Proprio nel
centro di Casablanca,
tra le palme della tranquilla rue Ain-Asserdoune,
sette clarisse messicane testimoniano Cristo da diciassette anni.
Un’"isola" nel mare dell’islam, approdo non solo di stranieri di
passaggio,
ma silenziosamente, anche di musulmani attratti dal Vangelo.
Qualche
giorno fa – racconta suor Dulce – si è presentato un bambino,
dicendo che suo nonno era malato,
e che lui era venuto per parlarne con «il mio amico Gesù».
Gli ho detto che non era possibile,
e lui mi ha chiesto: «Perché, non parla l’arabo?».
Da
Casablanca, Chiara Zappa
("Avvenire",
25/11/’07)
Nel centro di Casablanca,
tra le palme della tranquilla rue Ain-Asserdoune, c’è una semplice casa
bianca seminascosta dal muro di cinta.
Intorno al cancello d’ingresso il movimento è ridotto al minimo – il
giardiniere ramazza i fiori caduti dalla "bouganville", una signora
coperta dalla "djellaba" entra con in mano le borse della spesa – e
dall’interno non arrivano le voci delle donne e gli schiamazzi dei bambini.
Qualche volta, però, se per la strada c’è silenzio, può capitare di sentire
un canto che non è quello del "muezzin". Perché, da ormai
diciassette anni, nella casa al civico 6 della via vivono le sette
Clarisse messicane, in
clausura nel bel mezzo di un mare d’islam. Arrivarono in quattro, nel 1990, e
fondarono il monastero "Nuestra
Señora de Guadalupe"
«per portare una testimonianza di fede e di pace».
Per suor Dulce Maria del
Sagrado Corazon, a
Casablanca da undici anni, la presenza delle claustrali in questo Paese al 99
per cento musulmano non è più strana rispetto a quella delle suore
di Madre Teresa,
che assistono le ragazze madri della metropoli, o di quella delle francescane di
Maarif, che lavorano come infermiere negli ospedali.
«Noi semplicemente siamo presenti», spiega suor Dulce, che qui è responsabile
della formazione delle novizie e quindi conosce bene le difficoltà ad
ambientarsi in un contesto culturale lontanissimo dal proprio e la
"tentazione", che a tratti ritorna, di «fare qualcosa di concreto in
una situazione che spesso è di povertà e di emergenza sociale». Invece, di
concreto le clarisse di rue AinAsserdoune fanno poco. Certo, «se riceviamo
qualsiasi cosa in dono la ridistribuiamo subito a qualche famiglia del quartiere
che può averne bisogno, cercando di "non separarci mai dalla
povertà", come diceva la nostra fondatrice. Ma soprattutto preghiamo,
vivendo una vita quotidiana semplice. E la gente lo sa». Ecco perché, nella
zona, questo drappello di monache è ormai diventato un punto di riferimento.
Soprattutto per le donne.
«Troppo spesso qui la componente femminile delle famiglie non vale niente –
racconta suor Dulce – ; tante mogli soffrono in silenzio umiliazioni e
violenze e le ragazze, che oggi studiano anche fino ad alti livelli, cominciano
a farsi domande sul proprio ruolo nella società. Non c’è da stupirsi,
dunque, che siano in molte a venirci a trovare, per confidarsi, magari chiederci
consigli: anche noi infatti siamo donne come loro, ma autonome e
"libere" senza essere "laicizzate" come spesso si rimprovera
alle cristiane, visto che abbiamo consacrato la nostra vita a Dio. Tutto questo
ci rende ai loro occhi degne di stima e autorevoli».
Capita, quindi, che qualche vicina di casa, con discrezione, venga a suonare al
campanello del numero 6, magari con un segreto da confessare. Come Malika,
giovane mamma invecchiata precocemente dalla miseria e da una vita quotidiana
troppo dura, la cui bimba soffre di epilessia ed è quindi già destinata a
diventare una donna "di serie B". «Ma da quando conosco le suore
tante cose sono cambiate, ho capito che posso difendere i diritti della mia
piccola, ho una speranza – racconta Malika – . Anche le monache sono povere,
ma su di loro posso sempre contare: per me sono più di una famiglia, davvero».
Una ragazza, invece, un giorno è venuta a cercare suor Dulce con le lacrime
agli occhi: «Mi ha raccontato di un peccato che aveva commesso e che continuava
a tormentarla, mi ha chiesto se Allah avrebbe mai potuto perdonarla. Io le ho
risposto che Allah, cioè Dio, il mio stesso Dio, non condanna nessuno». Ma non
è mai successo che qualcuno, in questi anni, esprimesse il desiderio di
avvicinarsi alla fede cristiana?
