ALGERIA
in movimento
I cantieri dopo l'abominio
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Michele
Zanzucchi
("Città
Nuova" - 10/06/2005)
Il ricordo degli anni di terrorismo s'affievolisce,
facendo spazio a una turbinosa voglia di recuperare il tempo perduto.
Un'insolita aria di libertà si fa spazio tra corruzioni e interessi.
Intervista all'arcivescovo di Algeri, mons. Henri
Teissier.
Il Mediterraneo stupisce più d'ogni altro mare: è
sempre lo stesso, ma in ogni luogo appare come una novità riservata dal buon
Dio-Allah-Yahvé per fare gli uomini un po' migliori.Anche qui in Algeria, i
settanta chilometri che separano la capitale dal sito archeologico di Tipaza
provocano un continuo transitare dal noto allo sconosciuto. Le baie si succedono
uguali e inattese, la vegetazione s'ammanta d'ogni verde, il cielo si distingue
e si fonde con le acque.
Tipaza accoglie il visitatore modestamente, col suo porticciolo da bambole, le
sue barchette che dondolano sulle increspature delle acque, le famiglie che se
la godono a farsi baciare dal sole e dal vento su scogli e faraglioni. I romani
avevano scelto bene il sito... Eppure proprio qui fu scoperta una fossa comune
di un centinaio di corpi durante la fase terrorista, e qui accanto, alle pendici
del monte Cherchel, si riunirono nel 1945 i leader alleati, poco prima di
quell'8 maggio che qui viene ricordato come una offesa colonialista: 20 o 45
mila morti ammazzati dalle truppe francesi. Come hanno fatto gli algerini a
rinascere in pochi anni da una guerra da 100 mila morti, quando ancora non si
era spenta l'eco delle carneficine della guerra di liberazione?
Ecco la domanda a cui vorrei trovare risposta.
Normalizzazione
Di tutto ciò parlo col giornalista che mi accompagna, un uomo
toccato nei suoi affetti e nella sua professione dalla guerra del Fis, il Fronte
islamico di salvezza.
Lo chiamerò Rachid. Il viaggio si annuncia come una rivisitazione della lunga
notte che l'Algeria ha vissuto tra 1992 e 1998. Così l'amico mi indica un
ristorante italiano in cui, negli anni difficili, servivano il vino nelle
bottiglie di Coca-cola, per evitare le ire dei fondamentalisti.
Così passiamo dinanzi al portone dove un suo amico fu freddato, alla presenza
della moglie, uno tra i 60 giornalisti uccisi in quegli anni, il 10 per cento
degli iscritti all'ordine.
Così ci imbattiamo nei cantieri della metropolitana, i cui lavori sono
cominciati 25 anni fa, ma che non sono ancora terminati per l'interruzione di
otto-dieci anni dovuta alla crescita del terrorismo. Così passiamo dinanzi alla
Fondazione dei diritti dell'uomo, dove ogni mercoledì le madri dei 12 mila
scomparsi della guerra civile chiedono ancora notizie dei loro cari... Ci
imbattiamo in decine e decine di strani posti di blocco, dei gendarmi in verde o
dei poliziotti in blu, ma non veniamo mai fermati, perché la funzione di tali
presidi non è tanto quella di reprimere le infrazioni, quanto di rassicurare la
gente e di dissuadere chiunque dall'infrangere la legge. Sono il simbolo
dell'attuale regime, che deve ancora passare molti esami sulla sua reale
democraticità, ma che ha fatto muovere le cose e sta prosciugando l'acqua
torbida dove pescavano i fondamentalisti.
Innanzitutto l'acqua della mancanza di libertà: oggi la stampa appare assai
libera, i quotidiani sono farciti di denunce e di critiche a membri del governo,
fino al presidente. C'è poi la palude della povertà: tra i cinque grandi
cantieri promossi dal presidente Bouteflika, spicca quello del milione di
alloggi e dei due milioni di nuovi posti di lavoro promessi.
