Esce in Italia il "libro-testimonianza" di Harry Wu
La
morte accanto nell’inferno dei "Laogai"
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Il diario di un
"dissidente",
rinchiuso per anni nei terribili "campi di lavoro" della Cina di Mao.
HARRY
WU
("Mondo e
Misione", Gennaio 2008)
Arriva questo mese in libreria «Controrivoluzionario», il libro in cui Harry Wu, uno dei più noti dissidenti cinesi, ha raccontato la sua detenzione nei "Laogai", i "campi di lavoro" cinesi. Il volume, tradotto da Isabella Mastroleo (424 pagine, 22 euro) è pubblicato dalle "Edizioni San Paolo" in collaborazione con "Mondo e Missione". Anticipiamo qui una pagina del racconto di Harry Wu.
Era novembre 1961. Per la
terza volta nei "campi di lavoro", i miei pensieri tornarono a Dio. Lo
pregai di accogliere Chen Ming. «È uno del tuo gregge», pregai, «tornato per
stare con Te nello splendore del Tuo amore». Nessuno nella stanza mostrò
interesse alla morte di Chen. Ero l’unico rimasto seduto. Per la prima volta
da settimane, cominciai a pensare.
Prima pensai a Chen Ming. Mi aveva raccontato i suoi sogni, ma erano passati, la
sua vita era finita, lui se n’era andato. Era morto per qualcosa che aveva
senso? A quanto pareva, era possibile distruggere un essere umano così
facilmente, come un sottile foglio di carta, come una candela spenta. Le
autorità potevano dire quello che volevano su Chen Ming, che era un criminale,
un pensatore reazionario, un "indesiderabile". Il mondo intero poteva accusarlo,
ma al mio amico ormai non sarebbe successo più nulla. Non avrebbe più subito
insulti né dolore. Niente poteva sfiorarlo. Era in pace.
Cominciai a pensare a me. Che valore aveva la mia vita? Che cosa significava?
Perché continuava? Perché avevo addirittura voglia di vivere? Se domani avessi
seguito Chen Ming, che importava tutto il resto... la mia ragazza, la mia
matrigna, mio padre, la mia squadra di "baseball", il mio futuro? Nulla aveva più
senso. Per Chen Ming, per Xing, per Ling, per Lang, tutto era passato, nulla
importava. Tutto era ormai come nulla.
Perché, pensavo, volevo sopravvivere? Perché resistevo? Continuavo a vivere
per la mia ragazza o per la mia famiglia, per diventare un professore o per
giocare a "baseball"? Fare del mio meglio o del mio peggio non
significava comunque nulla. Prima di domani poteva essere tutto finito.
Tornai a sdraiarmi e mi avvolsi nella coperta. Non avevo risposte. Se il giorno
dopo fossi morto come Chen Ming, pensavo, la mia vita non sarebbe valsa a nulla.
Ma in qualche modo non volevo cedere, non volevo arrendermi. Qualcosa dentro di
me gridava: dov’è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Benedicimi. Poi la
mia mente si svuotò. E il resto della notte dormii in pace.
Prima del pasto del mattino, i "kapò" vennero a portare via il corpo
di Chen Ming sul carro trainato dai buoi. Avevano appena iniziato ad avvolgerlo
nella sua coperta, quando mi tirai su a sedere.
«No, lasciatelo!» dissi con voce ferma, allungandomi sul suo corpo.
«Che stai facendo? È morto» disse uno dei "kapò", stupito del mio
comportamento.
Non risposi. Rimasi
semplicemente con il petto premuto sul corpo freddo di Chen Ming. Incerti su
come comportarsi riguardo al mio strano modo di agire, i "kapò"
andarono a fare rapporto all’ufficio di sicurezza. Un giovane capitano appena
assegnato alla "585", di nome Zheng, mi si avvicinò.
Ogni capitano della sicurezza si rivolgeva sempre ai prigionieri urlando. Il
capitano Zheng non era un’eccezione. «Che cosa stai facendo?» gridò. Non
risposi e non mi mossi.
«Via, vattene via!» comandò. Vedendo che ancora non rispondevo, il capitano
si arrabbiò. «Toglietelo di lì» ordinò. Il "kapò" mi tirò per
un braccio. «Voglio stare con lui» dissi pacatamente.
