RITAGLI    "EMMAUS"    MISSIONE BANGLADESH
CASA DI SPIRITUALITÀ A BOGRA
(BANGLADESH)

Mariagrazia Zambon

Ecco la Missione di "Emmaus" a Bogra!

Fiori colorati, che ha iniziato a coltivare P. Achille...

La Cappella, e pregando scopri Dio "presente"!

Ricordo ancora come se fosse ieri il mio primo arrivo a Bogra.

Gli impettiti vigili urbani brandivano in aria i loro manganelli di legno per cercare di mettere tregua al caotico zigzagare delle biciclette variopinte. Ma, abili più che mai, i risciòmen, pedalando vertiginosamente nel traffico della città, non si lasciavano intimorire e continuavano la loro corsa, suonando a tutto spiano il campanello per farsi strada tra la folla. I passeggeri, per nulla spaventati dall’equilibrio sempre precario, beatamente impicciati tra pacchi di ogni genere, si godevano lo "spettacolo". Un brulichio di uomini avvolti nel loro longhi si destreggiavano su e giù dai marciapiedi invasi da negozietti e venditori ambulanti. Poche le donne, che, con i loro coloratissimi sari, camminavano spedite tra la folla, "trascinandosi" i bambini ben aggrappati alle loro mani affusolate.

I grandi occhi marroni di chi ci vedeva non sapevano togliere lo guardo dalla nostra auto e ci squadravano in lungo e in largo incuriositi. Eravamo alla ricerca di padre Achille Boccia, ma dove cercarlo in mezzo a questo caos? Quale delle migliaia di case era la sua?

Ci allontanammo dallo stradone principale e per un po’ girammo a vuoto tra gli stretti viottoli, prima di fermarci a chiedere indicazioni. Non avevamo l’indirizzo preciso, ma tentammo lo stesso.

«Lo straniero bianco? Andate di là, poi girate a destra e...», per filo e per segno l’uomo che avevamo fermato ci indicò il tragitto da percorrere. Più ci avvicinavamo e più i ragazzini, senza essere interpellati, facevano a gara nel darci le giuste segnalazioni, sbracciandosi a destra e a sinistra. Chi l’avrebbe mai detto? Credevamo che sarebbe stato difficile come cercare un ago nel pagliaio e invece... In un batter d’occhio ci ritrovammo nel cortiletto della piccola casa bianca dalle veneziane gialle. Che Padre Achille fosse l’unico occidentale in tutta la città, fu per noi, dunque, una fortuna!

Ormai il trillo dei campanelli era lontano, il vociare delle persone e le urla dei ragazzini attutiti. La pace sembrava scesa per incanto in questa stradina racchiusa tra fila di mura. Si udiva solo il canto armonioso di un piccolo coro bengalese, proveniente dalle finestre della casa. Era domenica sera e padre Achille stava celebrando la Messa per lo sparuto gruppetto di cristiani di Bogra. Non osammo interrompere e aspettammo nel cortiletto.

Ci guardammo attorno: quella era la missione di p. Boccia. Non una parrocchia, con tanto di chiesa, convento, scuola, dispensario, ma una comunissima casa bengalese, che si perdeva, nascosta tra le altre, in un quartiere musulmano e indù. Un centro di spiritualità voluto dal vescovo.

Bogra è un centro di centomila abitanti, luogo di passaggio e incrocio di molte strade, situato nel nord-ovest del Bangladesh. Città musulmana, con una buona presenza di indù, non ha mai avuto una missione cattolica. E padre Boccia fu invitato ad andare lì non tanto per portare avanti progetti sociali, ma per vivere la sua fede tra persone di altre religioni. Così la sua presenza diventò punto di riferimento per i cristiani che desideravano mettersi in ascolto di Dio.

La Messa domenicale è uno dei momenti principali della settimana per le famiglie cristiane che vivono in città.

«Ma la mia porta è sempre aperta a tutti», ci disse p. Achille, mentre salutava i suoi amici bengalesi che lentamente si disperdevano tra i viottoli. Sorridente e allegro ci fece accomodare nella sala da pranzo e ci offrì una tazza di tè caldo. Quando gli chiedemmo di spiegarci il nome e il programma scelto per il suo centro ci indicò il disegno affisso sulla porta: una linea continua che, in caratteri bengalesi, racchiudeva la parola Emmaus.

«Un nome divenuto famoso - ci raccontò il missionario - perché un giorno due discepoli di Gesù, sconvolti e delusi dalla morte del maestro, avevano deciso di dirigersi verso quella località per lasciarsi alle spalle l’amara esperienza della crocifissione. Ma lungo la strada uno sconosciuto li aspetta e si unisce a loro. Cammin facendo li aiuta ad accogliere il mistero della croce aprendo loro il cuore a comprendere le Sacre Scritture. Nel momento culminante dell’incontro, quando lo sconosciuto spezza il pane della cena, i due riconoscono in lui Gesù vivo e la loro vita si trasforma. Leggendo e rileggendo queste pagine del Vangelo di Luca ho trovato un programma di vita per me e per la casa di spiritualità: dobbiamo ridare a noi stessi la possibilità di incontrarci con Dio».