Non manca lo stagno della giustizia che spesso non giudica perché corrotta,
giustizia che a fatica sta ritornando a galla, con uno sforzo gigantesco di
ascolto del popolo. E non si può dimenticare il pozzo senza fondo
dell'ignoranza, sulla quale gli imam fondamentalisti inculcavano credenze di
superstizione e di vendetta: in Algeria non ci sono scuole coraniche
riconosciute, e l'educazione nazionale sta cercando di riprendere fiato. E
infine le sabbie mobili di un esercito onnipresente ancora non amato dal popolo
ma rispettato come sola istituzione credibile del paese, soprattutto dopo
l'intervento che nel 1992 ha portato all'annullamento delle elezioni che il Fis
stava vincendo, ma allo scopo di abolire la democrazia... Mi sembra di cogliere
nelle parole di Rachid, voce del pensiero di milioni di algerini, un nuovo gusto
per la legalità, il desiderio di riscoprire il valore dello stato e della
pubblica amministrazione. Per far sì che questo sogno diventi realtà,
superando le pesanti corruzioni e le irrazionalità incombenti, gli algerini
guardano in massima parte all'Europa, alla odiata- amata Francia e anche alla
sempre più vicina Italia: da quest'anno l'italiano è la terza lingua insegnata
nelle scuole, assieme a tedesco e spagnolo.
Memoria e attualità
Tahar Absi insegna pedagogia all'Università di Algeri. Mi
aiuta a capire il cambiamento: L'evoluzione politica dell'Algeria
dall'indipendenza del 1962 in poi - mi spiega - è stata turbinosa. Dal
socialismo siamo passati ad una cultura arabo-islamica con l'isolamento della
cultura berbera e l'emergenza improvvisa di una forte tendenza alla creazione di
una repubblica islamica, peraltro completamente avulsa dalla mentalità
algerina.
Di fronte al pericolo, abbiamo assistito al risveglio del nostro popolo, che pur
in un primo momento aveva subito l'abbaglio di una cultura di rivincita e di
trionfo islamico: una bolla di sapone. È successo che, di fronte ad una grave
crisi pedagogica, si sono infiltrate nel sistema educativo delle tendenze al
fanatismo religioso.
Lo stato ha avuto le sue colpe, sia per non aver vigilato su queste
infiltrazioni, sia per avere pensato di usarle per conquistare la fiducia delle
masse, mentre l'apparato statale sprofondava in una progressiva e inarrestabile
corruzione.
Il prof. Absi ricorda un collega, Abbasi Madani, uno dei capi del Fis, col quale
all'epoca discuteva animatamente, perché riteneva che il principio dell'ascolto
dell'altro non potesse essere cancellato dal progetto educativo algerino. Non si
poteva più parlare di cultura occidentale - prosegue Absi -, che veniva
caricaturata come opposta alla cultura islamica.
Si accettava la tecnologia d'origine occidentale, ma non la filosofia e la
teologia che ne erano alla base.
Oggi posso dire che avevo ragione nell'oppormi a Madani, perché non è
possibile cancellare una cultura con un colpo di spugna... E questa cultura
islamica non è riuscita a penetrare nel popolo in profondità, sprofondando poi
nella barbarie.
Penso che ora si possa affermare che i partiti fondamentalisti islamici non
siano spariti, ma che abbiano un'influenza sulla società in discesa rapida.
In questa direzione l'apertura del governo per una riconciliazione nazionale
penso che toglierà forze al movimento islamista.
Velo, non velo...
Leila Aslaoui, già magistrato, già ministro, ora
parlamentare, non nasconde una grave pecca di tale progetto: Non ci può essere
riconciliazione nazionale - mi dice con forza - se non c'è ammissione di colpa,
se non si mantiene viva la memoria dell'abominio . Non dice queste parole senza
cognizione di causa: la guerra le ha portato via il marito dentista,
accoltellato nel suo ambulatorio da tre falsi clienti.
