ora di scendere per le strade: prima le ragazze in qualche modo sceglievano
quella vita, mentre ormai ci trovavamo di fronte a migliaia di vere
"schiave"». La "Giovanni XXIII" ne ha strappate finora al
marciapiedi seimila e 330 sono attualmente ospiti nelle sue strutture. La prima
cosa che si nota nell’ufficio di don Benzi alla "Grotta Rossa" è
una lavagna che avvisa: «Se chiamano donne o uomini che chiedono di uscire
dalla strada dire che don Oreste le vuole aiutare e dare il suo numero di
telefonino». In questi anni ha squillato parecchio.