Amara conclusione del "Summit" "Fao" di Roma

RITAGLI    La fame non si vince con questi dirigenti    MISSIONE AMICIZIA

Bimbi e acqua in Africa: sorrisi semplici per vincere la fame...

Paolo Viana
("Avvenire", 6/6/’08)

Ci sono cose che non si possono comprare, dice la pubblicità. Dev’essere proprio vero se il "vertice" della "Fao", pur sforzandosi di essere generoso sul piano degli aiuti, fallisce su quello delle strategie "anticrisi". Le tristi conclusioni a "singhiozzo" del "summit", con riunioni fino a tarda sera sul documento finale, parlano chiaro: i governi confermano l’impegno solenne di dimezzare la fame entro il 2015 e ricostituire le scorte alimentari, il che non è poca cosa, perché significa che la fame è considerata davvero un’emergenza, ma non si può parlare di svolta, in quanto gli impegni devono ancora tradursi nella "solidarietà fattiva" che questo giornale auspica, anche contro l’evidenza di una burocrazia "paludata", incapace di far tesoro dell’esperienza concreta (ed efficace) di chi interpreta la cooperazione in termini di fraternità umana. Se la risposta umanitaria può essere considerata volenterosa, la «delusione» del Ministro Frattini fotografa al contrario l’incapacità "planetaria" di riprendere le redini di quel mercato delle materie prime che è stato l’epicentro del "sisma". Debolezza gravissima, perché per un "vertice" che si chiude male c’è un negoziato "multilaterale" sui commerci che potrebbe chiudersi malissimo. Dal "Doha Round" dipenderanno, per decenni, gli equilibri del mercato internazionale: giova ricordare che i sintomi del malessere mondiale, dall’assenza di "infrastrutture" per portare l’acqua dove avanza il deserto o per distribuire il cibo dove non c’è alla diffusione del moderno "latifondo", così influente nell’orientare gli investimenti, dall’impennata dei costi di produzione alla stessa speculazione finanziaria, sono legati "a filo doppio" con la politica "anti-protezionista" della "Wto". Se Manila è "leader" nella produzione di noci di cocco non dipende certo dalla passione per la "batida", ma dagli accordi internazionali che hanno condotto a tagliare i "sussidi" alle agricolture dei paesi avanzati e i "dazi" sulle esportazioni dai paesi in via di sviluppo, convincendo i secondi a rincorrere la domanda dei primi e a trascurare i propri mercati. Lo zucchero è la seconda fonte di valuta pregiata delle Filippine (la prima sono le rimesse delle "colf") e non è un caso che la massima parte degli 862 milioni di "affamati" del Pianeta si concentrino in Paesi la cui agricoltura è, come si dice, "export oriented".
Strategia ispirata dall’Occidente, che a Roma ha cercato di difenderla dai ripensamenti dei fornitori "affamati".
L’accordo, si dice, è stato bruciato dai "bio-carburanti", con gli "Usa" a difendere la "trincea" del mais e i brasiliani quella della canna da zucchero, e qualche "screzio" sarebbe emerso anche sul clima. In realtà, la "pietra d’inciampo" – come dimostrano le obiezioni "latinoamericane" – è stata la difficoltà di "correggere" la "globalizzazione", concordando nuove forme di "governance" del mercato internazionale, ma neppure semplici "correttivi" temporanei. Berlusconi ha lanciato proposte coraggiose, al limite della provocazione per un governo "liberale", ma finché persiste questa "maionese" impazzita, fatta di interessi apparentemente inconciliabili, è rischioso completare l’opera di una "globalizzazione" che ha imparato a distribuire i costi ma non gli utili. Non è un mistero, perché l’ha dichiarato il Direttore Generale della "Wto"
Pascal Lamy, che c’è chi preme per chiudere entro giugno il "negoziato", ma in questo modo si sciupa l’occasione di interrogarsi – come si dovrebbe e come il "vertice" non ha fatto – sulle politiche dell’"organizzazione mondiale del commercio", che negli ultimi anni sono parse allontanarsi dagli interessi delle comunità, rappresentate dai governi, per conformarsi a un’ideologia "ultra-liberista", che la storia recente consiglia di "temperare". In questa situazione, come dice Napolitano, «non si può fare affidamento sulle virtù "riequilibratrici" del mercato».