IL CASO

Vescovi e sacerdoti rapiti o uccisi, credenti sempre più indifesi.
La "comunità internazionale" chiamata a intervenire.

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«In un antico Paese di tradizioni cristiane,
la comunità vede la propria sopravvivenza a rischio nella terra dei loro padri».
Il "j’accuse" dello storico Yacoub:
ormai si rende necessaria una "commissione d’inchiesta",
che coinvolga le "Nazioni Unite" e l’"Unione Europea".

Joseph Yacoub
("Avvenire", 3/6/’08)

Con la morte del vescovo "caldeo" di Mosul Faraj Raho a fine febbraio e poi con l’assassinio del sacerdote "siro-ortodosso" Yousif Adel Aboudi, il 5 aprile nel centro di Baghdad, il vaso è nuovamente traboccato. Le denunce non bastano più, poiché le parole sono paralizzate. Per quanto si parli con insistenza degli attentati gravi e massicci contro l’integrità fisica e la libertà religiosa dei cristiani del "Paese d’Abramo", la parola resta priva di effetto. Questa volta si tratta di una strategia intenzionale di "epurazione" etnica e religiosa, destinata a svuotare il Paese della popolazione cristiana. I cristiani sono presi di mira in quanto cristiani. Urge pertanto fare un passo in più per trovare gli autori di questi crimini, che si ripetono regolarmente, e per garantire protezione a quei cristiani indifesi che, nonostante tutto, restano nel Paese. Che fare?
Innanzitutto guardiamo i fatti e compiamo un accertamento di sicurezza e giudiziario. Invece di essere uno Stato civile, lo Stato iracheno si è frazionato e ciò ha comportato la paralisi degli organismi giuridici e amministrativi.
Si è dimostrato totalmente incapace di garantire la protezione e la sicurezza dei suoi cittadini. Inoltre, i cristiani sono pochissimo rappresentati in "Parlamento" e ancora meno nelle istituzioni pubbliche. Vengono intenzionalmente emarginati. Finora nessuna inchiesta ha prodotto risultato e la giustizia locale in pratica non conta nulla.
Di fronte a tale vuoto di sicurezza e giudiziario, si giustifica e si rende necessaria una "commissione d’inchiesta" internazionale. Essa deve essere composta da personalità autorevoli per moralità, oggettività e imparzialità, che abbiano una competenza riconosciuta nell’ambito dei "diritti dell’uomo" e siano particolarmente sensibili ai diritti delle minoranze etniche e culturali e alla libertà religiosa. Non si tratta qui di negare la competenza nazionale dello Stato iracheno in materia di giustizia, ma è triste constatare che esso si trova nell’incapacità di fare il suo lavoro, dati gli enormi intralci che lo paralizzano. A ciò si aggiunge forse, viste le circostanze, una mancanza di volontà politica di condurre a buon fine le inchieste e i procedimenti. Per giudicare, un sistema giudiziario deve essere indipendente e imparziale.
A livello internazionale la commissione dovrebbe essere costituita da personalità di Paesi non coinvolti nel conflitto iracheno. A livello regionale dovrebbero essere chiamati in causa i Paesi arabi, così come personalità irachene.
Insomma, una "commissione mista" – internazionale, regionale e locale – dove i tre "attori", senza "leadership", si completerebbero in modo paritario.
Lungi da noi l’idea di "diritto d’ingerenza", che davvero non rispetta la sovranità nazionale. Al posto di questo concetto, avvertito come "coloniale", sosteniamo con forza "la responsabilità di proteggere", importante nozione che ha fatto il suo ingresso nel discorso internazionale durante il "vertice" dei Capi di Stato e di governo all’
"Onu" il 16 settembre 2005.
Da allora, il punto è sapere quale autorità internazionale abbia il diritto di prendere decisioni per aprire un’inchiesta e stabilire la verità su tali gravi violazioni dei "diritti dell’uomo". Naturalmente si pensa innanzitutto all’"Onu", che vorrebbe essere la coscienza dell’umanità e il referente delle sue lamentele.
Sarebbe auspicabile che il Segretario Generale
Ban Ki-Moon prendesse l’iniziativa, poiché egli «può richiamare l’attenzione del "Consiglio di sicurezza" su qualunque situazione che, secondo lui, possa mettere a rischio il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale» ("Articolo 99" della "Carta dell’Onu").
Riuscirebbe, però, a superare gli incresciosi "fardelli" politici ereditati da tale organizzazione?
Dal momento che un eventuale passaggio attraverso il "Consiglio Onu" dei "diritti dell’uomo" non sfuggirebbe alle considerazioni politiche degli Stati membri, suggeriamo piuttosto l’
"Unione Europea". In collaborazione con la "Lega degli Stati arabi", potrebbe svolgere un ruolo di equilibrio. Se tutta la società irachena vive nella sofferenza, quella sopportata dai cristiani d’Iraq è ancora più grave. Ne va della loro sopravvivenza nella terra dei loro padri.

( Traduzione di Anna Maria Brogi )