Turchia
- Due anni dopo la morte di don Santoro
Ancora
apprensione per i cristiani.
![]()
Ma arriva un nuovo «fidei donum»
Il milanese Lonati sarà parroco di Samsun.
Mariagrazia
Zambon
("Mondo e Missione", Marzo 2008)
«Sono passati esattamente due
anni dalla morte di don Andrea. E noi siamo tornati come pellegrini in questo
"luogo santo", per pregare, per ricordare e per attingere dalla
ricchezza della sua testimonianza un nuovo vigore evangelico». È con queste
parole che mons. Vincenzo
Paglia, vescovo di Terni
e responsabile nella "Conferenza
episcopale italiana"
della "Commissione per il dialogo ecumenico e interreligioso", ha
iniziato l’omelia della Messa celebrata nella piccola Chiesa di Santa Maria a Trabzon, città
turca sul mar Nero, dove il 5 febbraio 2006 è stato assassinato il suo caro
amico don
Andrea Santoro.
Raccolti attorno al vescovo di Terni, il vescovo dell’Anatolia mons.
Luigi Padovese, Maddalena
Santoro, sorella del sacerdote ucciso, e un gruppetto di religiosi e religiose
provenienti dalle piccole comunità cristiane sparse sul territorio dell’Anatolia.
La Messa, celebrata in italiano con alcune parti in turco, si è svolta poi con
molta semplicità, discrezione e serenità. Presenti, fedelissime, anche due
delle tre georgiane che proprio poco prima dell’uccisione del prete avevano
«osato» invitare il
Papa in Turchia
con un’accorata Lettera di presentazione della loro situazione e della vita
dei cristiani in Turchia. Con tanta semplicità hanno posto un mazzo di fiori
sulla panca dove don Andrea è stato ucciso. Insieme a loro anche un gruppetto
di fedeli turchi, ortodossi e protestanti, che con orgoglio hanno detto che
mentre tutti dopo la morte di don Andrea sono scappati, loro hanno continuato
con fedeltà a partecipare alle preghiere che si tengono in questa Chiesa: «Non
abbiamo paura di nessuno, temiamo solo Dio».
Eppure motivi per avere paura ce ne sarebbero. Dopo l’uccisone di don Andrea,
molte sono state le minacce e le aggressioni subite da parte dei cristiani e
sacerdoti in Turchia. La lista è lunga: ultimo il ferimento di padre Adriano
Franchini con un’arma da taglio allo stomaco il 12 dicembre 2007; e prima di
lui quello di padre Roberto Ferrari, minacciato con un coltello da "kebab"
nella Chiesa di Mersin l’11 marzo 2006; padre Pierre Brunissen, accoltellato
in un fianco il 2 luglio 2006 fuori della sua parrocchia a Samsun.
Questi tre attentati si sono conclusi senza conseguenze fatali. Non così è
stato per il giornalista armeno Hrant Dink, assassinato il 19 gennaio 2007
appena fuori dalla sua redazione in una via affollata di Istanbul. E ancora più
tragica la morte il 18 aprile 2007 di tre cristiani protestanti, tra cui uno
tedesco, torturati, "incaprettati" e uccisi a coltellate mentre
lavoravano a Malatya nella casa editrice "Zirve", che pubblica
"Bibbie" e libri di matrice religiosa cristiana.
Strano a dirsi, tutti i colpevoli sono giovani turchi, ritenuti «squilibrati,
pazzi, deboli mentalmente». E a margine delle indagini si dichiara che tutti,
ma proprio tutti, sono arrivati a compiere questi gesti dopo aver letto, visto,
consultato su "internet" o in televisione delle attività
«missionarie» di questi cristiani, religiosi o laici che siano. Pochi ormai
credono che si tratti solo di fatti isolati e di coincidenze. Alla fine di
gennaio un’inchiesta della procura di Istanbul ha portato alla luce l’organizzazione
terroristica turca "Ergenekon". Militari, mafiosi e avvocati
"ultranazionalisti" che avevano nel mirino politici "curdi",
giornalisti e il "Nobel" Orhan Pamuk. E a loro si potrebbero
attribuire i fatti di sangue che hanno terrorizzato la Turchia negli ultimi due
anni. Qualcosa, dunque si sta muovendo.
Interessante e significativo, inoltre, quest’anno per la prima volta era presente in Chiesa anche il vice "muftì" della regione di Trabzon. E in rappresentanza del "Ministro degli Affari religiosi" di Turchia, commosso ma determinato, davanti ad un "nugolo" di giornalisti e poliziotti, dal pulpito dell’altare ha rivolto a tutti un breve discorso di condoglianze. «La nostra religione condanna esplicitamente la violenza e l’omicidio - ha proclamato - . Dio ci ha creati liberi e quindi ogni essere umano è libero di scegliere il proprio credo e la propria fede. Siamo qui a pregare insieme per la pace nel mondo, dispiaciuti per quanta violenza avviene ancora in questa terra. Condanniamo ogni forma di terrorismo e diamo a tutti voi il benvenuto nella nostra città».
Un benvenuto speciale è stato
dato a don Giuliano Lonati,
sacerdote "fidei donum" della diocesi di Milano,
venuto a prestare il suo servizio a Samsun
- città turca sempre sul mar Nero, a 300 chilometri da Trabzon - con il
desiderio di raccogliere l’eredità di don Andrea e seguire il suo invito a
voler «essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come
cristiano, sale nella minestra, lievito nella pasta, luce nella stanza, finestra
tra muri innalzati, ponte tra rive opposte, offerta di riconciliazione».
Originario di Bareggio, nell’"hinterland" milanese, 65 anni, ha alle
spalle 3 anni di missione in Eritrea e 8 in Perù sulle Ande. Tempra da
montanaro, anziché essere spaventato da una situazione complessa e
"intrigata" come quella della realtà religiosa in Turchia,
"sfavilla" gioia da tutti i pori. «Sono emozionato e molto contento -
continua a ripetere a tutti - , non mi sembra ancora vero di essere qui nella
terra dove è nato Paolo, dove sono maturate le comunità cristiane, dove si
sono celebrati i grandi "Concili" come Nicea, Efeso, Calcedonia,
Costantinopoli».
«Le autorità turche mi hanno subito concesso il "permesso di
soggiorno" - aggiunge - e così si corona un sogno coltivato a lungo nella
mia vita: poter essere strumento di pace e di riconciliazione in questo
"guazzabuglio" di fedi e culture diverse». Con questo spirito la
Chiesa "ambrosiana" con don Giuliano è partita per la Turchia, nella
speranza che questo sia solo l’inizio di un fruttuoso «gemellaggio».