SETTIMANE SOCIALI

RITAGLI      Mons. Miglio:      DOCUMENTI
idee ed esperienze per migliorare il Paese

Gli incontri di questi giorni dovranno favorire l’unità culturale dei cattolici
sui valori di fondo e fare comprendere alla nazione intera
che solo su di essi può fondarsi una democrazia sana.
Alcuni valori fondamentali sono considerati di destra e altri di sinistra,
paghiamo lo scotto di una concezione individualistica e spiritualistica della fede.
Gesù è venuto a salvare ogni uomo e tutto l’uomo.

Paolo Viana
("Avvenire", 14/10/’07)

Si chiamano "Settimane Sociali dei cattolici italiani", ma quella che sta allestendo monsignor Arrigo Miglio non nasce solo per loro. «I valori e la riflessione che saranno oggetto di studio a Pisa e Pistoia sono offerti a tutti, perché valgono per tutti, per tutto il Paese. La Chiesa non lavora per una parte contro un’altra, il "bene comune" che vogliamo costruire è, anch’esso, per tutti». A pochi giorni dall’inaugurazione, giovedì 18 ottobre, il vescovo di Ivrea, monsignor Arrigo Miglio, presidente della "Commissione per la pastorale sociale e del lavoro" e del "Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali", ricorda così i cent’anni trascorsi dalla prima Settimana Sociale. Anni che hanno visto uno sviluppo straordinario del magistero sociale della Chiesa: dalla stagione del "Non expedit" a quella della "Rerum Novarum", fino ai giudizi e alle indicazioni contenute nella "Pacem in terris", nella "Populorum Progressio", nella "Centesimus annus" e in quella che da qualcuno viene considerata un’enciclica sociale: la "Evangelium Vitae".

Torniamo al 23 settembre del 1907: l’Italia e la Chiesa di allora quanto erano diverse da quelle di oggi?

Le "Settimane Sociali dei cattolici italiani" entrano nella storia della Chiesa italiana in un momento particolare e sotto la guida di personalità particolari. È nota l’attenzione con cui Pio X, salito da pochi anni al soglio pontificio, le volle incoraggiare, ma non a caso nacquero tra Pisa e Pistoia, dove operavano Giuseppe Toniolo e il cardinale Pietro Maffi. Che era un arcivescovo ma anche un uomo di scienza, portatore di interessi a tutto campo. Ciò detto, lo scenario storico-politico della prima Settimana Sociale era ancora, di fatto, quello del "Non expedit", cui i cattolici dovevano attenersi, astenendosi dalla vita politico-istituzionale, mentre crescevano i problemi e la diffidenza verso Murri. In quello stesso anno fu pubblicata l’enciclica "Pascendi dominici gregis", che condannava il modernismo.

La scelta «sociale» fu il risultato di una rinuncia?

Al contrario, fu la profezia di Toniolo, che a sua volta intercettava l’evoluzione del movimento cattolico. L’evoluzione dell’"Opera dei congressi", che doveva rapportarsi con l’Italia post-risorgimentale, portava nella direzione scelta dalle prime Settimane Sociali. Esse si occuparono di temi molto concreti - dai contratti di lavoro alla condizione delle popolazioni rurali - perché il movimento cattolico stava portando su questi terreni il proprio impegno. Toniolo intuì che questo era il modo di preparare un futuro impegno pubblico, ma non solo. Con le prime Settimane, infatti, definì con chiarezza la posizione della Chiesa: all’interno – non in un angolo o in sacrestia, come da alcuni si vorrebbe tuttora – della società italiana e a fianco delle sue fasce meno garantite.

Cos’è cambiato in questi cent’anni?

Limitandoci alla vita ecclesiale e al pensiero sociale cristiano dobbiamo riconoscere che il magistero ci ha dato molto, principi e criteri meglio definiti di quelli di cui poteva disporre Toniolo. Allora i cattolici si ispiravano praticamente solo alla "Rerum novarum", mentre noi abbiamo a disposizione cent’anni di magistero sociale, coronato dalla "Centesimus Annus" con una lettura "sapienziale" sui fenomeni del capitalismo e del comunismo. Ci muoviamo in un contesto ecclesiale più ricco, con il Concilio e la "Gaudium et Spes", con la nuova tradizione dei convegni ecclesiali decennali, con la bella novità del "Progetto Culturale".

