DALL’AFRICA

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le rose di San Valentino affamano le donne

Gran parte dei fiori donati nel giorno degli innamorati
vengono da piantagioni africane,
dove le contadine sono sfruttate.

Una giovane vende le rose rosse del Kenya...

Chiara Zappa
("Avvenire", 13/2/’08)

«La violenza in Kenya colpisce la produzione dei fiori alla vigilia di San Valentino», ha titolato qualche giorno fa l’"International Herald Tribune", mentre il britannico "Daily Telegraph" ha avvisato che «sono tempi duri per l’industria dei fiori kenyana». Ci sono voluti mille morti e un Paese allo sbando perché – paradossalmente – la stampa occidentale si accorgesse del rapporto esistente tra le rose che in Europa ci regaliamo per la festa degli innamorati e i lavoratori che le stesse rose coltivano. In condizioni che non sono certo – potremmo ben dire – "tutte rose e fiori".
La maggior parte dei mazzi che domani, anche in Italia, ci scambieremo per giurarci amore eterno provengono infatti proprio dal Kenya, terzo produttore di rose al mondo, dove i fiori sono coltivati in sterminate piantagioni di proprietà di grandi "multinazionali", da cui poi partono per raggiungere, nel giro di pochissimi giorni, il mercato europeo. Il 60% della produzione arriva in Olanda, il 23% in Gran Bretagna, il resto in Germania, Francia e, da qualche mese, anche in Italia, che prima si affidava ai "grossisti" olandesi. La "floricoltura" rappresenta la terza industria nel Paese africano, subito dopo il turismo e il tè. Eppure nelle tasche dei lavoratori che ogni giorno coltivano e raccolgono i fiori finisce meno di mezzo centesimo di euro per ogni rosa. Almeno quarantamila, per la maggior parte sono donne: per loro, però, le rose non sono sinonimo di amore ma di sfruttamento.
Nei duemila ettari di serre intorno al lago Naivasha (dove è concentrato il 70% della produzione nazionale di fiori), le condizioni di lavoro sono sempre state ai limiti della sopportazione: oltre al caldo soffocante e ai salari miseri, alle frequentissime molestie sessuali e all’assenza di qualunque tutela sindacale, le "donne delle rose" subiscono i gravi effetti del contatto diretto con i pesticidi. In questi anni le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato non solo «trattamenti brutali contro i lavoratori» ma anche centinaia di casi di cecità, malattie della pelle, sterilità dovuti all’esposizione agli "anticrittogamici" e ad altre sostanze chimiche tossiche. In seguito allo scandalo che nel duemila coinvolse alcune grandi imprese straniere – e che portò a una campagna internazionale di pressione contro i "fiori del male" – oggi qualche passo in avanti è stato fatto: alcuni produttori hanno infatti aderito a un "codice di condotta". La situazione, tuttavia, resta critica, soprattutto per l’altra grave emergenza legata alla coltivazione delle rose kenyane: quella del lago Naivasha, che si sta prosciugando a causa di irrigazione e lavorazione. Un’emergenza descritta ora nel libro "Rose e lavoro. Dal Kenya all’Italia l’incredibile viaggio dei fiori", pubblicato da "Terre di Mezzo" (pagine 128, euro 10,00): un "reportage" in cui gli autori Pietro Raitano e Cristiano Calvi partono dalle piantagioni in Kenya e arrivano ai negozi sotto casa nostra per scoprire i meccanismi e le "distorsioni" che rendono «conveniente importare rose da migliaia e migliaia di chilometri di distanza». Una descrizione alla luce della quale Alex Zanotelli nella prefazione rilancia la necessità di una "mobilitazione" internazionale: «Serve innanzitutto informazione, perché le persone non sanno: è questa la tragedia». Conoscere, dunque, e "boicottare". Senza però mai abbassare la guardia: con poco clamore, in seguito alle pressioni internazionali che chiedevano più diritti per i lavoratori, in questi anni alcuni grandi produttori europei hanno lasciato le piantagioni kenyane per spostarsi nella vicina Etiopia, dove la manodopera è ancor più a buon mercato, i costi del trasporto aereo sono quasi dimezzati e il governo "svende" volentieri alle "multinazionali" le migliori terre del Paese. Il ricatto della povertà è difficile da eludere.