«L’ipotesi
"diserzione" aiuterà Tibet e Birmania»:
dopo la provocazione di padre Gheddo, si apre il dibattito.
Ma c’è chi è scettico.
Diritti umani,
boicottare Pechino?
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Chiara
Zappa
("Avvenire",
20/10/’07)
Contro le
violazioni dei diritti umani in Cina e il sostegno di Pechino a regimi
sanguinari – dalla Birmania
al Sudan
– la carta migliore che la comunità internazionale possa giocare in questo
momento è il boicottaggio dei prossimi "Giochi
olimpici cinesi".
A lanciare la provocazione è l’agenzia "AsiaNews" che, qualche
giorno fa, ha definito il boicottaggio «l’unica proposta che potrebbe portare
a qualche risultato concreto per la liberazione del popolo birmano». In una
nota a firma del missionario e scrittore Piero
Gheddo, l’agenzia
del "Pime" spiega che «la Cina ha investito miliardi e miliardi di
dollari nel preparare le Olimpiadi e ci gioca la sua "faccia" a
livello mondiale», ecco perché «la minaccia condivisa da molti popoli di un
boicottaggio di quell’evento storico per i dirigenti cinesi è peggio di
qualsiasi altro insuccesso o bancarotta». Al di là del fatto, quindi, che la
misura «possa avere più o meno successo», è necessario metterla in atto,
continua Gheddo, che si chiede: «È possibile che la Cina continui ad opprimere
(o aiuti chi opprime) i diritti umani in Tibet, in Birmania, in Darfur e altrove
e sia considerata intoccabile per motivi economici?». Le preoccupazioni di
"AsiaNews" ricalcano quelle di molte personalità autorevoli, come i
premi "Nobel" per la pace Jody Williams e Desmond Tutu, che ha
recentemente chiesto alla Cina di «usare la propria influenza per fare
pressioni sui generali birmani affinché fermino la violenza contro il popolo».
E ha minacciato appunto – se Pechino dovesse rifiutare di collaborare – di
unirsi alla campagna di boicottaggio delle prossime Olimpiadi, come ricorda la
responsabile della "Cisl" per le relazioni internazionali e grande
esperta della Birmania Cecilia Brighi, che sull’ultimo numero del mensile
"Mondo e missione" spiega che «da parte delle diplomazie nazionali e
internazionali non c’è mai stata una strategia mirata né un serio negoziato
nei confronti della Cina». Una proposta, quella di boicottare la manifestazione
sportiva, che ha trovato in questi giorni il sostegno "bipartisan" di
numerosi esponenti politici e di vari intellettuali, da Alberto Asor Rosa a
Bernard Henry Lévy. Eppure, esperti che da decenni seguono puntualmente la
situazioni cinese, esprimono sull’argomento forti perplessità. Per Ilaria
Maria Sala, presidente del "Club dei corrispondenti stranieri" a Hong
Kong e profonda conoscitrice dell’Asia, «è una perdita di tempo esortare a
un boicottaggio che sarebbe impossibile per la natura stessa delle Olimpiadi
oggi, gestite da televisioni e "sponsor": con tali interessi
commerciali in gioco possiamo abbandonare ogni velleità di boicottaggio, anche
se si trovasse qualche atleta disposto a fare atti di protesta». Il problema,
secondo Sala, sta nel «processo opaco e antidemocratico con cui sono assegnati
i Giochi olimpici. E, una volta assegnati, è troppo tardi». Ma «non è tardi
per fare la massima pressione sulla Cina riguardo al rispetto dei diritti umani,
sia sul suolo cinese che fra gli alleati politici di Pechino», aggiunge da Hong
Kong la collaboratrice dell’autorevole "Far Eastern Economic Review".
«La Cina – spiega infatti Sala – ha deciso di legare un grandissimo
prestigio politico alle Olimpiadi, e ciò deve essere visto come un’opportunità
per migliorare le cose, con editoriali, pressioni politiche, manifestazioni e
aperti appelli alle autorità cinesi ricordando loro l’impegno morale che si
sono presi ospitando i Giochi. Pechino è sensibile alla sua immagine
internazionale: abbiamo dunque l’occasione di dichiarare che questa non è
migliorabile con gesti "cosmetici", proteggendo regimi come quelli
birmani o sudanesi, o calpestando il dissenso in patria e soffocando
innumerevoli libertà». Dello stesso avviso Alessandra Lavagnino, docente di
"Lingua e cultura cinese" all’"Università statale" di
Milano, che nel Paese dei "dragoni" ha vissuto per decenni e ha
sostenuto anche in periodi insospettabili – come l’immediato
"post-piazza Tienanmen" – la necessità di non isolare la Cina ma,
al contrario, «portare fisicamente la propria solidarietà a chi nel Paese, per
esempio nel mondo accademico, si impegna per una svolta democratica». «Al di
là dello scarso realismo di una misura del genere, io ritengo che boicottare le
Olimpiadi non abbia alcun senso, perché questo evento rappresenta una grande
occasione per il popolo cinese di aprirsi al mondo e di incontrare esponenti
dell’universo sportivo, e non solo, internazionale», spiega Lavagnino. La cui
"ricetta" per la democratizzazione del gigante asiatico non prevede
«grandi proclami, spesso ipocriti», bensì «un impegno quotidiano per creare
strumenti, anche culturali, per dialogare con questa regione del mondo. Oggi le
persone interessate a imparare il cinese sono sempre di più, e io mi rendo
conto di quanto sia importante e utile fare conoscere la Cina nella sua storia e
cultura. Similmente, dobbiamo permettere a sempre più studenti cinesi di venire
a studiare nelle nostre università». Non boicottare, dunque, ma dialogare.
«Anche a livello diplomatico, lasciando aperti tutti i canali, formali e
informali». Sperando che, dall’altra parte, qualcuno ascolti davvero.