L’INTERVISTA

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città alla ricerca della «luce vera»

Il vescovo ausiliare Finnigan traccia il profilo della comunità locale,
in attesa di ospitare 10mila pellegrini.
«Vogliamo che la "Gmg" ci aiuti a portare sul territorio la gioia vera».

Dal nostro inviato a Brisbane, Paolo Viana
("Avvenire", 8/7/’08)

Dietro al riflesso di una vita spensierata tra "surf" e mare spesa sulle spiagge della «Sunshine coast», c’è una città alla ricerca della «luce autentica» e una Chiesa locale che guarda alla "Gmg" come a un’immersione nelle acque cristalline della speranza cristiana. A tracciare un profilo di Brisbane, in attesa dei 10mila giovani pellegrini della "Gmg" da 40 Paesi, è il vescovo ausiliare della città, Brian Vincent Finnigan, australiano dello Stato di Victoria, che ha presieduto la locale "Commissione preparatoria" della "Gmg".

Monsignor Finnigan, qual è il volto autentico della Chiesa di Brisbane?

I cattolici sono circa un quarto della popolazione e molti di loro si impegnano nella vita ecclesiale, anche se un certo numero si limita a farsi trascinare dalla corrente e molti non sono praticanti. Noi cerchiamo di non perderli mai di vista ed elaboriamo diverse strategie per raggiungerli.

Molti cattolici hanno radici italiane. Che ruolo hanno nella comunità?

Siamo veramente grati verso i tanti italiani che hanno scelto l’Australia: questo Paese è stato arricchito dalla loro fede e dalla loro cultura, così diversa da quella del cattolicesimo irlandese. La Chiesa australiana ha nominato numerosi cappellani italiani, soprattutto nei primi tempi, e in molte diocesi ci sono ancora, anche se gli italiani sono ormai pienamente integrati nella vita sociale ed ecclesiale. Ricordiamo ad esempio il grande sostegno dato dall’arcivescovo di Melbourne, Thomas Francis Little, scomparso lo scorso 7 aprile, alle associazioni che nacquero, dopo la "Seconda guerra mondiale", per assistere i cattolici italiani.

Un recente studio, denominato «Generation Y», parla di «fuga» dei giovani dalla Chiesa australiana. È proprio così?

La questione giovanile naturalmente riguarda anche la nostra comunità ecclesiale. Ci sono tanti giovani che sembrano non «assorbire» la fede; la vita è cambiata in modo drammatico, c’è una grande mobilità, una maggiore sicurezza economica, una diffusa "secolarizzazione". L’influenza dei "media" è pesante così come il conformismo cui sono soggetti i più giovani. Esistono però dei gruppi significativi che vedono crescere la propria fede con sempre maggiore coraggio e convinzione. Importante in questo senso il ruolo giocato dalle scuole cattoliche. Naturalmente non tutti quelli che escono da questi istituti sono poi praticanti assidui. Al tempo stesso però anche in Australia si possono incontrare parecchie persone, impegnate in politica o nell’economia, che non sono praticanti ma applicano i principi sociali appresi attraverso l’educazione cattolica.

Crescono le «religioni» che parlano il linguaggio dell’individualismo e della prosperità economica: c’è ancora spazio per una fede che parla di carità, temperanza, umiltà?

Assolutamente sì e penso che se ne vedano i segni. Nel recente passato è stato messo un accento particolare sul benessere e sulla carriera, valori che hanno un grande spazio nel mondo del lavoro, dove è venuto il momento di rivalutare il ruolo delle famiglie. Ho parlato con molti giovani che hanno fatto carriera in azienda ma poi hanno sentito il bisogno di non vivere sempre di corsa ed essere privati del tempo con i loro cari e hanno cercato un lavoro diverso. Ci si rende conto cioè che, per quanto attraente, la via della prosperità economica non porta alla felicità e si cerca di ritrovare quelle qualità della vita che sono associate alla fede: carità, relazioni interpersonali vere, sentirsi figli di Dio.

Il viaggio della "Croce" ha suscitato grande entusiasmo anche a Brisbane: le «esperienze forti» sono la via giusta per "rievangelizzare" la società australiana?

Simboli ed esperienze forti hanno un grande impatto sulle persone, specialmente sui giovani, anche se abbiamo avuto reazioni meravigliose in tutte le fasce d’età. In tanti si sono mossi, anche solo per toccare la "Croce" o essere presenti quando l’"Icona" e il «message stick» aborigeno passavano dalla propria città. I simboli e le esperienze forti sono una buona via attraverso la quale crescere nella fede, ma non sono sufficienti: le persone devono avere una fede dentro di sé «prima» di vivere questi eventi.

A Brisbane il 12% dei cattolici va a Messa. Si può crescere, lavorando sui giovani?

Sì ed è una delle preoccupazioni costanti del nostro arcivescovo, John Alexius Bathersby: ci sono 600mila persone nella nostra diocesi che si professano cattoliche, ma solamente il 12-13% viene regolarmente in Chiesa. C’è il sospetto che sia una percentuale "sottostimata", ma è sempre possibile fare di più per l’evangelizzazione. La "Conferenza episcopale australiana" ha appena diffuso una "Lettera Pastorale" indirizzata a chi ha lasciato la Chiesa e questo documento è il frutto del lavoro di una "Commissione" guidata proprio da monsignor Bathersby.

Fra pochi giorni incontrerete il Papa: cosa gli offrirete e cosa vi aspettate di ricevere?

Gli offriremo la calda accoglienza dei cattolici australiani, il grande sostegno della preghiera e della gente, la lealtà di una Chiesa "vibrante" e la nostra grande stima per il lavoro che fa il successore di Pietro. A Brisbane, e in tutta l’Australia, il Papa e la "Gmg" lasceranno migliaia di giovani entusiasti: non ho mai incontrato un pellegrino che è uscito deluso da quest’esperienza e il nostro desiderio è quello di saper prolungare la gioia della "Gmg". Il nostro "Sinodo" ha costituito una "Commissione" per i giovani, che ha già elaborato programmi "post-Gmg": inizieremo subito, in agosto, con un corso per portare lo spirito della "Gmg" sul territorio. Perché la "Gmg" continui.