INTERVISTA

Dalla "pulizia etnica" al risentimento per i propri vicini:
come guarire da questa «malattia»?
Parla lo psicologo Sternberg.

RITAGLI    La scuola insegni a vincere l’odio    DOCUMENTI

«Dai genocidi del ’900 al terrorismo, questo sentimento distruttivo dilaga.
Bisogna cercare di mettersi nei panni di chi commette questi atti.
Capire serve a debellare la violenza».

Chiara Zappa
("Avvenire", 9/11/’07)

Terrorismo, episodi scioccanti di "neonazismo", delitti efferati in cui "raptus" inspiegabili trasformano «tranquilli» vicini di casa in assassini. E poi conflitti fratricidi, nuovi muri che sorgono ovunque per difendersi da un’evocata «minaccia esterna», intolleranza verso chiunque possa essere definito diverso. «L’odio, con i suoi molteplici volti, è uno dei problemi più pressanti che la nostra società deve affrontare: se i cosiddetti "crimini dell’odio", come i genocidi e le varie forme di "pulizia etnica", sono la conseguenza più nota di questa emozione, anche il terrorismo è fomentato e alimentato dall’odio, così come le stesse guerre ne sono spesso un effetto diretto o indiretto». Eppure, per Robert J. Sternberg, già presidente dell’"American Psychological Association" e curatore della rivista "Conteporary Psychology", «gli psicologi hanno detto ancora poco sulla natura e sulle origini dell’odio». Ecco perché Sternberg, autore tra l’altro della nota «teoria triangolare dell’amore», ha recentemente elaborato una parallela tesi dedicata all’odio, illustrata – assieme agli studi di alcuni colleghi – in un libro ora pubblicato dalle edizioni "Erickson", "Psicologia dell’odio" (pagine 276, euro 21,50).

Professore, può riassumerci la sua teoria?

«L’idea base è che esistano tre componenti fondamentali dell’odio. La prima è la "negazione dell’intimità", ossia un’avversione verso l’individuo o il gruppo odiato che ci impedisce di provare nei suoi confronti qualunque tipo di prossimità: in virtù di questo elemento persone o gruppi possono venire visti come "subumani" o addirittura "inumani", scarafaggi, parassiti. La passione, la seconda componente, consiste invece nel forte impulso di aggredire l’oggetto odiato o, in altri casi, di fuggire da esso. Il meccanismo, che a livello quotidiano è alla base per esempio della "collera della strada" – quando un automobilista si comporta all’improvviso in modo altamente aggressivo nei confronti di un altro – , a livello sociale entra in gioco quando una comunità si convince che un determinato gruppo, a meno che non venga attaccato, aggredirà per primo: scoppia così la reazione all’ipotetica minaccia. C’è poi la terza componente dell’odio, ossia l’impegno».

Che cosa significa?

«A volte chi odia è coscientemente impegnato nella propria avversione: crede in essa. I pregiudizi atavici spesso riflettono questa componente, che in molti casi è instillata dai genitori, gli insegnanti, gli amici, i quali provano un odio inveterato nei confronti di un altro gruppo e sono convinti che siano la storia o l’esperienza stesse a giustificare tale odio. Ci sono Paesi dove i bambini imparano a scuola a odiare gli altri. Esistono inoltre diverse "storie di odio", trame che giustificano l’avversione. In queste trame – prese a prestito di volta in volta da governi e "leader" politici – i nemici possono essere raccontati come avversari di Dio, mostri, folli assetati di potere e altro ancora. Più componenti dell’odio si hanno tutte insieme, più è probabile che si arrivi alla violenza, dagli attacchi verbali fino al terrorismo e ai genocidi».

Ma come è possibile, dal punto di vista psicologico, che persone «normali» arrivino a commettere violenze incredibili, come avviene appunto nei genocidi, e poi riescano a vivere con la propria coscienza?

«In primo luogo, gli individui possono separarsi dai propri atti: comportarsi da mostri all’esterno e poi tornare a casa e vivere vite domestiche perfettamente normali. In secondo luogo, possono vedere il gruppo odiato come talmente riprovevole da giudicare le proprie azioni violente come il risultato di un imperativo morale: in altre parole dicono a se stessi che stanno facendo una cosa buona!».

La psicologia può aiutare a superare l’odio?

«Sì, perché l’odio è raro quando le persone capiscono il punto di vista degli altri. Ecco perché il modo migliore per combatterlo è insegnare ai bambini – e agli adulti – quella che io definisco "saggezza", il che significa, prima di tutto, proprio provare a comprendere i motivi per cui gli altri arrivano a pensare in un certo modo, e poi tentare di realizzare gli obiettivi con la ragione piuttosto che con la violenza. Essenziale è inoltre far capire che l’odio distrugge gli altri, ma anche se stessi. Le scuole, quindi, non dovrebbero insegnare solo nozioni – molte delle quali verranno dimenticate – ma soprattutto ad agire in modo etico, ragionevole e positivo. Solo questa educazione potrà fare la differenza, a livello individuale e di conseguenza dell’intera società».