Ha uno spirito indomito, Leila Aslaoui, una calma lucidità che la fa parlare
con un coraggio fuori dal comune: Mi ritrovo assai perplessa a proposito di
tante incongruenze dell'Islam praticato in Algeria - prosegue -; emblematica, a
questo proposito, è la situazione della donna. Ho appena terminato di scrivere
una serie di racconti proprio sulle donne algerine.
Uno di questi narra di quelle che hanno messo il velo dopo il terremoto del
2003, perché certi imam avevano fatto loro credere che quella catastrofe
naturale era stata una punizione divina per l'abbigliamento sconcio usato da
tante donne algerine!
Contro i frutti dell'ignoranza io debbo reagire. E come donna musulmana non
posso accettare questi sfruttamenti della donna, queste ineguaglianze con gli
uomini.
Di fatto, ad Algeri la popolazione femminile si divide in due nell'uso del velo
islamico. Ne parlo con Farida, 39 anni e nubile, laureata in scienze
dell'educazione, che porta il velo ed è ricoperta d'una lunga tunica scura che
nasconde ogni possibile esposizione epidermica, e con Rosa, sposata con due
figli, medico all'ospedale di Algeri, che non porta il velo, ma lunghi capelli
castani sciolti sulle spalle. Che cosa unisce le due donne? Una profonda
amicizia e il reciproco rispetto: uno spaccato della società algerina, divisa
in due parti che sembrano non avere nulla in comune, ma che pure convivono, si
tollerano e in fondo si rispettano profondamente.
Farida: Da dieci anni, da quando mia madre è morta, mi sono volta verso la
religione, prendendo come suo primo vessillo proprio questo velo.
Ho scoperto una religione che valorizza non solo l'uomo, ma anche la donna. È
l'Islam che ha dato i diritti fondamentali alle donne, alla educazione e
all'eredità, al divorzio, nei limiti della shari'a. Il velo è il segno che la
donna ha il possesso di sé.
Rosa reagisce, sostenendo che in questo modo si introduce nella vita sociale un
elemento di rottura, di mancanza di libertà, di dominio degli uomini sulle
donne. Al che Farida reagisce a sua volta, sostenendo che è esattamente il
contrario: con le mani mobilissime e lo sguardo vivace afferma che bisogna
professare anche esteriormente la propria fede, senza paura. E comincia a
perorare la causa dell'Islam: Con tutte le mie forze desidero che tu diventi
musulmano, perché questa è la volontà di Dio, che tutti lo diventino. Ma
senza indebite pressioni, perché la religione non usa mai violenza nei
confronti di una religione diversa dalla propria.
Precisa Rosa: L'ignoranza va combattuta, perché nella menzogna non ci può
essere dialogo, ma solo scontro. A mia figlia la maestra disse di tingersi i
capelli che erano troppo scuri, perché il nero è il colore degli ebrei. Da
quel giorno l'hanno chiamata la piccola ebrea. Volevo portare il caso fino al
ministro, ma mia figlia mi ha dissuasa, dicendomi: A me piace essere chiamata
piccola ebrea. L'ignoranza fa solo danni.
Il santuario comune
La cattedrale cattolica di Algeri, situata nella celebre rue
Didouche- Mourad che scende al mare in uno scintillìo di biancore arabescato di
azzurro, esteriormente potrebbe essere scambiata per la ciminiera d'una centrale
elettrica, tanto più che dinanzi ad essa un governo poco amico ha autorizzato
la creazione di una stazione di servizio. Ma l'interno ha qualcosa di
fantastico: è la tenda nel deserto, secondo la descrizione del Vangelo di
Giovanni.
Questa cattedrale è un po' il simbolo della Chiesa algerina, chiesa di martiri
e predicatori, pensatori e mistici, testimoni e servitori. Un chiesa come tenda
nel deserto del cristianesimo: sono poche migliaia i fedeli, in tutto, ma la
loro presenza è profetica, apprezzata quasi universalmente, anche per il
coraggio manifestato nei giorni bui del terrorismo. Mons.
Claverie e gli altri martiri del fondamentalismo, col loro sangue hanno legato
indissolubilmente la Chiesa cattolica locale al paese.
