INTERVISTA

Il filosofo Kwame A. Appiah, sabato al "Festival Filosofia", rilancia il "cosmopolitismo":
«L'identità è fatta di obiettivi, non di storia».

RITAGLI     Africa maestra di etica     MISSIONE AMICIZIA

Per il pensatore anglo-ghanese
concetti come mondo islamico od Occidente sono fuorvianti:
«Sono illusioni fatte di elementi immaginari. A unire i gruppi sono le scelte per il futuro».

Chiara Zappa
("Avvenire", 12/9/’07)

L'Occidente? Non esiste. L'Unione europea? Non è questione di radici comuni, ma di comuni intenti. Rimescola le carte del dibattito contemporaneo Kwame Anthony Appiah, filosofo anglo-ghanese docente alla "Princeton University", dove è anche membro del "Center for Human Values", e presidente della Divisione occidentale dell'"American Philosophical Association". Appiah, teorico dell'etica "cosmopolita" (la sua opera "Cosmopolitismo" è in uscita per "Laterza"), è pensatore prolifico e multiforme: i suoi interessi spaziano dal concetto di identità "afro" alla filosofia del linguaggio fino alle questioni legate al metodo per la definizione dei valori. Al "Festival Filosofia", dove interverrà sabato, Appiah terrà una lezione magistrale su "Che cos'è l'Occidente?". E spiegherà che «la maggior parte di ciò a cui ci riferiamo evocando questo concetto è semplicemente immaginario».

Ma professore, la nostra tradizione culturale, filosofica, religiosa… Come la mettiamo?

«La gente ha l'idea di una tradizione ininterrotta da Atene ai giorni nostri, immagina una serie di relazioni culturali che congiungono ere e luoghi diversi, dagli Stati Uniti all'Europa all'Australia, in un'unica entità occidentale. Ma la maggior parte di queste connessioni non è reale. È un equivoco simile a quello legato all'idea della cultura africana: si tratta di un'illusione, non c'è - in entrambi i casi - un collegamento profondo che possa essere definito "africano" o "occidentale". L'algebra proviene dal mondo arabo, la pasta arriva dalla Cina… Dobbiamo riconoscere questo modo fuorviante di guardare alla storia culturale europea e alle sue relazioni con il resto del mondo, se vogliamo capire veramente le dinamiche attuali».

Eppure un'identità occidentale esiste…

«Ma l'identità è sempre costruita su elementi immaginari! Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno una storia immaginaria in cui si identificano come "la patria della libertà", cosa che non è reale. Se pensiamo alla stessa storia d'Italia ci rendiamo conto che questo Paese, tra l'Impero romano e Garibaldi, è stato moltissime cose diverse: il sentimento condiviso dell'"italianità" non ha radici molto profonde. Dico questo perché dobbiamo renderci conto che non c'è alcuna garanzia "naturale" che coloro che si sentono "occidentali" oggi resteranno spontaneamente uniti anche in futuro. Ma se riconosciamo che la nostra identità è una costruzione culturale, allora lavoreremo per rafforzarla e potremo restare uniti».

Ma allora è in atto o no uno "scontro di civiltà"?

«Il punto è a che cosa pensiamo quando parliamo di questo scontro. Tendenzialmente alla gente viene in mente una "fotografia" che ritrae da una parte - diciamo - il presidente francese, il "premier" britannico, magari quello albanese e dall'altra i capi di Stato dell'Arabia Saudita, del Pakistan, dell'Afghanistan… Ma questa è una foto ingannevole! Perché, ad esempio, l'Arabia Saudita ha molte più cose in comune con la Gran Bretagna che con il Pakistan, probabilmente più di quante ne abbia l'Albania. Non solo. Le entità che chiamiamo "Occidente" e "Islam" sono incredibilmente differenziate al loro interno! Non possiamo prevedere che cosa penseranno le persone su temi come i diritti, le tasse, l'aborto, appellandoci alla loro appartenenza a un presunto "schieramento": i concetti di "Occidente" e "Islam" spiegano molto meno di quanto le persone siano propense a credere».

Invece da che cosa bisogna partire?

«Dalle domande giuste. E non si tratta di una questione filosofica, ma assolutamente concreta: la maggior parte della gente, infatti, si riconosce in uno "schieramento" e pensa di avere un conflitto con chi appartiene al lato opposto. Ma bisogna cominciare a dire alle persone: "Sai? Ci sono molti ‘dall'altra parte’ che la pensano come te, e molti del tuo stesso gruppo che hanno opinioni diverse dalle tue". Gli individui e le società, oggi, devono chiedersi con quali valori si vogliono identificare e, a partire da tali valori, confrontarsi con gli altri. Pensiamo alla questione dell'ingresso della Turchia in Europa. Ebbene, molta parte della storia occidentale ha avuto luogo in Turchia (pensiamo a personaggi come San Paolo, o Diogene, che da lì provenivano), ma è vero che questo Paese fa parte anche della storia islamica. Qual è allora il punto? Non è guardare al passato per rispondere alla domanda: "La Turchia è occidentale?"; ma guardare al presente per rispondere alla domanda: "Che cosa vuole essere la Turchia oggi?". E se la risposta è che vuole stare con l'Europa, allora bisogna chiedersi: "Quali sono le condizioni perché ciò avvenga?"».

L'etica "cosmopolita" che lei teorizza è un modo per superare la suddivisione in schieramenti fittizi?

«Io parlo spesso del "problema della cultura" per fare riferimento a quando, per giustificare una certa azione o decisione, noi ci diciamo che "questa è la nostra cultura". Il "cosmopolitismo" si apre all'idea che ci sono molti modi diversi di vivere umanamente, ma che contemporaneamente esistono alcuni diritti e valori fondamentali che ritroviamo in varie culture e che tutti dobbiamo riconoscere. Il nostro obiettivo, oggi, deve essere confrontarci sui nostri valori. E chiederci, di fronte a ogni dubbio, chi siamo e dove vogliamo andare».