DA TORINO

RITAGLI    Attacco al libro, attacco all’umanità    TERRA SANTA

Alessandro Zaccuri
("Avvenire", 8/5/’08)

Alla fine si dirà che i libri non c’entravano, nemmeno dall’inizio.
Perché, alla fine, l’inizio non so lo ricorderà nessuno, nessuno avrà voglia di ammettere che tutto è cominciato da lì, dai libri, l’ultimo "bene rifugio" del "pensiero militante", l’unico "medium" che, sottraendosi alla "massificazione", potrebbe mostrarsi capace di fare "massa critica". E invece no, è con i libri che è cominciata questa brutta storia di "boicottaggi", bandiere bruciate e "zone rosse", perché la
"Fiera di Torino", da ultimo, rimane una grande "festa del libro", un "fastoso" elogio della lettura. A carattere internazionale, oltretutto, e quindi con "licenza" di muovere lo sguardo in lungo e in largo sul "mappamondo" della "contemporaneità", magari facendo tesoro degli "atlanti" più aggiornati, non diciamo all’autunno del 1989, ma almeno alla primavera del 1948, anno di fondazione dello "scandaloso" "Stato di Israele".
Ecco, si cercherà di sostenere che tutto è nato da lì, dal
Medio Oriente suddiviso fra aggressori e aggrediti, buoni contro cattivi. Che è poi esattamente il "bipolarismo" più che imperfetto rispetto al quale la letteratura, da sempre, mette in guardia. E anche in questo caso no, non c’è bisogno di rifarsi ai romanzi di David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua, i maestri della narrativa israeliana d’oggi. Intendiamoci, uno sguardo ai loro testi potrebbe aiutare, se non altro perché si scoprirebbe che gli "schieramenti" sono molto più "sfrangiati", molto più contraddittori e dolenti di quanto la "caricatura" della contestazione pretenda di rappresentare. Ma anche, per chi fosse rimasto un po’ indietro con il programma e avesse "dimestichezza", per dire, soltanto con l’"epica classica", potrebbe tornare utile l’immagine del vecchio Priamo che, nell’«Iliade», raggiunge "nottetempo" la tenda nel nemico Achille e gli chiede la restituzione del corpo, ancora "insepolto", di Ettore. In quel momento, mentre implora di poter onorare la salma del figlio, Priamo non è troiano né greco, non è palestinese né israeliano: è un padre e tanto basta. Di questo tipo è la semplicità che la letteratura insegna, una profondità "assoluta" alla quale bastano poche parole per rivelarsi "universale". L’esatto contrario della semplificazione "brutale" che si sta manifestando in questi giorni, "capziosa" e "sbrigativa" nello stesso tempo, tanto da risultare "imparentata" – più che con la complessità del libro – con lo "schematismo" di cui si nutre, almeno in parte, la "contro-informazione" del "Web".
Ma questo, tutto sommato, è il meno drammatico fra i molti "paradossi" ai quali stiamo assistendo. Fa riflettere, piuttosto, che a scatenare una simile "tempesta" sia, ancora una volta, il libro: questo oggetto antico e modernissimo, dato di continuo per "spacciato", ma sempre vivo e, a quanto pare, "minaccioso". Per tacere dell’altra, "spettrale" ironia che ha per "bersaglio" il "popolo" che più di ogni altro si identifica nel "Libro" e per i libri, coerentemente, finisce ancora una volta sotto attacco. Ma anche questo, alla fine, nessuno vorrà più ricordarlo.