INTERVISTA

Parla lo studioso ivoriano Serge Bilé:
«Per raccontare il mondo subsahariano,
è necessario uno sguardo non occidentale».

RITAGLI    Africa nera, una storia da riscrivere    MISSIONE AMICIZIA

«Gli storici africani sono di grande livello,
ma gli archivi non sono stati restaurati
e i nostri governi non investono in questo settore.
Bisognerebbe occuparsi meno di temi come lo schiavismo,
per riuscire a guardare oltre».

Chiara Zappa
("Avvenire", 30/6/’07)

Gli africani devono cominciare a riscrivere la storia. Quella dell'Africa, ma anche quella globale. Solo così potranno «decostruire l'immagine negativa legata ad antichi pregiudizi e proporre un nuovo punto di vista con cui guardare gli eventi, passati e presenti». Proprio per questo Serge Bilé, giornalista e documentarista ivoriano, si è occupato di argomenti come la detenzione di cittadini neri nei campi nazisti o la schiavitù in Sud America, ma anche il contributo degli africani al martirologio cristiano. Bilé interviene in questi giorni a Torino al primo "Festival della Cultura contemporanea africana", nel corso del quale verrà presentato, tra l'altro, proprio il film "Neri nei campi nazisti", diretto dallo stesso autore e tratto dal volume omonimo pubblicato in Italia da "Einaudi".

Esiste oggi, nel tempo degli influssi globali, una cultura che possa essere definita in modo specifico "africana"?

«Direi che abbiamo due realtà diverse legate alla cultura africana: da una parte ci sono quegli scrittori, registi, giornalisti e intellettuali che sono nati e lavorano in Africa e che hanno una sensibilità particolare legata alla loro appartenenza. Dall'altra, però, abbiamo tutti quegli esponenti di origine africana che per vicende diverse si sono formati e vivono in Europa. Questa generazione di intellettuali sta provando a leggere l'attualità, che sia legata all'Africa o al resto del mondo, con un occhio particolare, e ha cominciato ad occuparsi del passato mettendo in luce nuovi fenomeni della storia europea che sono sempre stati interpretati in modo unilaterale, o addirittura sono rimasti completamente in ombra. Si tratta di una nuova tendenza culturale che si sta sviluppando diversamente in vari Paesi Europei, come la Francia ma anche l'Italia, e che riveste un interesse notevole».

Qual è il ruolo di queste "culture africane" all'interno del contesto internazionale?

«Viviamo in un mondo senza più regole, dove tutto è misurato in relazione al potere d'acquisto. Eppure è sempre più evidente che esiste un tipo di ricchezza umana che non è economica, ma che la cultura occidentale non sembra in grado di comprendere. In Africa, sebbene il continente sia oggettivamente vittima di una serie di mali, esiste invece una diffusa modalità particolare, che io definisco appunto "umana", di guardare le cose. C'è una forza positiva che a volte sorpassa in modo incredibile il contesto tragico. Mi vengono in mente quelle persone che, magari a causa della loro opposizione alle dittature, passano anni in prigione e poi, quando tornano in libertà, sono di nuovo pronte a impegnarsi e a credere in un progetto per un futuro migliore».

C'è allora una responsabilità specifica degli intellettuali africani in ordine all'emancipazione del loro stesso popolo?

«Una responsabilità straordinaria. Per secoli abbiamo "subìto" che la nostra storia fosse scritta da altri, e questo ha voluto dire anche lasciare spazio a falsi miti, pregiudizi, forme diverse di razzismo. È ora che facciamo sentire la nostra voce, per "decostruire" l'immagine negativa e distorta che è stata data dei nostri popoli e delle vicende che li hanno riguardati e li riguardano e anche per dimostrare quanto essi abbiano dato. E il mezzo per far questo è avere un nostro sguardo sugli eventi e soprattutto cercare storie che dimostrino la fondatezza di tale sguardo. Proprio da questo spirito sono mosse le mie ricerche, ad esempio, sul ruolo dei cittadini africani nel contesto della "Seconda guerra mondiale"».

Su molti fatti storici legati all'Africa, e in particolare al colonialismo, gli studi più noti a livello internazionale si devono però ad autori europei o nordamericani: questo denota una carenza da parte della ricerca africana? O forse la mancanza di spazi e opportunità per esprimersi?

«In Africa abbiamo avuto e abbiamo storici di altissimo livello, ma è vero che spesso sono in difficoltà, o addirittura impossibilitati, a fare il proprio lavoro. Esistono archivi ricchi di materiale legato ad esempio ai grandi imperi africani, ma mancano perfino i mezzi materiali per restaurare gli archivi. Per fare storia servono anche cospicue risorse economiche, e gli stessi governi africani non investono a sufficienza in questo settore. C'è poi un altro elemento: in questi decenni buona parte delle ricerche e degli studi portati avanti da autori di origine africana si sono concentrati sullo schiavismo e sulle sue conseguenze per le società nere. Temi senza dubbio importanti, ma il problema è che abbiamo dimenticato tutto il resto. Oggi, quindi, dobbiamo essere capaci di andare oltre».