Si interruppe e mentre sorseggiava il tè la casa sembrava risuonare delle sue parole, che quotidianamente prendevano vita tra queste pareti. La sua voce assorta e pacata ci affascinò, diventando segno di un intimo rapporto con Dio, coltivato con fedeltà nel silenzio e nell’attesa.

«La mia è una storia semplice, senza nulla di straordinario, fatta di persone concrete che bussano alla porta. Ci sono ospiti attesi, suore, preti, laici che vengono per un ritiro o per un corso di esercizi spirituali e che in preparazione all’incontro mi segnalano i temi su cui riflettere e pregare insieme; ci sono quelli che si fermano per una breve sosta lungo il loro viaggio; ci sono gli incontri settimanali con i pochi cristiani che lavorano in città e gli incontri quotidiani con i vicini musulmani. Poi giungono visite inattese: è un povero, un ammalato, uno che cerca lavoro, un confratello di passaggio, un giovane musulmano che non si sente soddisfatto della sua religione, un indù che vuole farsi cristiano. Anche le lettere di parenti, amici e conoscenti mi portano la stessa gioia di un incontro».

Ma quando non c’è nessuno?

«L’attesa in silenzio diventa preghiera... faccio il monaco!», gli venne da rispondere spontaneamente con una gustosa risata, ma subito aggiunse: «Comunque vi assicuro che non sono mai con le mani in mano. Oltre a dover preparare i diversi ritiri, scrivo anche un bollettino in inglese e bengalese: come gli amanuensi ho cominciato a trascrivere dei brani della Bibbia e tradurre qualche commento dei Padri della Chiesa per estendere il mio servizio della casa di spiritualità». Ci condusse nel suo studio e cominciò a scartabellare tra fogli. Ne uscì un bollettino ciclostilato su quella tipica carta giallina bengalese: scritto tutto a mano (con quella scrittura che sembra un ricamo) con anche i disegni fatti da lui. A mano tutte queste pagine?

«In un tempo in cui siamo sommersi dai libri stampati tanto da non riuscire a leggere più nulla con attenzione, mi pare che il ritorno alla scrittura a mano possa essere, almeno per me, un metodo per riflettere con più calma. Iniziata l’impresa mi ritrovai in breve tempo a gustarne i primi frutti. Ricopiando anche dei brani di autori bengalesi piano piano mi accorsi che stavo imparando un po’ meglio la loro lingua. Adesso il giornale è diventato anche un mezzo di scambio e spesso ricevo articoli di suore e padri, un collegamento, dunque, tra il centro di spiritualità e ogni cristiano».

Era l’ora dei vespri.

Ci ritirammo al piano superiore dove l’ampia sala su cui si affacciano le varie camere degli ospiti era stata trasformata in una cappella calda ed accogliente. Iniziammo la recita dei salmi, mentre i vicini, incuriositi come sempre, sbirciavano dalle finestre, cercando di comprendere cosa stava accadendo.

Sono tornata a Bogra dieci anni dopo.

La casa non è più la stessa, i missionari si sono alternati, ma il desiderio di far conoscere agli uomini l’amore di Dio è il medesimo.

Stavolta è p. Franco Cagnasso che mi aiuta e ricomporre i tasselli di questo sogno, ritornando indietro nel tempo.

"Era la fine degli anni ’70 e ci trovavamo da non molto in Bangladesh: p. Achille Boccia, di Borgomanero, p. Gianni Zanchi, di Crema e io, amici di quelli veri, dai tempi del seminario.

Il Bangladesh è affascinante e urtante insieme. Tantissima gente, stragrande maggioranza di musulmani, povertà estrema, disgrazie e calamità a catena, e insieme tanto amore per il bello, la poesia, tanta voglia di imparare a vivere, tanta forza d’animo. I cristiani sono pochi, pochissimi: meno dello 0,03%.

Ai missionari non manca il lavoro, anche se non ci sono conversioni dall’Islam, sostengono le piccole comunità cristiane, fanno del loro meglio contro la fame, le malattie, l’ignoranza, accostano le popolazioni aborigene aperte alla predicazione del vangelo: si mettono al servizio di tutti.

Non sapevamo che fare; alla fine però decidemmo di andare a Bogra, semplicemente per starci. Di cristiani là non ce n’erano, solamente due famiglie cattoliche venute da fuori per lavorare e una missionaria americana protestante, in una città di forse 100 mila abitanti, tutti musulmani, salvo una consistente minoranza indù.

