Tra sfide e appuntamenti

RITAGLI    Il "bene comune", medicina all’"anti-politica"    DOCUMENTI

Stefano Zamagni
("Avvenire", 4/10/’07)

Che la categoria di "bene comune" viva oggi una situazione di crisi – vale a dire, di transizione – è cosa risaputa e ampiamente confermata da una pluralità di segni. Uno di questi – non certo dei minori – è la duplice confusione in continua crescita, per un verso, tra bene "comune" e bene "totale" e, per l’altro verso, tra bene comune e interesse generale. Come ben chiarisce il documento preparatorio della "45esima Settimana Sociale" in calendario per la metà di questo mese di ottobre, mentre il bene "totale" è una somma di beni individuali, il bene comune è piuttosto il prodotto o la moltiplicazione degli stessi. Il che significa che il bene comune è qualcosa di indivisibile, perché solamente assieme è possibile conseguirlo, esattamente come accade in un prodotto di fattori: l’annullamento di anche uno solo di questi, azzera l’intero risultato.
Essendo comune, questo bene non riguarda la persona presa nella sua singolarità, ma in quanto relazione con gli altri. Questo dice la profonda differenza rispetto al bene totale: in quest’ultimo non entrano le relazioni tra le persone e, di conseguenza, neppure entrano i beni relazionali, la cui rilevanza ai fini del progresso civile e morale delle nostre società è ormai cosa ampiamente risaputa. Del pari diffusa, nel lessico politico ed economico corrente, è la confusione tra bene comune e interesse generale, come se i sostantivi "bene" e "interesse", da un lato, e gli aggettivi "comune" e "generale", dall’altro, fossero sinonimi. Eppure, generale si oppone a particolare, mentre comune si oppone a proprio. Nel bene comune, il bene che ciascuno trae dal suo uso non può essere separato da quello che altri pure da esso traggono.
Cosa c’è all’origine di tale situazione di crisi? Per un versante, la svolta individualistica che la cultura occidentale ha imboccato, per svariate ragioni, ormai da qualche tempo. Per l’altro, a pesare è il dispiegamento pieno del "pluralismo" contemporaneo. Il venir meno di un’etica comune ha dato la "stura" al moltiplicarsi delle differenze negli interessi, nelle preferenze, nelle concezioni stesse del bene.
Ciò precisato, è ancora spendibile – ai fini pratici – l’idea di bene comune, oggi? Per mostrare e far sentire che tale principio (che è uno dei quattro pilastri che sorreggono la "dottrina sociale" cristiana) non è un’astrazione o, peggio ancora, un’espressione retorica di volta in volta invocata secondo l’interesse di questa o di quella parte politica, di questo o di quel gruppo di potere, è indispensabile indicare quali forme concrete il perseguimento del bene comune può oggi assumere. Aristotele ci ricorda che la virtù "è una disposizione che produce scelte". Non si è virtuosi se si parla solamente oppure ci si limita ad un rispetto formale delle regole. Bisogna anche "fare" opere e adoperarsi perché le regole stesse siano buone. È questo un compito che riguarda tutti, ma tocca in particolare i cattolici che vogliono vivere con responsabilità la loro cittadinanza.
La tentazione dell’"antipolitica", che serpeggia e si diffonde per il Paese, si nutre di quelle che Spinoza chiamava le «passioni tristi». Non si tratta della tristezza del pianto o della sofferenza, ma dell’impotenza, della delusione, della "frammentazione". È questo tipo di tristezza che spegne lo slancio vitale di cui sarebbero capaci non pochi soggetti, individuali e collettivi, del nostro paese. Ed è sempre questa tristezza che genera la "malinconia"; quella condizione prodotta nelle singole coscienze dallo scarto tra l’esperienza e l’attesa.
I cattolici, in Italia, non possono assistere, passivi e rassegnati, a un tale spettacolo.