Trazbon - L'assassinio di don Andrea Santoro riletto dalla Turchia

RITAGLI   Don Andrea: quel dialogo interrotto   DON ANDREA SANTORO

Da Antiochia, Mavi Zambak
("Mondo e Missione", Marzo 2006)

Trabzon, la favolosa Trebisonda, sede della corte imperiale bizantina dei Comneni, centro culturale sofisticato e splendido durante il Medioevo (1204-1461), oggi è un’austera città turca, con il più grande porto della costa orientale sul Mar Nero.
Fino all’inizio del Novecento ospitava una vivace comunità cristiana ricca di chiese e monasteri di armeni e greci. Ora, a causa di massacri e spostamenti di popolazioni durante la prima guerra mondiale, i cristiani in città si contano sulle punte di una mano.
Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica di una quindicina di persone, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento, un fiume di giovani musulmani.
Eppure, «qui c’è un mondo caro a Dio», scriveva don Andrea Santoro, appena approdato a Trabzon tre anni fa, sulla sua Finestra per il Medio Oriente, lettera di collegamento (che poi è diventata anche un sito) da lui fondata «per raccogliere da questa terra le grandi ricchezze che Dio vi ha deposto e per spedire da lì a qui le ricchezze che Dio ha fatto maturare nei secoli. Un vero e proprio scambio di doni umani, spirituali, culturali e religiosi che possono arricchire entrambi e contrastare quello scambio di odio, di minacce e di guerra che troppo spesso è all’orizzonte».
Questo il suo obiettivo da sempre: «Aprire una finestra che permettesse uno scambio di doni tra la Chiesa cristiana occidentale e quella orientale, riscoprire il flusso di linfa che unisce la radice ebraica e il tronco cristiano, incoraggiare un dialogo sincero e rispettoso tra il patrimonio cristiano e il patrimonio musulmano, una testimonianza del proprio vivere e sentire. Attraverso anzitutto la preghiera, l’approfondimento delle Sacre Scritture, l’Eucaristia, la fraternità, l’amicizia fatta di ascolto, di accoglienza, di dialogo, di semplicità, la testimonianza sincera del proprio credere e del proprio vivere».
Dialogo sincero e rispettoso, il desiderio più vero nel cuore di questo sacerdote romano, fidei donum in Turchia dal 1999, prima a Urfa nel sud-est della Paese, ai confini con la Siria, dove rimase tre anni come presenza orante e silenziosa, in quella città - patria di Abramo - dove non si conta neppure un cristiano. Poi tre anni in questa città sul Mar Nero, parroco della chiesa di santa Maria (fondata da tempi antichi dai cappuccini), rimasta «sprovvista» di un prete da anni.
Niente opere sociali grandiose, niente proselitismo, nessuna attività parrocchiale eclatante.
Solo un dialogo fatto di silenzi, di preghiera, di pazienza, di colloqui amicali e informali, con tutti. Nulla di più. Ma per qualcuno non era così. La sua presenza, pur inerme, dava fastidio.

Il pomeriggio dello scorso 5 febbraio, al culmine di una giornata di proteste e di violenze nel mondo islamico per le caricature di Maometto apparse su alcuni giornali occidentali, dopo aver celebrato come consueto la Messa domenicale, mentre stava pregando inginocchiato nelle ultime panche della chiesa, viene freddato alle spalle con due colpi di proiettili. A sparare, urlando «Allah è grande», è un giovane sedicenne, che una volta arrestato confessa di aver voluto uccidere il prete, sconvolto dalle vignette blasfeme contro l’islam.
L’omicida, minuto, faccia di bimbo, ha conosciuto amici fanatici in un Internet Café ed è lì che ha cominciato a maturare l’odio contro i cristiani, accusati di fare proselitismo e di essere una minaccia per l’islam.
E così questo barbaro assassinio ha aperto una voragine nel Paese, rivelando le due anime della Turchia.
Da una parte, frange integraliste, fanatiche e nazionaliste, che hanno i loro circoli e la loro stampa, attraverso la quale esortano all’odio religioso contro l’Occidente, ricordano le Crociate e il colonialismo e definiscono il dialogo interreligioso «una trappola del Vaticano».
Dall’altra parte, autorità civili e religiose di ogni credo che da anni stanno costruendo una rete di relazioni basate sul dialogo e sul rispetto. Un esempio per tutti, il grande Simposio interreligioso, organizzato lo scorso settembre ad Antiochia dal Prefetto dell’Hatay, in nome della pace e della fratellanza.
Le vignette su Maometto hanno creato un cortocircuito, mettendo allo scoperto nervi dolenti all’interno della stessa Turchia laica e democratica.
«"Il turco non ha altro amico che il turco", è questo lo slogan dei Lupi Grigi dell’Mhp (Partito di azione nazionale, ndr), - afferma Fabio Salomoni in una sua analisi socio-politica sull’Osservatorio sui Balcani, già più di un anno fa (1/2005). - Il Partito di azione nazionale, fondato negli anni Sessanta dal colonnello Alparslan Turkes, sta tornando alla retorica militare e xenofoba delle origini, sfruttando le inquietudini materializzatesi proprio nella denuncia del rischio della perdita dell’identità islamica del Paese, minacciata dal processo di integrazione europea e dalla fantomatica attività di proselitismo di missionari cristiani. L’attacco alle minoranze religiose, poi, soddisfa la necessità di creare un nuovo nemico interno, dopo gli atei comunisti e i separatisti curdi, attorno al quale ricompattare un partito che, sul piano strettamente ideologico e programmatico, sembra non avere molto da offrire».
E i conti tornano se si pensa a quanto ha scritto subito dopo l’assassinio di don Andrea il giornalista turco Can Dundar: «L’estate scorsa sono stato a Rize, cittadina non distante da Trabzon per preparare un articolo sul Mar Nero, attirato da un titolo di un giornale locale: "Sulla via del mare è stato avvistato un sacerdote". Notizia riportata con sgomento come se avessero visto un Ufo nei cieli del Mar Nero».

