Gli africani
sono su "Internet".
E lo saranno sempre di più,
anche se le statistiche dicono che, in fatto di accesso alla "Rete",
il "continente nero" è indietro rispetto al mondo cosiddetto
"sviluppato",
con una diffusione che si ferma al 4%,
contro il 50% della media dell’Occidente.
Da poche
settimane è finalmente in orbita
il primo satellite "panafricano" di "telecomunicazione",
"Rascom-1".
Frutto di un progetto dei governi di Cameroun,
Costa d’Avorio, Libia e Gambia,
fornirà anche connessioni "internet" in tutto il continente,
oltre ad altri servizi.
Chiara Zappa
("Avvenire", 27/4/’08)
Una dozzina di
giovani chini sulle tastiere dei "pc" in un "internet point".
"Chattano", fanno ricerche su "Wikipedia", scaricano musica
in "mp3". Scene di vita quotidiana non a Roma o a Parigi ma a Dakar,
Ouagadougou, Casablanca. L’Africa è "on line". E lo è sempre di
più, anche se le statistiche chiariscono come, in fatto di accesso alla
"rete", il "continente nero" sia inesorabilmente indietro
rispetto al mondo cosiddetto sviluppato, con una penetrazione del
"web" che si ferma al 4%, a fronte del 50% della media dell’Occidente.
Ma i numeri esigui non possono ingannare. Non solo perché alcuni Paesi - come Marocco,
Senegal,
Costa
d’Avorio, Sudan, Tanzania - hanno triplicato in pochi anni i loro
accessi a "internet", ma soprattutto per il fatto evidente che, con
tutte le difficoltà strutturali e le contraddizioni del caso,
"internet" fa parte del presente dell’Africa e ne
"intreccerà" senza dubbio il futuro prossimo.
Da poche settimane è finalmente in orbita il primo satellite "panafricano"
di "telecomunicazione". "Rascom-1", frutto di un progetto
dei governi di Cameroun, Costa d’Avorio,
Libia e Gambia, fornirà non solo servizi per la "telefonia fissa" e
per la diffusione e l’archiviazione di dati, ma anche connessioni
"internet" in tutto il continente comprese le zone rurali - per i
prossimi quindici anni. E se è vero che l’intera operazione costerà 400
milioni di dollari, è altrettanto innegabile che il sistema permetterà all’Africa
di risparmiare i 500 milioni che ogni anno sborsa agli operatori stranieri per
importare, appoggiandosi ad "hub" ("periferiche di snodo")
esterni, questi servizi. La stazione camerunese, installata a Douala, è
collegata con il sistema di "cablaggio" sottomarino "Sat3"
(che corre dal Portogallo al Capo di Buona Speranza) e con la rete di cavi a
fibre ottiche a livello "transcontinentale". «Questa operazione - ha
affermato il Ministro camerunese delle "telecomunicazioni", Amadou
Bello - è espressione della ferma volontà dei Paesi africani di lavorare
insieme per lo sviluppo del mercato delle "telecomunicazioni" nel
continente».
Uno sviluppo di cui tutti, sopra e sotto il Sahara, percepiscono l’urgenza.
Perché l’accesso al "web" rappresenta un’opportunità di crescita
in settori infinitamente diversi, dal commercio - con la possibilità per i
pescatori o per gli allevatori in villaggi remoti di conoscere l’andamento dei
prezzi in tempo reale - , alla prevenzione delle catastrofi naturali; dalla
sanità - gli esperimenti di "telemedicina" già in atto in
"partnership" con diversi Paesi europei stanno dando risultati più
che incoraggianti, mentre l’utilizzo delle nuove tecnologie per l’educazione
alla prevenzione dell’"Aids" è ormai diffuso - alla formazione. A
Dakar, che per la sua precoce vitalità digitale può essere definita la
pioniera del "web" nell’Africa occidentale, è nato un
"Campus" digitale, sponsorizzato dall’"Agenzia internazionale
della Francofonia", dove gli studenti possono diplomarsi in una delle 48
discipline disponibili, tutto attraverso la formazione a distanza. Grazie alla
dotazione di moderni "hardware" e "software", da qui è
addirittura possibile seguire i corsi delle Università di Tolosa, Poitiers o
Amiens.
"Campus" simili sono sorti in altri dieci Paesi dell’Africa
occidentale e centrale, mentre esperienze di «alfabetizzazione», volte
soprattutto al recupero scolastico di ragazzi emarginati dal sistema d’istruzione
tradizionale, sono in atto in vari Paesi, dal Madagascar alla Sierra Leone.
E i giovani sono, qui come dappertutto nel mondo, la generazione
"digitale" per eccellenza. Sono loro a raggiungere quotidianamente
"cyber café" e "internet point", per comunicare via
"e-mail" magari con amici e parenti emigrati, per fare nuove
conoscenze attraverso le "chat-line" ma anche per informarsi su ciò
che avviene in Patria e nel resto del mondo: i siti dei quotidiani sono "cliccatissimi",
e qualche volta vengono utilizzati per aggirare la censura che in alcuni Paesi
condiziona la stampa locale. E se il "web" è a tutti gli effetti una
"babele" digitale - il sito della "Bbc", ad esempio, ha
sezioni aggiornatissime in somalo, "swahili", "kirundu" - , navigare in "rete" per i giovani africani è anche un ottimo strumento
per imparare o perfezionare lingue straniere.
Purtroppo anche questo nuovo "Eldorado" della comunicazione ha un
prezzo.
Letteralmente, visto che i costi di "connessione" sono mediamente
proibitivi, soprattutto se si ambisce all’"Adsl", in ogni caso
rarissima visti i pesanti limiti "infrastrutturali". Ad oggi, quasi i
tre quarti del traffico "internet" africano transitano attraverso l’Occidente,
mentre intere regioni del Sudan o della "Repubblica
democratica del Congo" rappresentano "deserti digitali".
Ma il continente è tutt’altro che rassegnato a perdere la sfida della
"rivoluzione informatica". Se il lancio del primo satellite "panafricano"
permetterà di abbassare i costi di accesso alla "rete", i progetti
"intercontinentali" per entrare a far parte del "villaggio
globale" sono numerosi e ambiziosi. Lo scorso ottobre, a Kigali, nel corso
della conferenza "AfricaConnect" a cui hanno preso parte operatori del
settore africani e occidentali, è stato lanciato un "Piano Marshall"
digitale per la promozione delle nuove tecnologie dell’informazione. Grazie a
"partnership" con molti attori privati e con enti come l’"Unione
europea", la "Banca mondiale" e la "Banca africana di
sviluppo", saranno investiti 38 miliardi di euro. Obiettivo: mettere
"on line" entro il 2012 tutti i Ministeri, le scuole e gli ospedali
del continente. Trattandosi dell’Africa, nei confronti della quale troppe
promesse in questi decenni non sono state mantenute, viene da sorridere di
fronte a prospettive tanto rivoluzionarie. Ma visto che in questo caso si parla
di affari - e della possibilità di investire in un mercato enorme e quasi
"vergine" - forse ci è concessa una timida speranza.