All’inizio non trovavamo casa, poi un proprietario ci affittò un appartamento nell’edificio che ancora non aveva finito di costruire. Fu un gesto criticatissimo da amici e vicini. Ci raccontò in seguito che per farsi perdonare, aveva ripreso ad andare regolarmente alla moschea.

P. Gianni, che aveva seguito un corso di medicina preventiva per i villaggi, incominciò a girare per rendersi conto di com’era la situazione sanitaria.

P. Achille prese contatto con alcune famiglie che tenevano nascosti bambini con handicap fisici o mentali. Incominciò a visitarli, a fare amicizia, a combattere la vergogna e lo scoraggiamento, a mostrare che si poteva affrontare la situazione con atteggiamento positivo.

Io avrei dovuto prendere contatti con i capi religiosi, tentare la via del dialogo.

Nell’82 p. Gianni venne eletto superiore del Pime in Bangladesh, p. Achille si ammalò e dovette andare ad Hong Kong per un lungo periodo di cure e operazioni e io - che non me la sentivo proprio di rimanere a Bogra da solo - fui mandato in seminario come insegnante e padre spirituale, e la nostra esperienza si interruppe.

Di Bogra mi rimase una grande nostalgia, specialmente la nostalgia dei tramonti, quando dalla malandata terrazza di cemento ci arrivava il richiamo dei cento minareti della città. Mentre il caldo si faceva meno opprimente, si levava la voce dei muezzin per chiamare alla preghiera, nelle moschee povere e soffocanti e in quelle grandi e antiche, dagli altoparlanti, da voci stonate, o forti, o stanche. Un coro che mi toccava come la voce dell’umanità che raccoglie la fatica della sua giornata e la offre al cielo, e cerca Dio.

Ci sono ritornato la mattina del 19 novembre 1998, venerdì e perciò - in paese islamico - giorno festivo. Strade e vicoletti sono sempre quelli, ma il numero dei riksciò è ancora aumentato e il formicolio della gente s’è fatto più intenso. Gira e svolta, p. Mariano che mi guidava s’è fermato davanti a due case nel cuore della città, riparate da poco, vicine vicine, con un minuscolo pezzo d'orto. "Emmaus" è la scritta che campeggia su una, in bengalese e in inglese. E p. Achille era là a ricevermi.

Malattia, interventi chirurgici, convalescenza non gli avevano tolto la voglia di ricominciare! C’era la comunità cristiana (nel frattempo aumentata di numero) vestita a festa, c’erano ospiti protestanti, c’erano musulmani. Abbiamo cantato nel piccolo cortile e tagliato il nastro che inaugurava ufficialmente la nuova casa, dove ora i padri saranno due e l’altra con le tre suore bengalesi. Case nostre del Pime - anche se non ancora finite di pagare - da dove non c’è rischio di essere mandati via.

Dissi alla gente venuta per la festa che anche questa era una prova che le cose belle nascono dalla sofferenza, che il seme deve morire per dare frutto. La prima esperienza era finita nella sconfitta, per rinascere diversa ma più robusta, e lentamente crescere.

Quella sera sono tornato sulla terrazza della nuova casa Emmaus e di nuovo ho ascoltato i muezzin lasciandomi andare alla nostalgia e alla gioia. Ho pregato anch’io insieme a tanti musulmani convinto che il Signore Gesù è in mezzo a loro con la sua misericordia. Anche se non se ne accorgono, proprio come i due discepoli di Emmaus".

Emmaus: casa di spiritualità missionaria, così dice l’intestazione di questa palazzina - ristrutturata ed ampliata - ed è con questo obiettivo che fin dall’inizio sono stati impostati e vissuti i ritiri e i corsi di esercizi spirituali.

Da subito chi si recava lì sapeva che avrebbe fatto il ritiro in città e in mezzo ai musulmani. Qui, a Bogra, la missionarietà non è mai stato un discorso teorico, ma un’esperienza pratica, meditazione per le strade, al mercato, in mezzo a chi ancora non ha conosciuto Gesù e il suo Vangelo. Presenti in città per scoprire Dio presente ed operante, per imparare ad aprire il cuore al progetto di Dio... e piano piano sono giunti ad Emmaus anche quanti sentivano il desiderio di diventare missionari. Il cammino di Emmaus non si ferma: ora la casa è un luogo dove giovani in ricerca possono contare su un accompagnamento vocazionale quotidiano, fatto di preghiera, di incontri, di colloqui personali, di studio e condivisione.

Sono loro, gli otto aspiranti missionari del Pime, questa volta ad accogliermi e con loro p. Emanuele Meli. Seduti a cena intorno ad una fumante e gustosa pizza, si parla del futuro, con una grande gioia e speranza nel cuore. E il Signore sicuramente è tra noi. Come quella sera ad Emmaus.