Poi, il giornalista del Milliyet - quotidiano nazionale turco, di destra - prosegue: «Il capo religioso di Rize non ha esitato a dichiarare: "Sono in aumento i religiosi cristiani che vengono a visitare la nostra città, hanno un intento diverso, contro di loro dobbiamo mantenere la nostra unità nazionale". E il capo del partito rappresentante i Lupi Grigi (Mhp) ha commentato: "I sacerdoti che vengono nella nostra regione vogliono rifondare lo Stato cristiano greco-ortodosso che c’era prima, tra i sacerdoti ci sono delle spie che lavorano per i Paesi occidentali, stanno rovinando la nostra pace, l’uomo del Mar Nero è un conservatore"».
E se è vero che l’omicidio di don Andrea non ha raccolto le simpatie dell’opinione pubblica turca, né tanto meno l’approvazione dei vertici politici e religiosi, tuttavia non si può nascondere che si fa sempre più capillare e organizzata la propaganda anti-cristiana diffusa attraverso i mass media nazionali.
Ultimamente è stato girato un film intitolato La Valle dei Lupi - Iraq, volutamente anti-americano e anti-cristiano, proiettato in tutte le sale cinematografiche della Turchia e pubblicizzato al massimo. Tutte le bruttezze che si vedono nel mondo arabo fatte a nome della religione e di Allah vengono ribaltate sugli americani cristiani. Cristiani che massacrano bambini musulmani in Iraq, distruggono tutto, fanno saltare in aria moschee e musulmani in preghiera che muoiono dentro le moschee, religiosi musulmani che perdonano e liberano gli ostaggi cristiani dai guerrieri. Un eroe turco combatte contro l’esercito americano e la religione che rappresentano e fa vedere la sublimità della fede islamica.
Come se non bastasse, da mesi sui canali televisivi e sui giornali si assiste a programmi e discussioni contro i cristiani: talk show e articoli che mettono in ridicolo la religione e il credo cristiani. Fanno vedere come il cristianesimo e l’ebraismo uniti cercano di distruggere la religione islamica e per questo motivo attaccano l’Iraq, l’Afghanistan e la Palestina.
E questo accanimento è aumentato dopo che Rahsan Ecevit, la moglie dell'ex primo ministro Bulent Ecevit (socialista e difensore dello Stato laico), ha dichiarato in televisione che «la religione islamica sta scivolando dalle nostre mani, l’islam sta perdendo vitalità e ci sono molti musulmani che si convertono al cristianesimo».
Che dire dei testi scolastici che presentano un cristianesimo falsato e ridicolo?
Ai bambini e ai giovani viene insegnato che il Vangelo dei cristiani non è quello vero, perché è stato cambiato e manomesso dai Papi e che prima della fine del mondo tornerà Gesù sulla terra a riportare i cristiani sulla retta via dell’islam. Sui libri di storia viene negato che Gesù sia morto in croce.

In Turchia, Paese che nutre ambiziose aspettative di ingresso nell’Unione Europea, c’è in atto un profondo processo di trasformazione per avvicinarsi ai canoni richiesti dalla democrazia europea, ma tutta l’Anatolia, cioè gran parte del territorio turco, non ha assimilato il cambiamento. Lo stile di vita islamico è radicato nella coscienza della maggior parte della popolazione, che rimane più musulmana che europea.
C’è in corso, dunque, una lotta tra due tendenze e al momento non si può dire chi ne uscirà vincitore.
Il governo sta cercando di mantenere l’ordine e di dare un’immagine del Paese democratica e civile all’estero, sostenendo la parte sana della Turchia, nella speranza che il fondamentalismo, controllato duramente fin dai tempi di Ataturk - per colpa di coscienze fragili facilmente influenzabili - non gli sfugga di mano e non prenda piede in questa nazione, che da decenni ormai è il simbolo di una possibile convivenza democratica in un Paese a maggioranza musulmana.
Quanto mai attuale, la lettera di don Santoro rivolta ai suoi amici italiani: «Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti? Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei "portato in grembo", come si dice di Rebecca, due "figli" che "cozzano tra di loro" (Gen. 25,22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo? Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro. Così accade anche a me. Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso "calice" e radunati ai piedi della stessa croce. Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, accettarsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell’altro».

E lui, nel nome di Gesù, ha voluto stare nel mezzo, essere con la sua vita - e con la sua morte - elemento di riconciliazione. «Il Signore faccia sì che il sacrificio della sua vita contribuisca alla causa del dialogo fra le religioni e della pace tra i popoli»: queste le commosse parole pronunciate da Benedetto XVI, alla notizia del martirio di don Andrea. E viene da aggiungere: «Soprattutto tra il popolo turco, da lui così amato».