L’incontro
fra culture e popoli: parla la scrittrice africana Sandrine Bessora,
che sarà alla "Fiera del libro" di Torino.
«Le razze
"pure" sono illusioni, non esistono.
Ecco perché le civiltà in presunto scontro sono false rappresentazioni».
Figlia di un gabonese e di una svizzera, l’autrice vive tra Francia e Africa.
Ha appena vinto il "Premio per la letteratura dell’Africa nera".
Chiara
Zappa
("Avvenire", 7/5/’08)
Siamo tutti
"meticci". E non solo perché viviamo nell’epoca del "villaggio
globale" e dei grandi "movimenti" di popoli. «Il "meticciato"
è la condizione naturale del mondo: le razze "pure" sono illusioni,
non esistono. Ecco perché le civiltà in presunto scontro tra loro sono
rappresentazioni "arcaiche"».
Per la scrittrice Sandrine Bessora,
fresca dell’assegnazione del "Grand Prix littéraire de l’Afrique noire",
tutto questo è "pane" - anzi, "vita quotidiana". Nata da
padre gabonese e madre svizzera, Bessora - di cui è da poco uscito in Italia il
romanzo "Macchie d’inchiostro" ("Epoché") - ha vissuto in
Africa
e negli Stati Uniti,
prima di stabilirsi a Parigi
dove tuttora risiede. Non sorprende dunque che il "mix" delle etnie e
delle culture sia al centro della sua scrittura, permeata da un’ironia a
tratti "graffiante" attraverso cui l’autrice, che sarà alla "Fiera
di Torino" nel contesto della sezione
"Lingua madre", smaschera impietosamente i "paradossi" e l’ipocrisia
delle società europee. «L’ironia, il sorriso, sono mezzi per fare un passo
indietro e mettere a fuoco il quadro della realtà».
Un quadro fatto di incomprensioni reciproche e ostacoli all’incontro: il "meticciato" è solo fatica quotidiana?
«Per me è sempre stato normale essere "meticcia": mia madre era bionda, mio padre era nero. Sono cresciuta con l’idea che tutti i popoli sono "meticci", anche se lo dimenticano. La storia del mondo è fatta di incontri culturali, di "movimenti", pensi alla lingua francese o a quella italiana: lingue "vive", arricchite da tanti apporti diversi. Eppure, se la mia condizione non mi è mai apparsa come un problema, a volte lo è agli occhi degli altri, perché ci sono persone che si immaginano, erroneamente, di appartenere a una razza "pura" e tendono quindi a essere disturbate da ciò che vedono come una "contaminazione". Mentre il "meticciato" ha intrinseca in sé una grande forza, fondamentale per il nostro tempo».
Di quale forza parla?
«Guardi, io abito un po’ in
Europa e un po’ in Africa: due "universi" che conosco entrambi bene,
il che mi permette di accettare più facilmente che le persone possano pensare
in modo diverso. Ecco, ciò che mi ha dato questo "meticciato" è
forse la capacità di mettermi nella pelle di persone molto diverse da me, che
in fondo è anche ciò che faccio sempre quando scrivo.
Un’abilità che però è alla portata di chiunque, a condizione che la coltivi
attraverso la curiosità e l’apertura agli altri».
In Francia, dove lei vive, la situazione nelle "banlieues" è diventata "esplosiva": molti pensano che questa sia la prova che l’integrazione è impossibile...
«Molti non riescono a
concepire che si possa vivere insieme anche quando si è diversi, mentre l’integrazione
è un fenomeno naturale e non significa diventare tutti uguali, ma che ciascuno
prende e insieme dà qualcosa. È un meccanismo storico che non riguarda affatto
solo le "migrazioni": con il tempo le società cambiano, e molti
fattori le fanno cambiare, la tecnologia tanto quanto i "movimenti"
dei popoli.
Ma quando ci troviamo di fronte a difficoltà sociali ed economiche, è più
facile dirci che i responsabili sono quelli che arrivano da fuori, che sono
venuti a turbare l’equilibrio che esisteva prima. Ma si tratta di un’illusione,
perché l’equilibrio si "ricrea" costantemente, è sempre in
"movimento"».
Eppure a volte l’incontro si trasforma in "conflitto": che cosa pensa dello "scontro" delle civiltà?
«Penso che rifletta una
visione "arcaica" del mondo e della società.
Non credo che i popoli si avvicinino o si allontanino automaticamente per certi
criteri dati. Le civiltà si nutrono delle differenze, la loro stessa natura è
il cambiamento e quindi sì, possono esserci dei "traumi", ma non
dovremmo vederli come fattori estranei alla nostra storia. Non siamo di fronte
alle civiltà di "Marte" e di "Venere" che si scontrano: noi facciamo tutti parte
dello stesso pianeta, siamo "imbarcati" nella stessa storia, anche se
ognuno ha la sua particolarità, la sua cultura, la sua religione».
Perché allora l’"islam" fa così paura?
«Prima della caduta del "Muro di Berlino" il "nemico pubblico" era il "comunismo", oggi è l’"islam": dobbiamo sempre mettere delle "etichette" su un intero popolo per giustificare le nostre paure. Ma io penso che l’"integralismo" non sia "appannaggio" di una religione, visto che abbiamo avuto tante forme di "integralismo" in tutte le epoche, né è possibile riunire popoli diversissimi in un gruppo "omogeneo", a cui affibbiamo un’"etichetta" in realtà vuota di senso».
Lei, che è cresciuta in Occidente, ha vinto da poco il "Grand prix littéraire de l’Afrique noire": che cosa significa "letteratura dell’Africa nera"?
«Niente di più che
"letteratura".
Anche queste sono "etichette" che servono agli editori, ai librai per
ordinare i volumi nelle librerie, ma che non hanno un senso reale. In compenso,
sono stata molto felice di ricevere questo premio, proprio perché l’ho
ottenuto per un libro che non ha niente a che fare con l’Africa, visto che
racconta la storia di due donne a Parigi. Per me è stato un segno che oggi,
nonostante tutto, esiste una certa libertà di creazione, che non siamo più
obbligati a rientrare per forza in "stereotipi" rassicuranti quanto
privi di sostanza».