D'altronde i musulmani hanno già un particolare legame coi cristiani: Maria. La
basilica di Notre-Dame d'Afrique ne è il più chiaro simbolo.
Sta perché Maria-Mariam è il tratto comune delle due fedi qui professate,
amata dai musulmani come dai cristiani.
Non a caso il coro è ornato da una scritta che incanta e stupisce: Notre-Dame
d'Afrique, prie pour nous e pour les musulmans, Nostra Signora dell'Africa,
prega per noi e per i musulmani.
Dialogo e ignoranza
Una chiesa dialogante, insomma, è quella algerina. Una
chiesa che nella Maison diocésaine, luogo di raccolta delle sue tante
iniziative, vede la continua presenza di amici musulmani, per convegni, per
semplici visite, perché si sta bene insieme. È qui che abita mons. Henri
Teissier, colui che mai è fuggito dal paese, e che per questo ormai è più
algerino degli algerini, non solo per nazionalità. Lo incontro nella sua
modesta abitazione, appena tornato dall'ufficio guidando la sua piccola
utilitaria. Un uomo di Dio, questa la prima e indifferibile impressione. Con lui
parliamo a lungo dell'Algeria e del dialogo coi musulmani. Il suo amore per i
concittadini non ha limiti. Incontro ogni giorno tanti di loro - mi confida -,
ma non i fondamentalisti, perché non vogliono proprio incontrarci.
Tuttavia è crescente il numero di coloro che manifestano il desiderio di
cercare di scoprire chi siamo, di coloro che vogliono trovare una religione che
libera l'uomo e la donna, ma senza rinunciare alla loro identità.
Se oggi non ho più tempo per me, non è perché sono schiacciato da chi vuole
sopprimerci, ma dalla quantità di inviti che mi rivolgono i miei amici.
La sua visione è chiara, e spazia ben al di là dell'Algeria: Non so chi
vincerà nell'attuale lotta interna al mondo musulmano tra chi vuole chiudere le
società arabo-musulmane su sé stesse e di chi invece desidera aprirle al
mondo, come d'altronde non so se in occidente vincerà la tendenza di chi vuole
una modernità aperta all'altro o di chi al contrario vuole imporre i propri
comportamenti e le proprie norme a tutti quanti. Bisogna quindi tenere gli occhi
ben aperti, perché sono persuaso che nel mondo musulmano ci siano persone che
organizzano l'inimicizia tra cristiani e musulmani e anche tra popoli diversi, e
che vogliono imprigionare la gente all'interno di certezze preconfezionate, che
negano l'altro.
Ma l'esclusione è organizzata anche nel mondo occidentale.
Non si arrende, mons. Teissier: È una lotta; e sono felice di poter prendere
posto in questa battaglia di civiltà, sui due fronti. Non so chi vincerà e non
è importante saperlo. So solo che è un compito evangelico quello di cercare la
relazione e di aumentare la condivisione, di liberarsi dei pregiudizi del
passato. La Chiesa d'Algeria è unanime nell'aver capito che dobbiamo essere la
Chiesa di Cristo per l'intero popolo.
Non è solo, mons. Teissier in questa lotta per il dialogo. Non sono soli i
cristiani. Nel mondo musulmano, infatti, tante e sempre più numerose sono le
voci che vogliono ripristinare un dialogo naturale, come da sempre è avvenuto
in Algeria, se si escludono i periodi coloniali, come mi dice un personaggio
quale Rachid Boumaza, uno dei padri della patria libera, che ha pagato di
persona con una quindicina d'anni di prigionia e d'esilio in Francia e in
Svizzera, prima di tornare in patria assieme a Ben Bella. È stato a lungo
presidente del Senato: Siamo condannati a dialogare, perché non possiamo vivere
gli uni senza gli altri.
L'Algeria senza cristiani non sarebbe più l'Algeria. Come agire? Con la
politica, con la legge, con l'ascolto, con la principale caratteristica degli
algerini, cioè l'accoglienza e l'ospitalità.
Se tradiamo queste nostre peculiarità, scompariremo.