Cosa resta dell’intuizione di Toniolo?

Moltissimo, a partire dalla sua visione dell’impegno laicale, fatto di competenza scientifica, di pieno inserimento nella società del suo tempo, di profonda sintonia con il magistero ecclesiale. Il contributo dei cattolici alla vita sociale non può essere solo di tipo "infermieristico" ma deve entrare profondamente nelle strutture culturali, politiche, economiche, per costruire una società più giusta e attenta al primato dell’uomo. Si pensi allo sviluppo di tante esperienze di volontariato, alla crescita e al ruolo assunto dal "terzo settore", di cui, ad esempio, si occuperà la settimana sociale nella sua terza sessione, venerdì 19.

Questo "curriculum" dà titolo per avanzare delle proposte. Lo farete?

La Settimana del Centenario sottopone a critica il modello di "welfare" attuale, auspicando che si passi dal "welfare state" alla "welfare society"; affronta il tema del bene comune nella prospettiva della globalizzazione, prospettiva che mette in questione gli stili di vita nei Paesi più sviluppati. Emergerà anche tutta la delusione del mondo cattolico per la scarsa considerazione in cui la politica economica nazionale tiene la famiglia. E non dimentica il fronte della "biopolitica", perché essere a fianco dei più deboli significa anzitutto rispetto per la vita nascente, come per quella terminale. La vita umana, ai suoi inizi e al suo termine, è la più colpita. Anche questa è una grande povertà del nostro tempo, drammatica come le più oscure povertà di cent’anni fa.

I cattolici possono affrontare queste urgenze prescindendo dalla politica?

Il "Convegno di Verona" dell’ottobre scorso ha ricordato che la ricchezza di riflessione e di generoso impegno dei cattolici nel sociale deve tradursi sempre più anche nell’impegno politico. E anche nella società civile i cattolici se vogliono essere efficaci devono sempre più saper fare rete. La difesa dei valori fondamentali, quelli "non negoziabili", è importante non solo per noi, ma è basilare per tutta la società, appunto per il bene comune, perché di questo si tratta. Limitarsi all’impegno tradizionale nel sociale, restare nell’anticamera dell’impegno politico, o peggio ancora farsi tentare dall’"antipolitica", potrebbe rivelarsi come una specie di nuova e curiosa forma di "non expedit".

In un sistema "bipolare" non rischiano di diventare "bipolari" anche i valori cristiani?

È una confusione ricorrente, una specie di "schizofrenia": alcuni valori che riteniamo fondamentali sono considerati di destra e altri di sinistra. Manca ancora, in un certo numero di cristiani, la coscienza che, invece, tali valori sono al di sopra delle differenze politiche e appartengono a una visione cristiana che risponde a una precisa antropologia; ci sono tutti o cadono tutti. Paghiamo lo scotto di una concezione individualistica e spiritualistica della fede, assolutamente riduttiva, ma diffusa. Gesù è venuto a salvare ogni uomo e tutto l’uomo, come insegna la "Gaudium et Spes"; le Settimane Sociali devono favorire un’unità culturale dei cattolici sui valori di fondo e far comprendere alla società intera - con argomentazioni razionali, illuminate dalla fede, come ci insegna Benedetto XVI - che solo su di essi può fondarsi una democrazia sana.

Prendiamo ad esempio il tema di questa Settimana. Cos’è il "bene comune" per la società italiana del XXI secolo?

Il "bene comune", che non può prescindere dai valori cui facevamo riferimento, è il bene di tutti e di ciascuno, in ogni formazione sociale e a livello universale; non può identificarsi con il bene di alcuni, di una parte, e neppure solo con il bene pubblico e il bene "totale", che non tiene conto di ogni persona. All’"assemblea ecumenica" di Sibiu è stata annunciata la luce di Cristo che splende per tutti: anche il bene comune è per tutti e richiede l’impegno di tutti. La "Gaudium et Spes" parla di condizioni che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. Perciò, ad esempio, è importante la "sussidiarietà", non solo verticale ma anche orizzontale tra i diversi corpi sociali. E così è importante saper ascoltare il disagio, anche quando si presenta come reazione "antipolitica", la quale non va certo assecondata ma considerata in quanto esprime una sofferenza reale.