«Capita. Proprio in questo periodo ci sono due donne marocchine che
regolarmente vengono al monastero per partecipare all’adorazione insieme a
noi», riferisce ancora suor Dulce. Che aggiunge: «L’ultima volta, quando
sono uscite dal cancello, hanno notato che alcuni poliziotti le tenevano d’occhio
da lontano».
In Marocco qualunque cittadino nasce musulmano e la conversione a un’altra
religione non è permessa dalla legge. Un fatto che non solo incide sul volto
della comunità cattolica del Paese – costituita tutta da stranieri – ma che
determina il senso stesso della presenza della Chiesa qui e la vita quotidiana
dei religiosi. «Dobbiamo essere molto prudenti se non vogliamo incorrere nel
rischio di essere espulse dal Paese, anche perché qualche volta le autorità
non fanno differenza tra noi cattolici e i protestanti, che hanno un approccio
molto più mirato al proselitismo.
Finora, comunque, per fortuna non abbiamo mai avuto problemi».
Il punto, tuttavia, non è quello di «evitare i problemi», come tiene a
precisare questa piccola suora messicana che, dopo oltre un decennio di Marocco,
ha pian piano cambiato il proprio punto di vista sull’evangelizzazione. «All’inizio
avevo questa speranza di "convertire qualcuno", oggi mi rendo conto in
modo chiaro che il motivo per cui siamo qui è testimoniare l’amore di Dio per
gli uomini, e che l’incontro con i musulmani è di per sé un’esperienza
positiva e un segno importante». Un incontro che – in una clausura un po’
speciale come è quella in terra marocchina – può avvenire anche nella vita
quotidiana. Suor Dulce, ad esempio, è la responsabile per la comunità dei
rapporti con l’ufficio immigrazione e il consolato, ma si occupa anche di
altre incombenze materiali come le visite dal medico e la stessa spesa. «Spesso
dunque mi capita di uscire ed è naturale che io incontri la gente, per strada o
sugli autobus. Questo mi dà occasione di scambiare qualche parola, di notare
gli sguardi con cui le persone mi osservano».
Sguardi generalmente rispettosi, «grazie anche al nostro abbigliamento, al
velo.
Anche se una volta, su un autobus, mi cadde la corona del rosario e un uomo
pestò di proposito la mia mano mentre cercavo di raccoglierlo».
Ma gli incontri avvengono anche tra le mura del monastero, che è diventato un
punto di riferimento per la stessa piccola comunità cattolica locale: non solo
"pieds noirs" – i discendenti degli occidentali che arrivarono in
Marocco in seguito alla colonizzazione – , ma soprattutto esponenti della
nuova immigrazione fatta di professionisti e famiglie giovani, che si
trasferiscono nel Paese per incarichi lavorativi di alto livello, dalla finanza
al commercio. Immigrati benestanti, dunque, che di fronte alla religiosità
islamica onnipresente nella vita del Paese sono spinti ad approfondire la
propria fede di origine.
La domenica mattina, la piccola cappella del monastero di "Nuestra Señora
de Guadalupe" – sobria e lineare, ma arricchita da dettagli
architettonici che ricordano l’arte decorativa islamica – si riempie di
medici, funzionari, agenti di "import-export" che provengono dalla
Spagna, dalla Francia, dalla Polonia e che si riuniscono qui per la messa
festiva.
Dopo la celebrazione è ormai un rito il "buffet" nel salone, con
caffè e dolci offerti dalle monache. In un angolo, su un tavolino, sono
disposti in bella mostra i sacchetti di "tortillas" che le clarisse
preparano durante la settimana e che alla domenica vendono ai fedeli per
contribuire all’"autofinanziamento" della comunità.
Quando il monastero si svuota, si torna alla vita quotidiana, fatta di preghiera
e silenzio. Un silenzio rotto di tanto in tanto dal campanello che suona.
«Qualche giorno fa – racconta suor Dulce – si è presentato un bambino,
dicendo che suo nonno era malato e che lui era venuto per parlarne con "il
mio amico Gesù". Gli ho detto che non era possibile, e lui mi ha chiesto:
"Perché, non parla l’arabo?". Alla fine l’ho fatto entrare e l’ho
lasciato a chiacchierare, in silenzio, davanti al tabernacolo».