«È morto. Deve essere sepolto. Non puoi stare con lui».
«Sì» risposi calmo. Non sapevo perché quelle parole mi erano uscite di
bocca.
La sorpresa del capitano
Zheng superò la sua rabbia. Alla "585" i prigionieri raramente
dimostravano emozioni. Nessuno era in grado di reagire a tanta morte. Tacque,
poi aggiunse in tono meno severo: «Va bene. Puoi andare. Va’ con lui». Un
"kapò" mi aiutò a rimettermi in piedi e mi ordinò di vestirmi. Mi
vestii lentamente. Mi sostenne mentre mi avviavo verso il carro e mi aiutò a
salire sul retro, vicino al corpo avvolto di Chen Ming. Altri sei corpi
giacevano davanti. I due "kapò" sedettero vicino a me. Era il loro
lavoro quotidiano.
Non sapevo cosa stessi facendo. Udii lo schiocco della frusta e sedetti contro
il bordo del carro, guardandomi intorno mentre uscivamo dai cancelli della
"585". Seguimmo un sentiero che curvava intorno al muro del campo.
Quando oltrepassammo la torretta di guardia, vidi una vasta area aperta che si
estendeva dietro la "585". Il carro lasciò il sentiero e continuò
sobbalzando su un terreno sconnesso. Ondeggiavo da una parte all’altra,
finché non mi accorsi che stavamo camminando su cumuli di tombe. Mi trovavo in
un cimitero. Paletti di legno contrassegnavano le tombe con i nomi scritti in
inchiostro nero. Alcuni tumuli restavano più sollevati, come appena coperti,
mentre altri si erano appiattiti probabilmente con il passare del tempo.
Dovevano essere migliaia. Era l’area della fattoria "Qinghe", nota
come sezione "586". Vidi alcune fosse dove il terreno era stato smosso
e mi domandai se i cani randagi avessero mangiato i corpi sepolti. Anche alcuni
tumuli più recenti erano mezzi scoperti o scavati. Si vedevano pezzi di vestiti
sparsi per il terreno.
Il carro si fermò quando raggiungemmo una zona "vergine" e i
"kapò" si misero al lavoro con le vanghe. Ben presto cinque cadaveri
furono sepolti. Chen Ming era tra loro. «Ehi» gridò uno. «La mia fossa è
grande abbastanza per due». Lasciarono cadere gli ultimi due corpi in quella
singola fossa e poi coprirono tutto frettolosamente con la terra. Quando ebbero
finito, pezzi di coperte spuntavano da quelle tombe così superficiali. Non
avevano portato nessun paletto su cui scrivere il nome. Chen Ming era scomparso.
Gli scavatori risalirono sul carro accanto a me. Nessuno parlò. Sulla via del
ritorno, prima di oltrepassare di nuovo la torretta di guardia per rientrare
nella "585", mi guardai indietro. La mia mente prese nota con una
strana, distaccata curiosità delle altezze diverse delle tombe, dei rozzi
paletti di legno, dei pezzi di stoffa che spuntavano qua e là. Non avevo
provato nulla quando avevano messo Chen Ming sottoterra, ma l’ultimo sguardo
alla "586" mi rimase impresso nella memoria.
Improvvisamente la mia
mente si riscosse ed ebbi una specie di "rivelazione". La vita umana
qui non ha valore, pensai amaramente. Non è più importante della cenere di
sigaretta sparsa nel vento. Ma se la vita di una persona non ha valore, anche la
società che foggia quella vita non ha valore. Se la gente non è altro che
polvere, allora la società non vale nulla e non merita di continuare. E se la
società rischia di non continuare, tocca a me fare qualcosa per impedirlo.
In quel momento seppi che non potevo morire. Non potevo semplicemente scivolare
nel "nulla" e raggiungere Chen Ming. Dovevo mettere a frutto la mia vita e cercare
di cambiare la società. Solo così la mia esistenza non sarebbe stata semplice
"polvere", ma avrebbe avuto valore. Quel pensiero mi squarciò la mente rapido
come un lampo, inaspettatamente risvegliato da quella distesa di vite umane
sprecate che era la "586".